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Scritto da: , Interviste Mosaico Professione e Formazione

Alessandro Panci: qualità, specializzazioni e nuova legge urbanistica

Alessandro Panci: qualità, specializzazioni e nuova legge urbanistica
Colloquio con il nuovo (da maggio) presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti: “La professione non è soltanto economia. Serve ripartire da questa consapevolezza”

 

ROMA. Romano di Tivoli (dove ha lo studio professionale), alla guida dell’Ordine provinciale dal 2021 al 2025, da maggio 2026 Alessandro Panci è (per il prossimo quinquennio) il presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori. “Riconoscibilità del ruolo della professione, e quindi delle architette e degli architetti nella società. E una nuova legge urbanistica nazionale. Queste le priorità”.

 

Iniziamo da una provocazione: servono ancora gli Ordini professionali?

Sì, non dimentichiamoci mai che gli Ordini nascono come strutture che devono dare garanzie a cittadine e cittadini. Servono, ancora oggi, perché garantiscono che le professioniste e i professionisti abbiano competenze, esperienze e preparazioni adeguate a svolgere i compiti che vengono affidati loro da privati e da enti pubblici. Inoltre, facendo il loro lavoro, devono rispettare una serie di norme deontologiche.

 

Però oggi c’è un’esigenza, forte, di rinnovamento. Nel 2023 l’Ordine degli Architetti ha compiuto, e festeggiato, i 100 anni.

In quell’occasione abbiamo voluto impegnarci a raccontare il ruolo sociale che abbiamo. Un tema che diventa sempre più decisivo.

 

E spesso poco riconosciuto. Perché?

C’è un problema di percezione della nostra professionalità. La normativa, e quindi in qualche modo la società, ci percepisce come operatori economici e non come figure necessarie che possono, con il lavoro, dare valore ai luoghi di vita delle persone.

 

Una dinamica che si è sviluppata soprattutto negli ultimi anni.

Si tratta di una visione mutuata dal mondo aziendale. Contano le quantità, e quindi i fatturati. Ma noi non possiamo arrenderci: dobbiamo parlare di qualità, della nostra capacità di influenzare gli spazi del vivere. Anzi, dico di più: credo sia umiliante per la nostra categoria dover dimostrare, attraverso i fatturati, la propria preparazione. Con l’effetto che chi ha progettato scuole potrà progettare solo scuole. Non va bene, la professione non è soltanto economia.

 

Possibili contromisure?

Parlare di specializzazioni, anche andando oltre l’attuale strutturazione dell’Albo con le 4 categorie (architetti, paesaggisti, pianificatori, restauratori) in cui è complesso capire i limiti di chi fa davvero cosa. Penso ad un albo, in cui professioniste e professionisti possano essere individuati anche attraverso le loro specializzazioni permettendo così committenti e ai responsabili unici dei procedimenti (che sono colleghi nella maggior parte dei casi) di scegliere con maggiore consapevolezza.

 

Ma c’è anche una questione culturale.

Certamente. Penso a quello che abbiamo fatto a Roma con la Casa dell’Architettura all’Acquario Romano. Un percorso di allargamento della disciplina architettonica alle altre arti. Così da parlare a pubblici diversi. Qualcosa sperimentato anche con il Festival dell’architettura: abbiamo portato l’architettura nelle piazze, negli spazi pubblici, riappropriandoci in qualche modo della città stessa. Credo questa sia una strada utile per riposizionare correttamente l’architettura nel dibattito pubblico.

 

Tra i luoghi dove coltivare le relazioni ci sono le università.

Tra professione e accademia ci sono state, e in parte ci sono ancora, alcune diffidenze che si legano a aspetti culturali, formativi e professionali. Professionisti e università hanno ruoli diversi ma devono fare rete per un approccio unitario. Il percorso universitario e la successiva esperienza nello studio professionale deve aiutare a rendere questo passaggio come fosse una naturale prosecuzione della formazione.

 

Piano Casa. È il tema del momento, legato ad un’emergenza abitativa che tocca molte città italiane.

Ci sono sicuramente elementi positivi in questo provvedimento: la necessaria attenzione all’housing sociale e i partenariati pubblico-privato. Ma non ci piace l’idea che si tratta, comunque, dell’ennesimo processo in deroga alla normativa vigente.

 

E quindi significa che la normativa ordinaria non funziona.

Le procedure normali sono troppo lunghe e quindi, quando c’è fretta di agire, si cercano delle vie alternative. Ma la questione è riuscire a individuare efficaci procedure ordinarie. Su questo il nostro sistema deve lavorare.

 

Anche per offrire risposte che siano univoche e non soggette a (troppe) interpretazioni.

Come nel caso Milano. Che si sviluppa proprio da un disallineamento tra i diversi livelli decisionali, nazionale, regionale e comunale. Credo che il nodo sia nel fatto che la legge urbanistica deve essere riscritta.

 

La richiesta è di mandare in soffitta la legge 1150 del 1942?

Una legge che doveva governare una città in espansione. Oggi il contesto è radicalmente cambiato, la rigenerazione dell’esistente è lo scenario inevitabile. E bisogna andare oltre la logica degli standard urbanistici.

 

Anche a rischio di ulteriori cortocircuiti tra i livelli istituzionali?

Serve una legge di indirizzo, a cui le Regioni sappiano adeguarsi. Credo sia un passaggio fondamentale per la nostra disciplina.

 

Immagine di copertina: Alessandro Panci (dal sito web del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori

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Tag: , , , , , , Last modified: 26 Maggio 2026