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Pietro ValleScritto da: Professione e Formazione

Ennio Brion (1940-2026)

Ennio Brion (1940-2026)
Ricordo di una figura centrale nella cultura italiana. Imprenditore veneto, grazie alle collaborazioni con architetti e designer (da Marco Zanuso a Carlo Scarpa), ha dato dignità estetica agli oggetti della rivoluzione industriale. Si è occupato anche di grandi piani di trasformazione urbana a Milano

 

Ennio Brion, scomparso lo scorso 24 marzo a 86 anni, amava unire le competenze di diverse persone e ascoltare più punti di vista. In tutte le iniziative da lui promosse, proponeva un approccio collegiale in cui cercava di mettere a confronto diverse specialità.

Non era questo un segno di insicurezza, ma della coscienza che dall’integrazione di più livelli nascesse qualcosa di maggiore della somma delle parti. In ognuno dei campi in cui operò – sia che si trattasse di un prodotto di design con la Brionvega o di un manufatto architettonico, nell’ultima parte della sua carriera – la comunicazione dell’oggetto si integrava con il processo di produzione dello stesso e si estendeva all’ambiente circostante con un’interattività precedentemente sconosciuta.

Quando prese le redini dell’industria di famiglia – quella Brionvega che si era evoluta dalla B.P.M. produttrice di componenti elettrici fondata dal padre Giuseppe e dall’ingegner Pajetta a Milano nel 1945, poi trasformata in B.P. Radio, poi in Radio Vega Television per specializzarsi in apparecchi televisivi – Brion intuì il potenziale di quei nuovi elettrodomestici che portavano nelle case degli italiani i messaggi della nuova cultura di massa e, dopo il 1959, aprì i suoi prodotti al design industriale.

Operò un’integrazione orizzontale e verticale del processo produttivo che coinvolgeva la soluzione tecnica assieme al design dell’involucro (grazie al contributo di Marco Zanuso, Richard Sapper, i fratelli Castiglioni e poi in seguito Mario Bellini e Ettore Sottsass) e alla comunicazione dello stesso grazie alla grafica di Massimo Vignelli. Prima della Brionvega gli apparecchi elettronici come la televisione e la radio erano concepiti come anonime scatole funzionali. La nuova visione proposta dall’approccio collegiale di Brion introdusse materiali innovativi, come le plastiche colorate (ABS) e i metalli pressofusi, ma anche forme scultoree e colori primari. Gli oggetti divennero esteticamente piacevoli da ogni angolazione, superando la tradizionale visione frontale.

Non erano solo docili carrozzerie che s’incurvavano e si inclinavano come i televisori Doney del 1962 (il primo televisore portatile a transistor prodotto in Europa) e Algol del 1964 ma anche scatole magiche che si aprivano come la radio cubo TS502 del 1964 e veicoli su ruote come il radiofonografo su ruote RR 126 del 1965. Con la loro leggerezza diventavano paesaggi mobili all’interno dello spazio domestico ed erano capaci di creare successivi riferimenti visivi riconoscibili e mutevoli allo stesso tempo. In qualità di portatori dei messaggi della nuova comunicazione immateriale, le televisioni e radio Brionvega integrarono l’industrial design con la rivoluzione del costume degli anni del boom economico e divennero parte dell’identificazione con i modelli della cultura di massa. Se Brion aveva imparato la formula di Adriano Olivetti (da lui conosciuto nel 1960), “tutto è comunicazione”, i suoi elettrodomestici la estesero ad una dimensione collettiva prima sconosciuta.

L’integrazione, Brion cercò di estenderla anche all’architettura e al paesaggio. Lo stabilimento Brionvega di Casella d’Asolo, progettato dal Marco Zanuso nel 1965 e circondato da un parco disegnato da Pietro Porcinai voleva essere parte di un più largo piano urbanistico che integrava lo stabilimento produttivo con il centro storico e il territorio agrario circostante. L’invenzione del pilastro-solaio al centro di successivi padiglioni ideato da Zanuso lasciava il perimetro della fabbrica aperto con grandi vetrate sul verde circostante illuminando lo spazio lavorativo con grandi superfici vetrate.

Se il paesaggio era apertura nello stabilimento, esso venne racchiuso all’interno di un recinto nella tomba commissionata a Carlo Scarpa da Ennio e la madre Onorina a San Vito di Altivole dopo la prematura scomparsa del padre Giuseppe nel 1968. Invece di un singolo oggetto, la tomba divenne un locus solus (come la descrisse Philippe Duboy nella sua recensione del 1975 su “L’Architecture d’Aujourd’hui”, citando Raymond Roussel), un giardino conchiuso dove possono avvenire inedite metamorfosi e dove può instaurarsi un dialogo tra manufatti diversi che invitano alla meditazione sulla memoria.

