Dialogo con la presidente del Consiglio Superiore dell’Ordine degli Architetti di Spagna: dal Congresso UIA di Barcellona allo stato della professione, dal ruolo degli Ordini alla necessità di qualità nei processi e nelle trasformazioni urbane
Il Consiglio Superiore dell’Ordine degli Architetti di Spagna (CSCAE) sta organizzando il Congresso Mondiale degli Architetti UIA 2026 che si terrà a Barcellona, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti della Catalogna (COAC) e con il supporto del Comune, del Ministero dell’Edilizia Abitativa e dell’Agenda Urbana e del Governo della Catalogna. Prima donna a ricoprire la carica di presidente del CSCAE, Marta Vall-llossera dirige l’organo istituzionale dal 2022, dopo 4 anni di vicepresidenza e 7 alla guida dell’Ordine degli Architetti delle Baleari (CSAB). Durante il suo mandato si è impegnata nella promozione della collaborazione tra i diversi Ordini territoriali lottando per “una professione degna, con onorari giusti”, ma anche fomentando la formazione dei collegiati, “per allineare la professione alle richieste della società”. Vall-Llossera dedica da anni un’attenzione speciale alla crisi e alle situazioni di emergenza abitativa, con iniziative e proposte, anche in collaborazione con l’Unione Internazionale degli Architetti (UIA). Approfittiamo dell’occasione del Congresso per chiederle anche di fare il punto sulla situazione della professione in Spagna.
L’intervista rientra negli approfondimenti che The Architectural Post e ilgiornaledellarchitettura.com sviluppano nell’ambito della media partnership con UIA World Congress of Architects 2026 Barcelona e che si concretizzerà con la copertura dei momenti principali del Congresso e, più in generale, di Barcellona Capitale mondiale dell’Architettura.
Partiamo dal Congresso. In che modo gli Ordini sono stati coinvolti nella candidatura per Barcellona Capitale mondiale dell’Architettura 2026?
Tutto è cominciato il 25 gennaio 2019, quando il Comune di Barcellona ha dichiarato ufficialmente il proprio interesse a diventare Capitale Mondiale dell’Architettura. L’iniziativa è partita da Luis Comerón, che all’epoca rivestiva il ruolo di presidente del Consiglio Superiore; insieme ad Assumpció Puig come decana del COAC, hanno coinvolto il Comune che ha poi presentato la candidatura. Una volta vinta, il Consiglio Superiore e il COAC, che ha sostenuto il peso maggiore dell’organizzazione, si sono dedicati alla preparazione del Congresso.
Sembra che ci sia molta sintonia con la pubblica amministrazione in questo momento. Qual è stato il ruolo delle istituzioni pubbliche nel processo?
È una grande fortuna e un privilegio poter contare su un sostegno così forte da tutti e tre i livelli di governo: statale, regionale e locale. Questo supporto istituzionale trasversale è stato fondamentale per il successo della candidatura. La Spagna si trova in un momento di grande consapevolezza sull’importanza dell’architettura nel processo di cambiamento che stiamo vivendo. L’architettura avrà un peso determinante nella risoluzione delle sfide ambientali, sociali ed economiche e le amministrazioni pubbliche si stanno mostrando più sensibili, perché tutto ciò ha un impatto sulle politiche pubbliche.
Un congresso mondiale ha ancora senso? È una vetrina o un’occasione reale di dibattito disciplinare?
Rispetto alle origini certamente il momento è diverso, ma credo che continui ad avere un peso significativo. Quando l’UIA è stata fondata, nel 1948, si pensava che fosse meglio risolvere i problemi sulla base del consenso e degli accordi. Ora ci troviamo in un periodo complesso, particolarmente polarizzato, ma il ruolo dei Congressi resta importante, perché la condivisione di idee, nonostante le diverse esigenze a livello globale, è fondamentale, l’architettura può farsi portatrice di soluzioni. Ciò implica sensibilizzare l’opinione pubblica sulle soluzioni che l’architettura può offrire, ma anche affrontare problemi critici come il diritto alla casa e il cambiamento climatico. La riflessione congiunta e la condivisione di soluzioni ci permette anche di contribuire alla mediazione nella sfera più politica, offrendo la prospettiva tecnica di noi professionisti.
