A margine del Congresso UIA 2026 di Barcellona riflessione di Blanca Pujals sugli impatti geopolitici delle scelte architettoniche. Nuovi vocabolari per il progetto: attivisimo, comunità, urban mining, responsabilità, consapevolezze
Tendiamo a considerare i dispositivi e gli elementi progettuali come artefatti tecnici neutri, e quindi a presumere che le questioni politiche riguardino esclusivamente il modo in cui vengono utilizzati.
Eppure questi artefatti sono spesso, per la loro stessa conformazione progettuale e materiale, capaci di consentire o limitare azioni e comportamenti specifici, e di favorire determinati interessi rispetto ad altri. Comprendere la realtà materiale della nostra tecnologia ci aiuta a rispondere alle esigenze tecniche ed ecologiche contemporanee.
Le superfici dei nostri strumenti tecnici non sono né immateriali né neutre: sono piuttosto strati sedimentati, registrazioni stratigrafiche della geopolitica globale.
Minerali, agenti attivi
Nel campo dell’architettura e dell’urbanistica, le tecnologie per la mitigazione del cambiamento climatico e per la transizione energetica introducono trasformazioni socio-materiali direttamente nel processo progettuale, intrecciando relazioni umane, culturali e politiche con gli oggetti, gli spazi, le infrastrutture e i materiali che le rendono possibili.
Ciò che dà forma ai nostri progetti, edifici, città e infrastrutture è indissolubilmente legato alla loro dimensione materiale che ne attraversa l’intero ciclo di estrazione, produzione e smaltimento. In questo contesto, le terre rare (rare earth elements), essenziali per lo sviluppo tecnologico e per la transizione verso le energie rinnovabili, sono anche agenti attivi della geopolitica globale contemporanea e dei conflitti ambientali.
Lo sviluppo della tecnologia odierna ha generato una domanda senza precedenti dei cosiddetti “minerali di transizione” o “minerali critici”: litio, cobalto, coltan, rame e altri elementi delle terre rare. Sono elementi spazialmente ubiqui ma strutturalmente invisibili. Le terre rare sono una serie di 17 metalli insostituibili nell’industria tecnologica odierna per il loro ruolo fondamentale nel miglioramento di schermi e velocità dei dispositivi elettronici, ed essenziali anche per i progressi nella tecnologia militare, nei semiconduttori, nelle batterie e nelle tecnologie per le energie rinnovabili.
Sono in realtà relativamente abbondanti nella crosta terrestre, ma vengono definiti rari perché è difficile trovarli in forma pura ed estrarli senza costi ambientali e sociali significativi. Le attività di estrazione e lavorazione possono causare distruzione degli habitat, erosione del suolo e contaminazione di acque e sottosuolo con metalli pesanti e scorie radioattive.
Filiere (e comunità) fragili
Nell’architettura e nella pianificazione urbana contemporanee, le terre rare sono fondamentali per la sostenibilità e l’efficienza energetica: esse sono integrate strutturalmente nei sistemi di illuminazione, nei dispositivi, nei sistemi energetici e nelle finiture dei materiali avanzati di edifici, città e infrastrutture.
Il ruolo dominante della Cina come principale produttore ed esportatore mondiale è iniziato nei primi anni Ottanta. Il fatto che l’estrazione e la lavorazione di questi materiali siano concentrate in pochi paesi rende le loro filiere estremamente vulnerabili dal punto di vista geopolitico, creando una dipendenza da parte dei settori tecnologico e della difesa di altre nazioni. Le terre rare stanno quindi diventando uno strumento di pressione politica e di intervento estero, ridisegnando alleanze e conflitti globali.
Questi conflitti si intrecciano con le lotte locali, dove la retorica della necessità strategica spesso maschera rischi ambientali a lungo termine ed espropriazioni socio-territoriali. Anche in Spagna, i progetti proposti per l’estrazione di terre rare hanno incontrato la resistenza delle comunità locali, degli scienziati ambientali e della società civile, a causa delle minacce agli ecosistemi protetti, alle risorse idriche e ai terreni agricoli.
I progetti estrattivi vengono spesso presentati come necessità strategiche, eppure alle comunità locali e rurali raramente viene offerta un’opportunità reale di partecipazione, anche quando queste si fanno sentire attraverso proteste, ricorsi legali, denunce formali e azioni di advocacy politica.


Giacimenti inaspettati
La riapertura di progetti minerari a sostegno dello sviluppo digitale e verde implica una situazione paradossale che incarna una netta contraddizione. Questi progetti si sviluppano in regioni periferiche, dove i mezzi di sussistenza e le pratiche culturali sono profondamente legati alla terra, e dove le comunità si trovano ad affrontare non solo vulnerabilità idriche ed ecologiche, ma anche impatti sociali e territoriali di più ampia portata.
Promuovere la transizione verso un’architettura sostenibile meno dipendente dalle terre rare e da altri minerali critici richiede approcci che comportino la riduzione della domanda energetica attraverso la progettazione passiva, l’incentivazione dei principi dell’economia circolare che danno priorità al riciclo e l’orientamento verso la diversificazione tecnologica, attraverso la combinazione di sistemi a basso impatto.
Parallelamente a questi interventi, cresce il potenziale del recupero di materiali da demolizioni e ristrutturazioni attraverso il cosiddetto urban mining (estrazione urbana), un approccio che invita a guardare le città non più come meri consumatori di risorse, bensì come giacimenti di materiali che sono già stati estratti, lavorati e impiegati in prodotti, infrastrutture ed edifici, e che potrebbero rientrare nel ciclo produttivo.
Sebbene sia una pratica ancora poco sviluppata, che si scontra con ostacoli cronici, tra cui gli elevati costi di smantellamento, le discrepanze normative e l’eterogeneità della capacità di lavorazione secondaria, questo approccio potrebbe allentare la pressione sull’estrazione primaria e contribuire a un’economia più circolare e sostenibile.
Narrazioni da riscrivere
Le geografie delle terre rare sono parte integrante e non periferica del discorso progettuale architettonico e degli immaginari spazio-tecnici futuri. Gli impatti delle terre rare si manifestano in termini sia fisici che simbolici, attraversando strati tecnici e politici. Pur essendo promosse come essenziali per la sostenibilità, esse vengono spesso utilizzate come strumenti di pressione politica ed economica; inoltre, la loro estrazione aggrava asimmetrie geografiche storiche, espropria comunità, genera una tossicità differita nel tempo e acuisce le tensioni tra la tutela ambientale e le narrazioni economiche dominanti del progresso.
Una transizione ecologica e digitale non può essere misurata solo in termini di efficienza, richiede una riflessione più profonda e multidimensionale basata sulla giustizia materiale, sulla responsabilità territoriale e sull’impegno politico. Radicare la conoscenza della materia nelle pratiche architettoniche sposta il focus dall’oggetto isolato alle relazioni sistemiche, svelando che il progetto non ha inizio con i primi disegni, ma nella miniera; non dentro lo studio, ma nei territori del conflitto.
Immagine di copertina: immagine di bastnäsite, minerale ritrovato nel giacimento di carbonatite del Paleoproterozoico a Mountain Pass, in California, USA (© U.S. Geological Survey National Minerals Information Center)
Testo originale dell’autrice in inglese, traduzione a cura di Francesca Comotti. L’articolo è una versione ridotta e rivista del saggio del testo pubblicato nel catalogo del Congresso UIA di Barcellona 2026. Gli argomenti sono stati trattati nel corso della sessione “Extractive Territories: Material Geopolitics and Ecologies of Resistance. Becoming Hyper-conscious”





