Terminata l’avventura Brionvega con la cessione alla Seleco nel 1992 a causa della crisi del settore dell’elettronica iniziato già negli anni Ottanta, Brion si reinventò come committente e promotore di architetture di qualità che, con la stessa poliedricità, integrano più specialità e progettisti. In qualità di presidente degli Amici di Brera nel 1986 invitò James Stirling e Michael Wilford a riprogettare Palazzo Citterio a Milano come estensione dell’adiacente pinacoteca a creare la “Grande Brera”, un nuovo polo museale esteso all’intero isolato urbano.

Il progetto, interrotto e insabbiato in ritardi amministrativi (sarà finito solo nel 2024 in una versione modificata più volte), proponeva una promenade architecturale tra diversi manufatti, in parte affioranti in parte interrati, di cui rimangono imponenti frammenti ipogei.


Il recupero delle ex aree Lancia e Alfa Romeo al Portello a Milano, promosso da Brion assieme alla Iper di Marco Brunelli da metà degli anni Novanta con il piano urbanistico di Gino Valle e l’invito a sviluppare diversi lotti a più progettisti (lo stesso Studio Valle e poi Guido Canali, Cino Zucchi e Charles Jencks) fu impostato come un lavoro collettivo e di collaborazione tra pubblico-privato: fu, infatti, il primo Programma Integrato d’Intervento attuato in Italia.

All’interno dello sviluppo del Piano venne garantita la continuità tra progetto urbanistico e sviluppo architettonico dei singoli comparti che lo componevano: Iper vendette i lotti a singoli sviluppatori con il vincolo dei progetti e i progettisti architettonici nel rispetto delle premesse del piano. La piazza principale (poi intitolata a Gino Valle) e il parco furono invece ceduti come standard al Comune di Milano garantendone la presenza nei principali luoghi collettivi.

Il piano del Portello prevede una serie di spazi e di percorsi pubblici che collegano pedonalmente le diverse parti del sito. Questi sono una grande piazza inclinata a ventaglio circondata da tre edifici ad uffici posta di fronte all’edificio esistente della ex Fiera di Milano, la passerella pedonale che sovrappassa Viale Serra, un grande parco urbano bordato da zone residenziali e la piazza dell’aggregato commerciale coperta da una grande pensilina trapezoidale che chiude la sequenza. Lo spazio pubblico e il movimento pedonale sono i principi insediativi che collegano parti diverse e non le isolano mai in sé stesse. È forse l’unico grande progetto di riconversione urbana attuato a Milano che crea un effetto città senza legarsi a modelli di sviluppo intensivi ma dialogando con le preesistenze e con la storia dell’architettura milanese. In esso si integrano architettura, paesaggio e arte pubblica con la scritta cancellata di Emilio Isgrò sulla Piazza Gino Valle e i numerosi interventi di Jencks nel parco.

Ennio Brion era anche amante e collezionista d’arte. La casa della madre Onorina nel grattacielo di Via Turati e il suo appartamento di Via Fiori Oscuri erano i luoghi dove si alternavano successive acquisizioni. Con la ristrutturazione di un edificio storico in Via Cappuccio grazie al progetto di Gae Aulenti, Brion creò un insediamento di più miniappartamenti contenuti nella stessa casa che giocava sull’alternanza tra identità e differenze permettendogli di ambientare più oggetti artistici. La sua passione per l’arte non si limitò al collezionismo privato: nello scorso decennio partecipò alle iniziative della Fondazione Carriero nel Palazzo Parravicini in via Cino del Duca proponendo mostre che ponevano in relazione due artisti come, tra altre, il dialogo inedito tra Sol LeWitt e Rem Koolhaas nel 2017. Come in altri contesti, Brion faceva incontrare persone diverse e offriva al pubblico la qualità del progetto.

L’ultimo gesto prima di morire è stato, infatti, la donazione al FAI del Cimitero a San Vito di Altivole per garantirne continuità e comunicazione collettiva.

Immagine di copertina: un ritratto di Ennio Brion 

 

A margine

Sulla figura di Ennio Brion riceviamo e pubblichiamo un secondo ricordo, personale e scritto da Guido Pietropoli.

