Percorsi di lettura tra alcuni libri recenti: dai richiami urbani a sfondo sociale agli sguardi filosofici internazionali. Sullo sfondo una complessità che si traduce in racconti multidisciplinari
Racconti urbani. Politici, corali, filosofici. Tratteggiano le città di oggi con piglio critico e con visione orientata alla trasformazione, identitaria prima ancora che fisica. Portano la speculazione accademica in un’agorà più ampia, in un contesto aperto di posizioni interagenti e di forti ibridazioni.
Urbanistica come scienza civile
La pubblicistica disciplinare ha sempre inteso la città come fattore imprescindibile della propria ricerca. Ci sono libri che la raccontano tecnicamente e libri che provano a restituirle un significato politico. “La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo” (Einaudi, 2026, 236 pagine, 18 €) di Elena Granata (urbanista, docente al Politecnico di Milano) appartiene alla seconda categoria.
Il punto di partenza è semplice quanto radicale: la città non è una merce né un privilegio riservato a chi possiede maggiori risorse, è un’eredità collettiva. Da qui prende forma la tesi che attraversa l’intero volume: ciò che rende una città davvero urbana non è la quantità di investimenti o di attrazioni che riesce a concentrare, ma la presenza di spazi, servizi e opportunità accessibili a tutti, indipendentemente dal reddito, dall’età o dalla condizione sociale. La città, scrive Granata, “ci viene data”: non come ricompensa individuale, ma come patrimonio condiviso da custodire e rinnovare nel tempo.
Uno dei meriti principali del libro è riportare l’urbanistica al suo nucleo originario. Attraverso una ricostruzione della storia della città europea, dai giardini aperti ai cittadini dopo la Rivoluzione francese fino alla stagione del welfare urbano novecentesco, l’autrice propone una lettura dell’urbanistica come “scienza civile”, nata per garantire uguaglianza e giustizia nello spazio più che per produrre forme o infrastrutture. La qualità della convivenza si misura così nell’accesso ai servizi, al verde, alla scuola, ai luoghi della socialità. Su queste basi si sviluppa una critica della trasformazione neoliberale della città contemporanea. A partire dagli anni Settanta, osserva Granata, il cittadino si è progressivamente trasformato in consumatore, mentre lo spazio pubblico è stato sempre più subordinato alle logiche della rendita, dell’attrattività e della competizione tra territori.
La città del welfare ha lasciato il posto alla città-mercato, e il linguaggio dei diritti è stato sostituito da quello della valorizzazione economica. La forza del libro non sta però nella denuncia. I 10 capitoli (senza immagini) costruiscono infatti un contro-racconto che affronta temi spesso marginali nel dibattito urbanistico: il concetto di gratuità, il ruolo dei bambini nello spazio pubblico, il tempo lento, la notte, l’acqua, l’abitare, le biblioteche e i luoghi della cura.
Particolarmente significativa è la riflessione sulla gratuità, intesa non come assistenzialismo ma come infrastruttura della cittadinanza. Una panchina, un giardino o una biblioteca diventano così simboli concreti di una città capace di generare appartenenza. Con uno stile che intreccia riferimenti teorici – da Ildefonso Cerdà a Patrick Geddes, da David Harvey a Richard Sennett – episodi autobiografici, incontri e storie di comunità, Granata offre più una visione che un programma operativo. Una scelta che rende la lettura accessibile anche a un pubblico non specialistico. Ed è forse proprio questa la forza del volume: riportare al centro una domanda che l’urbanistica contemporanea sembra aver smarrito, ovvero per chi costruiamo le città. La risposta è già nel titolo e, pur se ovvia, appare oggi sorprendentemente controcorrente.
Filosofia metropolitana
Temi sovrapponibili ma posture diverse per le narrazioni urbane di Christian Marinotti Edizioni. Editore, milanese anche lui, che merita un cenno per il modo – puntuale, sistematico e non scontato – con cui affronta le questioni architettoniche dando spazio ad autori internazionali, le cui riflessioni diventano occasioni, spesso anche scomode, di dibattito per la disciplina. Nel 2024 è stato il turno di Bernard Huet (“Elogio della continuità in architettura. Scritti scelti”, a cura di Giovanni Battista Cocco, Christian Marinotti Edizioni, 2024, 192 pagine, 23 €).
