Caro Gregotti, alla Bicocca manca la modestia del comune vivere

by • 18 Marzo 2020 • Città e Territorio, Forum, Progetti1559

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Un docente dell’università milanese invia una lettera immaginaria al progettista della trasformazione dell’ex comparto industriale Pirelli

 

Gentile Vittorio Gregotti,

dov’è la panetteria? Me lo chiedevo percorrendo viale Alberto e Piero Pirelli dopo aver letto le pagine che lei ha indirizzato a Oriol Bohigas, raccolte nelle Diciassette lettere sull’architettura. È lì che ho deciso di scriverle, mentre lo stomaco ruminava le sue parole sulla Bicocca, e la fame del mezzogiorno.

Non ho visto la Bicocca ai tempi della fabbrica. Per saperne qualcosa ho cercato in archivio. E ho trovato le vedute aeree di uno stabilimento vasto e compatto ai margini settentrionali della città, contiguo agli impianti della Breda e della Falck. Poi foto di edifici solidi e austeri, bassi come prescrive la produzione fordista, con lunghi affacci su vie percorse da veicoli desueti o solcati da rotaie per la stazione di Greco. Infine, le immagini dei lavoratori per i quali la fabbrica era esperienza quotidiana: immagini di cortei e di scioperi ma anche testimonianze delle attività del Cral aziendale, o superstiti alloggi per i dipendenti. Sospinto dalla curiosità, ho bussato a uno di questi – una villetta, si direbbe, incongrua col paesaggio circostante ma preziosa per il verde privato che la cinge. Mi ha aperto una donna di mezza età, e sa cosa dice? Che si vive meglio adesso che è scomparso il muro della fabbrica; adesso, anzi, che la fabbrica non c’è più. Adesso, insomma, che lei ci ha messo le mani.

Anche a me, che solo ci lavoro, la Bicocca non dispiace. È varia, ariosa, refrattaria a gridate stravaganze contemporanee. Lei l’ha definita «un’architettura civile, semplice, senza la ricerca dell’applauso»; e non solo la descrizione coglie nel segno, ma il richiamo a un compito civile del costruire le merita elogio. La richiesta fatta ai diciotto concorrenti nel febbraio 1986 non era facile: «Un’occasione storica di trasformazione concreta, che non si presenterà più per molti anni», ha scritto lei. Sovvertendo il tradizionale concetto di periferia come margine urbano, lo smarrimento, il degrado e la dispersione cui spesso la si associa, l’idea da lei avanzata di un «centro storico» alla Bicocca prospettava effetti rivoluzionari sulla vita degli abitanti.

A venti e più anni dalle prime realizzazioni, lo sforzo in questo senso è chiaramente leggibile: il mantenimento dell’isolato base dei vecchi corpi di fabbrica, con le colossali dimensioni di 140 metri per lato, le pubbliche piazze pedonali, la nitida gerarchia degli spazi, la dialettica delle scale e la generale riconoscibilità delle parti, la mescolanza non babelica delle funzioni e delle attività (per cui accanto alla seconda università statale di Milano si hanno il Teatro degli Arcimboldi, il centro ricerche Pirelli, residenze in cooperativa e non, le sedi di Siemens e Deutsche Bank, nonché una collina dei ciliegi), danno all’area quell’ordine che parte dell’architettura più recente ha smarrito o ripudiato.

E tuttavia, a mio parere, ancora non basta. Come ai tempi della fabbrica, si vive oggi quasi esclusivamente di energie esterne: da fuori arrivano impiegati, dirigenti, studenti, professori… è assente la quotidiana abitudine dell’abitare, una frequentazione dei luoghi costante, non occasionale e nemmeno ciclica, tale da renderli propri. Ecco che la domanda che facevo all’inizio acquista senso: la panetteria, e poi l’edicola, il lattaio, il verduriere, la tintoria costituiscono quella grana fine del tessuto edilizio e sociale che preludono a una pienezza dell’abitare. In Bicocca manca la modestia del comune vivere con la spesa sotto casa, la passeggiata con gli amici, la serata in trattoria (scomparse tutte le leggendarie trattorie operaie, compresa Maria su via Stella Bianca). Come ai tempi della fabbrica, la Bicocca continua a essere cintata. E qui sorge il dubbio che l’apologia del Recinto di fabbrica che dà il titolo a un volume di sue memorie infantili le abbia giocato un brutto scherzo, infilandosi nel progetto.

I punti di contatto con l’intorno urbano paiono respingere anziché dialogare. L’edificio dell’Esplanade su viale Sarca domina da lontano; la collina che custodisce le macerie industriali è un ostacolo da aggirare più che una seduzione verde; la ferrovia funge ancora da formidabile barriera. E la viabilità interna paga scotto a rettifili invitanti per l’automobilista ed estenuanti per il pedone. Di piste ciclabili neanche l’ombra, e dire che già in fabbrica, come lei ricorda, «gli operai addetti alla manutenzione giravano in bicicletta» e lei si divertiva quando la portavano «sul portapacchi» pedalando «molto veloce tagliando l’aria».

Con questi pensieri, di plauso e di rammarico, mi accomiato con distinzione.

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