Ennio Brion è mancato martedì 24 marzo. Il mio ultimo incontro è del novembre 2024 nella casa di Cortina d’Ampezzo, una casa piena di tutto: opere d’arte moderna, pezzi d’antiquariato, sculture, tessuti antichi, disegni, prototipi di oggetti di design… Ma soprattutto popolata da alte e instabili cataste di libri che s’innalzavano dal pavimento, sorta di stalagmiti che crescevano di giorno in giorno a testimoniare un insaziabile interesse per l’arte, la letteratura e l’architettura. Ero stato a Milano nella primavera del 2015; Ennio Brion mi aveva ricevuto nei suoi uffici poi, la seconda volta, a Cortina nello studio in basso che si raggiunge dalla ripida scala del soggiorno. Mi chiese d’interessarmi, anzi di prendermi cura della tomba di San Vito che era si avviata a un lungo declino e che lui desiderava risorgesse. Accettai con molte palpitazioni; il complesso scarpiano era a quell’epoca davvero delabré, non potevo rifiutarmi di prendermi cura dell’opera del Professore io che, appena laureato, avevo visto nascere la tomba negli anni Settanta. Brion mi disse che quella sarebbe stata la sua casa; accondiscesi alle richieste di un uomo di cultura tanto illuminato. Mi parlò di Adriano Olivetti che egli considerava la sua stella polare per quanto era riuscito a fare per il design italiano e la promozione della cultura industriale. Mi raccontò che i suoi genitori avevano lungamente ragionato sul fatto che gli strumenti per la diffusione sonora e le immagini erano entrate nel paesaggio domestico senza portare alcun contributo e per questo si presentavano come oggetti accettabili solo quando erano in funzione; alla fine si trattava di brutte scatole accolte nel paesaggio domestico solo quando erano funzionanti e per questo la famiglia Brion riunì attorno a sé un gruppo di architetti che hanno prodotto una serie indimenticabile di oggetti che sono stati accolti nell’intimità delle famiglie italiane e di tutto il mondo prima ancora di venire esposti in una sezione iconica del MOMA di NYC e in molti musei d’arte moderna di tutto il mondo. Mi raccontò del primo incontro con Carlo Scarpa alla Triennale di Milano del 1960 dove il Professore stava allestendo la mostra di F.Ll. Wright; Scarpa lo ascoltò a lungo poi disse “tu sei posseduto da un fuoco sacro”. Si incontrarono molte volte a Venezia e Milano sempre con la speranza sottaciuta di poter condividere un tema che li coinvolgesse; non poteva essere un edificio industriale né un’abitazione che Scarpa avrebbe chiamato albergo per contrapporlo alla tomba, unica vera casa per lui e per gli antichi egizi. Giuseppe Brion morì molto giovane; il figlio Ennio e la moglie Rina (Onorina come la Signora Scarpa) si fecero carico di realizzare il sogno del padre cioè un edificio interamente progettato dal Professore. Milano o San Vito? San Vito era il luogo di nascita dei Brion, il paesaggio è dolcissimo ed è ai piedi dei colli asolani molto amati dal Professore. Ho cercato di raccontare la genesi di questa architettura assolutamente fuori dal tempo e come tale senza tempo, come si addice all’ultima dimora. Più di cinque anni di lavoro paziente mi hanno permesso di leggere e comprendere molte delle intenzioni poetiche dell’architetto; ho accolto questa architettura come il lento prodotto dell’anima di un poeta che ha ascoltato profondamente sé stesso e le radici della sua cultura. Confesso che cinquant’anni fa non avevo còlto il senso del muro inclinato; ora lo leggo chiaramente come l’epifania, l’emersione del tumulus il cui è sigillo s’ è dischiuso per mostrare un mondo altro, una sorta di affioramento dei campi elisi che consentono percorsi nella memoria affinché le persone e le morte stagioni ritornino a dare senso al vagare quotidiano. Ennio Brion era molto preoccupato che quest’opera delicata cadesse in rovina; si tranquillizzò anno dopo anno, mano a mano che raccoglieva commenti positivi sulla nuova vita del memoriale. Non pose mai limiti a quanto era necessario per il lavoro e mi trattò sempre con cortesia e stima. Ciascuno vede in un’opera d’arte la riverberazione dei significati che lo abitano e lo commuovono. Non ho mai parlato con Ennio Brion del complesso di San Vito ma quando gli inviai il mio scritto “Carlo Scarpa 1968/78. Quasi un racconto” sorrise e annuì con la testa poi disse: “tutto è davvero avvenuto così”.

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Tag: , , , , Last modified: 1 Aprile 2026