Lo scorso anno, proprio sui temi urbani, ecco un altro autore, Jürgen Hasse. “Fenomenologia della città. Spazi, emozioni, atmosfere” (Christian Marinotti Edizioni, 2025, 216 pagine, 24 €) porta per la prima volta in Italia i concetti di Hasse, professore di geografia urbana all’Università di Francoforte, tra i più acuti osservatori dei rapporti tra spazio e società in una prospettiva fenomenologica. Nella traduzione di Sara Borriello, il libro propone – in 6 capitoli con pochissime immagini (in copertina il dipinto “Sfiorando la città” di Tullio Crali) – riflessioni che mettono percezioni e atmosfere al centro del fatto urbano. Un approccio che ha avuto negli anni significative adesioni e simpatie disciplinari. E che in questo libro sembra rinsaldare quel ponte di collegamento tra città e filosofia, inducendo “a una riflessione profonda sulla dinamica urbana nelle sue continue trasformazioni – a livello tanto esperienziale quanto sistemico” tanto che “la filosofia urbanistica pretende quindi di essere anche un progetto politico”, ricollegandosi al messaggio di Elena Granata.
“In questo senso – sono ancora parole di Hasse –, il ‘mondo’ si struttura a partire da quei significati che offrono un orientamento soggettivo. Per quanto, però, la realtà effettuale della città sia data al singolo solo in modo soggettivo, essa è comunque influenzata da realtà materiali, architettoniche, infrastrutturali, tecnologiche, amministrative, politiche, ecologiche, climatiche, ecc. È precisamente questa complessità pluridimensionale della città a sfidare la riflessione filosofica”.
Nuove, necessarie, narrazioni
Una complessità che è il senso stesso dell’ultimo arrivato dei libri di Christian Marinotti Edizioni (“Narrazioni urbane. Città, fragilità, paura”, 2026, 296 pagine, 26 €). Curato da Guya Bertelli è un racconto a più voci in cui autrici e autori sono chiamati a commentare una condizione urbana attuale che la curatrice – docente di progettazione architettonica al Politecnico di Milano – tratteggia nell’introduzione: “[…] la fragilità delle nostre città contemporanee, stordite dalle sempre più incombenti e rapide trasformazioni, difficilmente pronte a riprendere il passo dei tempi lunghi che le hanno generate, formate, modificate. Città contemporanee e nello stesso tempo città ‘nuove’ perché cambiate, mutate in tempi velocissimi, sorprese da improvvise sfide e tuttavia incapaci di soccombere ad esse”. Città, fragilità e paura (triade di parole che diventa il sottotitolo del lavoro) “ne costituiscono lo sfondo, le figure di regolazione entro cui le modificazioni emergono in forme continuamente differenti, a volte nascondendosi negli strati profondi dei nostri abitati, altre volte, più spesso, esplodendo in modo improvviso o addirittura imprevisto”.
Diciassette saggi (divisi in 2 capitoli) per 13 firme. Alcune della tradizione accademica italiana (da Sergio Crotti a Carmen Andriani) e internazionale. Altre (e qui sta forse l’elemento più sfidante e innovativa della lettura) appartenenti a culture diverse: da Marco Filoni (filosofo) a Rotraud von Kulessa (docente di letteratura francese e italiana all’Università di Augsburg) fino ad Alberto Barbera (critico cinematografico, direttore della Mostra del Cinema di Venezia) chiamato a dialogare su città e rappresentazione. I testi diventano così affondi orientati, precisi e affilati, la loro eterogeneità restituisce appunto la complessità della città d’oggi, che nessuno può pensare di cogliere per riduzione, sintesi o semplificazione. E che appunto richiede, come ancora scrive Bertelli, “nuove narrazioni, forse più deboli, instabili, incerte, costantemente sospese i una dimensione ‘tra’ che non può che esprimersi in senso relazionale, per rapporto ad altri racconti, ad altre storie”.
Oggi più che mai – in un’epoca in cui proprio le cangianti realtà urbane consentono, o forse impongono, racconti originali – queste pubblicazioni contribuiscono a costruire una geografia di punti di ancoraggio.




