Nel 1996 Barcellona intercettò un momento in cui la città era effettivamente un laboratorio urbano. Cosa propone di diverso Barcellona 2026?
Per la prima volta, il team di commissariato è stato selezionato attraverso un concorso internazionale e ha apportato un elemento molto positivo: un filo conduttore che attraversa l’intero Congresso: non solo conferenze ma dibattiti con posizioni diverse e talvolta contrapposte. Il titolo – ‘Pianeta in transizione’ – è potente: viviamo un momento di grandi cambiamenti e nessun tema sarà escluso. Ascolteremo le opinioni di oltre 250 relatori, con prospettive molto diverse, discuteremo di ecosistemi, ecologia, clima, normative, politiche abitative, sociali e, poi, di aspetti che altrettanto fondamentali come la poetica, la bellezza, la cultura. Sono valori che non possiamo permetterci di perdere. Dobbiamo dunque impegnarci affinché questi dibattiti non rimangano confinati all’interno del Congresso, ma abbiano un impatto duraturo anche dopo la sua conclusione.
Come si misurerà il successo del Congresso?
Dai risultati che otterremo da tutti questi dibattiti, da tutte queste riflessioni e, soprattutto, dal lavoro che svolgeremo in seguito. L’intero Congresso verrà documentato, le presentazioni saranno registrate, pubblicheremo un catalogo cartaceo con tutto il materiale prodotto e uno digitale dell’intera Open Call, che includerà anche i lavori svolti in quell’occasione. E poi i risultati del workshop, condotto da figure di spicco dell’architettura.
Ogni Congresso produce linee guida ma la loro applicazione è volontaria. C’è un modo per verificare se e come queste vengano applicate?
No. Le linee guida vengono condivise all’interno dei Consigli Nazionali dove vengono proposti potenziali gruppi di lavoro in modo che ciascuno possa partecipare a quelli di suo interesse. Diciamo che è una sorta di eredità più tangibile, una base di lavoro per il futuro, per alimentare dibattiti e approfondire argomenti specifici.
Avete dei dati sui partecipanti di quest’anno, nello specifico sul numero e la tipologia di professionisti iscritti fino ad oggi? Tutto questo sarà misurabile alla fine?
Abbiamo superato le 3.000 iscrizioni, con architetti provenienti da diversi paesi, ma non abbiamo dati sulla loro tipologia. Potremo però contare gli studenti che parteciperanno. Non sappiamo quanto la distribuzione delle informazioni sul Congresso sia stata capillare negli altri paesi, sarà un aspetto da verificare. Per quanto riguarda le quote, invece, abbiamo voluto rendere il Congresso accessibile: il pass completo in fase early bird era di 190 euro, per poi passare a 240 euro, con il prezzo finale fissato a 290 euro. Per gli studenti il costo è di 60 euro, 25 per il day pass. Il biglietto dà la possibilità di partecipare a itinerari e visite in luoghi normalmente non accessibili al pubblico.
Gli Ordini hanno anche un ruolo di sensibilizzazione: quali sono le iniziative per avvicinare i cittadini all’architettura?
Senz’altro la promozione, attraverso premi e riconoscimenti che riflettono i valori che vogliamo trasmettere, per sottolineare l’importanza della qualità nella disciplina e avvicinarla al pubblico. Ma credo si riferisca soprattutto alle iniziative oltre il circolo degli architetti: siamo impegnati in attività legate all’accesso alla casa, alla rigenerazione urbana e al rapporto tra architettura e salute. Tra queste, l’Osservatorio CSCAE 2030, avviato nel 2018 per allineare il settore delle costruzioni agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 ONU, guardando alle sfide del 2050. Abbiamo promosso progetti di riqualificazione edilizia, soprattutto grazie ai fondi Next Generation EU. In collaborazione con la Confederazione Nazionale delle Associazioni di Quartiere abbiamo creato punti informativi presso tutti gli Ordini spagnoli, per offrire consulenza tecnica e facilitare l’accesso ai finanziamenti pubblici. Il coordinamento è stato complesso, perché ogni comunità autonoma ha adottato modelli diversi. Dedichiamo particolare attenzione alla diffusione di una cultura della riqualificazione del patrimonio residenziale, soprattutto tramite interventi integrati. Tuttavia, siamo ancora lontani dagli obiettivi europei: nonostante l’impulso dei fondi UE, il numero di abitazioni da riqualificare resta enorme.
