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Arianna PanarellaWritten by: Mosaico Progetti

Fondazione Rovati, un viaggio attraverso l’arte, l’architettura e il tempo

A Milano, visita al nuovo museo nel palazzo storico ripensato da Mario Cucinella Architects per far dialogare arte etrusca e contemporanea

 

MILANO. Il capoluogo lombardo, che negli ultimi anni ha visto crescere la sua offerta culturale, si arricchisce di un nuovo luogo d’attrazione: il museo d’arte della Fondazione Luigi Rovati, un nuovo polo culturale dedicato all’archeologia ma non solo.

A pochi passi dalla Galleria d’Arte Moderna e dal Padiglione d’Arte Contemporanea, lo storico palazzo di corso Venezia, da sempre privato, è stato abilmente trasformato in un nuovo parterre per la città. L’importante progetto di riqualificazione è firmato dallo studio MCA – Mario Cucinella Architects che, oltre al recupero architettonico del palazzo dell’Ottocento, ha concepito l’ampliamento e il disegno degli interni e degli allestimenti. I nuovi spazi museali sono stati pensati nel rispetto dell’edificio preesistente e vanno a integrarsi mediante l’ampliamento del primo piano interrato (sotto il giardino), che ospita lo spazio espositivo, e la realizzazione di un secondo livello ipogeo dedicato al deposito delle opere e all’impiantistica (l’edificio è in corso di certificazioni Leed, il livello previsto è Silver).

Due piani espositivi e più di 250 opere che portano il visitatore alla scoperta dell’arte etrusca in dialogo con quella contemporanea. Un racconto per opposizioni e contiguità, dal piano ipogeo a quello nobile, dove l’esperienza fruitiva non è solo quella legata ai reperti e alle opere esposte, ma anche gli spazi architettonici.

 

Nell’ipogeo, 3 sale circolari e 1 ellittica

Il piano ipogeo è composto da tre sale circolari e una grande ellittica. Questo spazio in penombra è avvolto da 30.000 conci di pietra serena che, disegnati uno ad uno, in maniera continua e sinuosa avvolgono tutto lo spazio, fluido, scavato, ispirato alle tombe di Cerveteri, tra le poche architetture etrusche giunte a noi. Uno spazio espositivo dove i preziosi reperti sembrano contestualizzati nel loro ambiente.

Il visitatore si muove in un’atmosfera soffusa, sotto le suggestive cupole in pietra che accolgono teche triangolari in cristallo che espongono grandi vasi, ex voto, piccoli bronzi etruschi accanto a opere contemporanee di William Kentridge, Lucio Fontana e Arturo Martini. Sebbene la collezione privata a disposizione sia ricca, si è elegantemente scelto di esporre pochi pezzi che verranno poi cambiati a seconda delle tematiche definite dal nutrito calendario del museo, per rendere quanto più aperta la collezione alla collettività.

Nella grande sala ellissoidale i reperti esposti parlano della vita quotidiana degli etruschi (la casa, la bottega, il mare), sempre in “contrasto” con capolavori più recenti come il vaso di Pablo Picasso che ripropone l’immagine del banchetto etrusco.

Uno spazio appartato ospita la sezione “Cercare il bello”, in cui piccoli cubi di cristallo racchiudono gioielli, monili etruschi e oggetti preziosi, come la testina di donna in bronzo dorato di Alberto Giacometti e il simbolo del museo, il guerriero Cernuschi, un raffinato bronzo votivo etrusco. Progettata pensando ai bambini, la Children’s room, dedicata ai laboratori didattici, sarà anche molto amata dagli appassionati di architettura perché svela attraverso una grande vetrata la struttura di sostegno che si nasconde dietro le cupole in pietra.

 

Al piano nobile, tra restauri e nuovi cromatismi

Dall’ipogeo la visita prosegue al primo piano dello storico palazzo. Dalle boiserie alle porte dorate, dai pavimenti ai camini in marmo, fino alle alte specchiere settecentesche del corridoio, tutti gli ambienti sono stati perfettamente recuperati, restaurati e ridisegnati, apportando anche degli elementi di contemporaneità attraverso il colore. Interessante infatti lo studio approfondito degli impatti cromatici e dei dettagli, che favorisce il dialogo fra archeologia e arte contemporanea, offrendo al visitatore diversi stimoli visivi.

Anche in questo caso, come nel piano precedente, opere come la tela The Etruscan Scene: Female Ritual Dance (1985) di Andy Warhol, le polaroid della serie Etruschi (1984) di Paolo Gioli, i disegni e gli acquarelli di Augusto Guido Gatti (1863-1947), testimonianze delle pitture rinvenute nelle tombe di Tarquinia, s’integrano con la serialità dei buccheri etruschi racchiusi nelle vetrine. Il percorso prosegue nelle altre sale, dove artisti contemporanei – Luigi Ontani, Giulio Paolini, Francesco Simeti, Marianna Kennedy – concepiscono opere che abitano spazi popolati da sculture e reperti etruschi.

 

Gli spazi per la ricerca e il giardino

La Fondazione sviluppa in parallelo e in integrazione alle attività espositive quelle di ricerca e studio. In quest’ottica sono stati progettati servizi e spazi come la sala studio al secondo piano interrato che accoglie l’intera collezione della Fondazione. Un piano riservato esclusivamente a esperti e ricercatori che, in occasioni particolari, potrà essere aperto al pubblico.

Gli altri piani dell’edificio sono destinati alle funzioni connesse all’attività museale come gli uffici, la sala studio, la sala conferenze, gli spazi adibiti alle esposizioni temporanee e la grande hall, una “piazza” sempre accessibile in cui si trovano la biglietteria, lo shop museale, nonché il caffè-bistrot con l’ingresso al ristorante gastronomico dello chef Andrea Aprea all’ultimo piano (entrambi su progetto di Flaviano Capriotti Architetti), e il giardino con il padiglione espositivo.

Situato nel cortile interno, quest’ultimo rappresenta il terzo macro intervento che ha trasformato un’area verde privata in uno spazio pubblico fruibile in modo indipendente dal museo. Vi si trova anche un piccolo padiglione che ospita piccole rassegne temporanee. In questo momento è in mostra il racconto, con fotografie e cronologia, del cantiere e del lungo processo di realizzazione del museo iniziato nel 2015.

L’edificio, nelle sue articolazioni, è un viaggio attraverso l’arte, l’architettura e il tempo. Riduttivo definirlo quindi un museo archeologico, perché attraverso un percorso avvolgente ci porta nel mondo delle arti e del saper fare.

Immagine di copertina: Piano ipogeo, Vivere in città (foto di Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati)

 

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Last modified: 29 Settembre 2022