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Scritto da: Progetti

I GIORNALI DEL GIORNO DOPO

Ho avuto l’impressione che molti architetti da ogni parte del mondo stiano cercando di ritornare alle origini. Non per ricondurci a una qualche epoca austera, ma per aiutarci a riflettere su come si possa davvero fare di più con meno […]. La Biennale vuole stimolare la nascita di nuove idee architettoniche in un’epoca di ristrettezze economiche, paure ambientali e, nonostante questo, opportunità smisurate […]. A conferma di questo, mentre entravo nelle gigantesche Corderie, un gruppo di architetti giapponesi era alle prese con la costruzione di una casa quasi inesistente […]. L’abitazione che Junya Ishigami e i suoi colleghi stavano edificando è fatta di ciò che sembrerebbero essere fili finissimi di acciaio. Era come se quei diligenti architetti stessero innalzando una delle città invisibili di Italo Clavino, dando forma a una struttura che potrebbe essere tanto reale quanto immaginaria […]. A fianco si trovava un’installazione intitolata «Cloudscapes» dove i visitatori salivano lungo fragilissime rampe di acciaio addentrandosi in una nuvola creata artificialmente. La nuvola non è una novità – fu già presentata dallo studio newyorkese Diller + Scofidio sulle sponde del lago Neuchâtel in occasione dell’Esposizione
Nazionale Svizzera del 2002 – eppure qui, camminando con la testa tra le nuvole nel chiuso di un edificio, l’atmosfera si fa meravigliosamente sognante […]. Oppure si può semplicemente guardare come intontiti la scintillante bellezza stroboscopica di «Your Split Second House» dell’artista danese Olafur Eliasson che ha creato uno spazio cavernoso e buio dove schiocchi di frusta e spirali d’acqua si presentano davanti al visitatore avvolgendolo e suggerendo strutture elettrizzanti
che non potranno mai esistere davvero e che scompaiono prima ancora che gli occhi abbiano registrato le loro forme incerte. Queste installazioni […] sono, a parer mio, estremamente efficaci […] sono esempi di bellezza, un modo per farci aprire gli occhi e capire quale potenziale potrebbero avere l’architettura e gli spazi da essa creati se solo potessimo pensarli liberamente.
Un team di architetti, ingegneri e musicisti spagnoli guidati da A ntón García-Abril e dall’Ensamble Studio ci suggeriscono che è solo una questione di equilibrio. La loro installazione è costituita da due enormi travi di cemento che occupano l’intero spazio della sala delle Corderie. Queste sembrano tenute ferme da una roccia e da una molla che ci ricordano che siamo drammaticamente in bilico su una labile linea di confine tra un futuro positivo e l’autodistruzione.
[…] Quest’anno, l’idea di lanciare temi e messaggi forti ma al tempo stesso semplici ha caratterizzato l’intera mostra […]. Il Leone d’Oro per il miglior padiglione nazionale è stato assegnato al Regno del Bahrain […]. La toccante esposizione di questo paese mette in scena una cultura locale fatta di capanne elementari ma belle, cultura che sta velocemente scomparendo in un angolo di mondo dominato dall’ampollosità architettonica. In un’atmosfera di austerità, il padiglione belga invece mostra frammenti di tessuto presi da uffici usurati, con l’intento di sottolineare la nozione di durevolezza e gli effetti del consumo e del decadimento […]. L’olandese presenta modelli di edifici vuoti per rappresentare la folle mostruosità dello spreco edilizio […]. L’ungherese si presenta come un labirinto di matite colorate di un giallo brillante che pendono dal soffitto appese a fili di cotone […]. Il messaggio è che, per quanto innegabilmente ingegnoso, il design assistito dal calcolatore non è riuscito a renderci più felici né più umani. La forza ispiratrice degli edifici che più ci colpiscono rimane ancora il progetto fatto a mano. «Che cosa rende una città vivibile?», si chiedono invece i danesi. Dietro uno striscione giallo su cui compare questa domanda perenne si trova un distributore automatico di birra Carlsberg che, immagino, offra la risposta, specialmente in un’estate veneziana calda e appiccicosa quanto colla liquida […]. Se i finlandesi ci chiedono di «stare con gli elementi» e «vicini alla natura», gli austriaci vorrebbero che conservassimo qualcosa dell’innocenza della fanciullezza proponendo diversi modelli per il centro cittadino come uno fatto di fiori o uno dominato da un edificio a forma di tigre. La presentazione del Regno Unito è più oscura. La speranza che in futuro impareremo a rispettare la natura di Venezia tanto quanto abbiamo saputo amare la sua cultura e la sua architettura nel passato è rappresentata, tra le altre cose, da passaggi tratti da «Le pietre di Venezia» di Ruskin e da un modello in legno dello Stadio Olimpico attualmente in costruzione a Londra […]. Con un tocco leggero e al tempo stesso inconfondibile, Kazuyo Sejima è riuscita a dar vita a un evento che tratta questioni importantissime pur continuando a deliziarci con installazioni che evocano sentimenti profondi e atmosfere magiche ben lontane dal mondo privo di umorismo
della «rigenerazione urbana» e dell’inutilità architettonica.

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Last modified: 14 Luglio 2015