Confrontando il modello professionale italiano e spagnolo, con Ordini forti nella regolazione della professione, e quello anglosassone, più flessibile e meno regolamentato, il futuro richiede più liberalizzazione o organismi professionali più strutturati?
Piuttosto che concentrarci sulla regolamentazione, dovremmo farlo su ciò che offre maggiori garanzie ai cittadini. L’architettura è una disciplina fortemente orientata all’interesse pubblico, dunque è importante stabilire garanzie nell’interesse generale. Credo che il modello spagnolo tuteli non solo la pratica professionale, ma anche l’aspetto etico e l’interesse pubblico. Ordini professionali solidi favoriscono la qualità e la responsabilità sociale.
Che ruolo devono avere gli Ordini professionali dal suo punto di vista?
Le associazioni professionali garantiscono principi etici e tutele che vanno oltre la responsabilità professionale, nell’interesse generale dei cittadini. In un mondo in continua evoluzione, il loro ruolo è fondamentale per guidare il cambiamento. La differenza continueranno a farla gli architetti, grazie a sensibilità ambientale, creatività e visione globale, oggi più che mai necessarie anche nei team multidisciplinari. È inoltre importante mantenere il dialogo con le istituzioni sul quadro normativo e insistere sulla formazione continua degli architetti: viviamo in un contesto in costante trasformazione e dobbiamo restare aggiornati.
Ma la formazione in Spagna non è obbligatoria…
Non lo è, ma è compito degli Ordini territoriali fornire corsi di aggiornamento su una serie di discipline che vanno dall’analisi strutturale, agli impianti, alle normative, la sostenibilità, l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, e abbiamo dati di partecipazione molto alti. Come CSCAE nel 2025 abbiamo gestito la formazione in BIM (Building Information Modeling) raggiungendo il 5% dei suoi membri: quasi 2.500 architetti. Le competenze ci sono: si tratta di assicurarsi che la formazione continui ad aggiornarsi.
Attualmente, in Spagna sono iscritti all’albo circa 50.000 architetti. Qual è lo stato di salute attuale della professione?
La Spagna si distingue per una formazione molto completa, sia sul piano umanistico che tecnico. Le competenze del professionista spagnolo sono ampie e comportano una grande responsabilità in termini di sicurezza e salute, calcolo delle strutture, impianti, in qualsiasi tipo di edificazione. Il futuro della professione è positivo, considerato il ruolo centrale che gli architetti dovranno svolgere nei grandi processi di trasformazione urbana e ambientale. Detto questo, è necessario garantire condizioni di lavoro dignitose.
C’è un problema serio di compensi nella professione?
La professione si è precarizzata e il dibattito sugli onorari dignitosi è sempre più urgente. Un buon progetto riduce problemi in cantiere, tempi e costi nel lungo periodo. Oggi le normative europee richiedono tracciabilità dei materiali, gestione della manutenzione e del ciclo di vita degli edifici, aumentando la complessità del lavoro progettuale, che dovrebbe tradursi in compensi adeguati. Tuttavia, troppo spesso prevale ancora il criterio del prezzo sulla qualità. È quindi fondamentale che istituzioni e società riconoscano il valore di un ambiente costruito di qualità, per la tutela dell’ambiente, della salute e dei valori culturali collettivi.
Qual è dunque secondo lei la strada da percorrere?
Al momento quella di sensibilizzare le amministrazioni sull’importanza della trasparenza e dei concorsi aperti. Abbiamo utilizzato la Legge sulla Qualità dell’Architettura, approvata in Spagna con consenso trasversale, senza opposizioni politiche, per intervenire sui bandi pubblici e far sì che le basi valorizzino i criteri qualitativi rispetto al prezzo. Stiamo offrendo la nostra collaborazione nella stesura delle linee guida. Il settore privato è più difficile da raggiungere: possiamo lavorare sulla cultura professionale, ma non possiamo imporre tariffe. L’amministrazione pubblica, però, può e deve dare l’esempio, e in qualche caso già lo fa con ottimi concorsi.



















