Geza Architettura: un bilancio dei primi 20 anni di attività

by • 18 Luglio 2019 • Interviste1707

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Un dialogo a tutto tondo con Stefano Gri e Piero Zucchi, autori della nuova sede di Pratic, l’azienda di Dino ed Edi Orioli a Fagagna (Udine) al centro della seconda monografia della collana “Radiografia del contemporaneo”

 

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1999 – 2019: sono passati venti anni dalla fondazione dello studio. Quale “bilancio” vi sentite di fare?

Dieci anni di lenta crescita, nove anni di profonda crisi, uno di netto miglioramento. È il momento di crederci e crescere, ma non il momento di fare bilanci.

Questa sintesi estrema racconta le condizioni al contorno, ma esistono anche delle letture positive di questi anni.

Per esempio all’interno dello studio – durante la “resistenza” dopo il 2008 – si è rafforzata la consapevolezza della qualità raggiunta e costante nel nostro approccio al progetto e alla sua realizzazione. Oggi il nostro lavoro è riconosciuto per il rigore e per la precisione, è largamente pubblicato sui media di tutto il mondo ed è il momento di raccontare il valore della nostra “sintesi di idee, bellezza e funzionalità”.

 

La leggibilità della struttura, il design dei dettagli tecnologici, la prefabbricazione sono temi che ricordano la migliore architettura strutturalista di stampo anglosassone a cui voi unite una raffinata estetica minimalista. Un’architettura che richiede integrazione tra architettura e ingegneria e collaborazione con l’industria. Come valutate lo stato di avanzamento dell’industria italiana (specialmente per la produzione di prefabbricazione pesante) e, non ultimo, delle maestranze in cantiere?

L’industria italiana delle costruzioni ha grandi qualità e competenze. Non a caso negli USA e in Canada molte imprese di origine italiana si sono affermate nella realizzazione di complesse opere di ingegneria e architettura, costruendo infrastrutture, ponti, grattacieli ed edifici pubblici. Alcune addirittura sono affermate a livello mondiale.

Per quanto riguarda la prefabbricazione, molte aziende in Italia non hanno resistito alla crisi degli anni scorsi. Quelle rimaste, per la nostra esperienza, hanno sviluppato la ricerca sui sistemi strutturali e fondazionali, ma non hanno seguito lo stesso percorso per i sistemi di finitura. Ovviamente è un’evoluzione naturale durante una crisi, ma pensiamo debba essere considerato un aspetto fondamentale.

 

La monocromia e la tendenza a utilizzare colori puri come il bianco e il nero sono temi della vostra architettura. Quali sono i motivi che determinano queste scelte?

L’architettura, pur non potendo escludere né ignorare logiche ingegneristiche o economiche, può nello stesso tempo tendere all’astrazione formale, per esempio alle relazioni con il contesto non necessariamente contenute nel tema funzionale di partenza.

Partendo dal basso, da un problema specifico e “prosaico” si può tendere a una dimensione astratta e intangibile.

Per noi l’uso di colori puri è la ricerca di astrazione, per raggiungere un “infinito senza tempo”. Il bianco e il nero tendono a definire chiaramente i rapporti tra le forme e i volumi, anche in relazione con il contesto.

Per esempio i grandi volumi industriali “vestiti” di nero si integrano perfettamente quando sono in relazione al paesaggio naturale.

In ogni caso il nero in architettura ha moltissime sfumature, definisce relazioni fra superfici opache e lucide, permette grandi assorbimenti della luce e grandi riflessioni, intense profondità e leggere specchiature.

Infine la monocromia fa parte della volontà di chiarezza dei nostri lavori, in cui i materiali vengono normalmente utilizzati nella loro natura più pura. I colori vengono assicurati dal colore naturale del materiale – un marmo può essere rosso, un legno ambrato – e dalle viste esterne, come ad esempio il colore verde del paesaggio agricolo che pervade gli uffici della Pratic.

 

Un ulteriore tema è la rigorosa essenzialità delle forme che acquistano grande presenza nel paesaggio. Potete spiegarci da cosa nasce l’interesse per questo linguaggio geometrico puro?

L’architettura deve tenere insieme diverse “scale” di lettura, dalle viste dalla strada a 100 km all’ora fino ai dettagli dei serramenti che saranno utilizzati dalle persone ogni giorno.

In particolare i progetti per l’industria hanno una dimensione sufficiente a confrontarsi con il territorio e con il paesaggio. È un campo che permette di ragionare con il rapporto tra artificio e natura, fra figura e sfondo.

L’architettura diventa topografia, come in alcuni progetti di Álvaro Siza – la piscina di Leca da Palmeira – e soprattutto i grandi lavori di Landart degli anni sessanta e settanta. Da quel mondo abbiamo imparato che le figure geometriche di grande dimensione – quando sono gesti semplici ed essenziali – sono ancora la risposta più radicale e poetica alla ricerca di relazioni fra territorio e intervento umano a questa scala.

Si tratta della ridefinizione di gesti semplici: orizzontale e verticale, ripetizione e ritmo, luce e ombra, linea retta e linea curva, segni colorati e segni neutri che ristabiliscono un sistema di misura del territorio. Diventano coordinate attraverso cui viene prima rilevata e poi rivelata la forma del mondo.

Inoltre, aderendo a quello che l’ingegner Silvano Zorzi pensava delle infrastrutture a scala territoriale, “tali opere devono inserirsi nell’ambiente nel modo meno prepotente possibile; tuttavia sotto la specie di Opere Permanenti, non soggette a momentanei stili architettonici o a mode capricciose; eseguite con la tecnologia del momento, ma parere fuori dal tempo”.

 

L’architettura per l’industria non ha ancora in Italia una committenza diffusa e resta un ambito per l’alta fascia di settore. Come nasce il coinvolgimento con Pratic e come si sviluppa il rapporto con Dino ed Edi Orioli?

In realtà in Italia esiste un’importante tradizione di progetti industriali di alta qualità. Non mancano esempi positivi di attenzione alla relazione fra architettura industriale e contesto in cui è inserita, dalle intuizioni di Adriano Olivetti ai lavori di Gino Valle, al Chilometro Rosso di Jean Nouvel, solo per citarne alcuni. Questi edifici sono diventati rappresentativi per il territorio in cui si inseriscono, sia per la loro immagine simbolica (qualità dell’ambiente di lavoro e benessere sociale) sia per l’attenzione che chi li ha progettati ha riservato all’inserimento nel territorio. Ecco, la Pratic è anche questo.

Il rapporto con Dino e Edi Orioli funziona perché committenti e architetti credono negli stessi valori: semplicità ed efficienza.

Così, nel rispetto delle singole competenze, l’architettura viene costruita attraverso un processo di impegno e coinvolgimento di committenti e architetti allo stesso tavolo, con approfondimenti fino al dettaglio. In questo modo l’edificio diventa un luogo di lavoro e un contributo al paesaggio allo stesso tempo. Un tema inizialmente funzionale tende così ad una qualità astratta e poetica.

 

Molti i virtuosismi del progetto Pratic, come la trave a sbalzo di 80 m di lunghezza, la linea esatta del colmo dei volumi che ha richiesto di nascondere gli impianti. Quanto è difficile il controllo del processo per ottenere questi risultati?

Il processo richiede un controllo assolutamente continuo. Prima di tutto perché le persone coinvolte nella produzione di un edificio sono molte, con professionalità diverse e volontà diverse che non sempre vanno nella stessa direzione. E poi perché ogni fase di lavoro tende a “dimenticare” quella precedente. Solo l’architetto ha la visione completa del risultato finale prima di averlo realizzato, e ha un ruolo fondamentale di “regia” dal primo all’ultimo giorno dei lavori. È fondamentale cambiare continuamente punto di vista, “zoomando” dal grande al piccolo e viceversa, senza dimenticare alcun passaggio.

 

Pratic 1 è caratterizzato da pannelli scuri che si alternano con texture diverse a cui si aggiungono i pannelli cangianti di Pratic 2. Con quale logica avete scelto la seconda soluzione di pannelli?

Il tema del “raddoppio” in aderenza di un edificio già noto è un progetto complesso.

La prima Pratic, nera e materica, sembrava uscire dal terreno, vulcanica, e radicava l’edificio nel luogo; la seconda, sempre nera ma riflettente e cangiante, riflette il paesaggio e la luce restituendo immagini sempre diverse. All’inizio si trattava di mettere radici, di colonizzare un luogo nuovo, mentre nella seconda parte l’architettura cambia pelle e trova una relazione più leggera con il paesaggio, non solo con la terra ma anche con il cielo.

In ogni caso l’intero insediamento presenta alcuni elementi comuni, il sistema delle aperture verticali, sempre uguali, e il disegno degli “argini” che lo incastonano nel paesaggio agricolo circostante.

 

La sostenibilità è parte integrante della vostra progettazione. Potete parlarci delle difficoltà di questa integrazione e di cosa rappresenta per voi?

La sostenibilità oggi è diventata un importante argomento di comunicazione, e quindi si presta ad essere equivocata o abusata. Inoltre viene spesso ridotta a una semplice questione di risparmio energetico ma è un tema fondamentale che va affrontato in modo scientifico e soprattutto deve riguardare tutti gli aspetti del progetto.

Per esempio, la qualità percepita dalle persone (all’interno e all’esterno di un edificio) è un argomento che riguarda la sostenibilità, e anche l’approccio al progetto delle strutture: un metodo di calcolo che ricerca la leggerezza della struttura e permette, attraverso l’approfondimento di un’attività intellettuale, un consumo minore di acciaio e calcestruzzo.

Per noi quindi non è solo un tema energetico, ma è legato al buon costruire e alla qualità della vita delle persone. Ultimamente anche il mondo delle certificazioni internazionali ha intrapreso questa strada. Alla certificazione Leed (che verifica i parametri di qualità della costruzione) si è aggiunto il protocollo Well, che valuta il tipo di ambiente interno generato. Così il fruitore interno può essere rimesso al centro del progetto.

 

Come giudicate la qualità dell’architettura contemporanea in Italia rispetto al contesto europeo?

La relazione fra il patrimonio culturale italiano e il territorio in cui si inserisce è così complessa e articolata che rende impossibile il confronto con altri paesi. In ogni caso, in questo periodo l’architettura italiana sta dando prova di grande creatività e di grande eleganza progettuale, mettendo in evidenza come la sua storia eclettica – che altri paesi non hanno – sia un grande valore.

 

Potete dirci qualcosa dei lavori che occupano lo studio in questo momento?

Geza Architettura sta lavorando principalmente sull’architettura del luogo di lavoro, sia per la realizzazione di nuovi edifici sia per la ristrutturazione e reinterpretazione di edifici esistenti. Dare nuova vita e un nuovo carattere agli edifici produttivi esistenti è un settore in cui ci sarà molto da fare in futuro. Stiamo lavorando in molte regioni italiane, con clienti italiani e stranieri. Crediamo che il progetto per l’architettura industriale sia una grande occasione per ripensare al binomio architettura /natura, rimettendo l’uomo al centro.

 

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