Nuovo tassello nel “luna park” di architetture contemporanee: un giardino si affianca al Museo di Frank Gehry costruendo una narrazione su paesaggio, suoli e biodiversità. Vincono relazioni e approcci interdisciplinari: una mostra racconta l’esperienza di Verner Panton, a 100 anni dalla nascita
WEIL AM RHEIN (Germania). Al Vitra Campus, dove da anni architettura, paesaggio e sperimentazione convivono in un equilibrio sempre in evoluzione, l’inizio dell’estate 2026 coincide con l’apertura di un nuovo tassello destinato a ridefinire il rapporto tra natura e progetto.
Il Water Garden firmato da Bas Smets. Inaugurato in concomitanza con Art Basel, questo intervento non si limita ad arricchire il campus di un ulteriore episodio formale, ma si inserisce in una visione più ampia che guarda al sito come a un organismo in trasformazione, capace di adattarsi alle condizioni climatiche e di accogliere nuove forme di vita.
Uno stagno che riflette Gehry
Collocato di fronte al Vitra Design Museum progettato da Frank Gehry, il giardino d’acqua instaura un dialogo diretto con le geometrie dinamiche dell’edificio. Le superfici riflettenti dello stagno restituiscono frammenti dell’architettura circostante, amplificandone il movimento e trasformando l’area in uno spazio di sosta e attraversamento, pensato per essere vissuto lentamente. Qui il paesaggio non è un semplice sfondo, ma diventa un dispositivo attivo, capace di ridefinire la percezione dell’intero campus.
Il progetto nasce da una collaborazione avviata nel 2022 tra Vitra e Smets, tra i più rilevanti paesaggisti contemporanei e già autore di interventi di grande scala e forte impronta ecologica. Alla base, una domanda tanto semplice quanto urgente: come può un sito produttivo trasformarsi in un ambiente sostenibile, aperto a un pubblico internazionale e in grado di rispondere alle sfide climatiche? La risposta prende forma in un masterplan che interpreta il campus come un ecosistema vivente, in cui persone, piante e animali convivono in un equilibrio dinamico.
Il Water Garden rappresenta una delle tappe più visibili di questo processo. Il suo cuore è un ampio bacino d’acqua, circondato da alberi e vegetazione acquatica, progettato per favorire la biodiversità e generare un microclima più fresco. Le specie selezionate attirano uccelli e sostengono la vita ittica, introducendo nuove presenze in un contesto originariamente industriale. Anche la costruzione stessa del paesaggio segue una logica circolare: il terreno scavato per lo stagno è stato riutilizzato per creare un terrapieno che protegge l’area dalla strada adiacente, mentre l’acqua piovana raccolta dai tetti vicini alimenta l’intero sistema.
Questo intervento si inserisce in una trasformazione più ampia, iniziata negli ultimi anni. Dopo l’Oudolf Garten e la piantumazione di migliaia di alberi secondo i principi del botanico Akira Miyawaki – veri e propri micro-boschi capaci di crescere rapidamente e rafforzare la resilienza ecologica – il campus continua a ridurre le superfici impermeabili e a riconquistare porzioni di suolo. Una strategia che, nel tempo, mira a ribaltare la storia stessa del luogo, nato dalla cancellazione di un giardino e progressivamente riconciliato con la sua dimensione naturale.
All’interno del Water Garden, il gesto progettuale si arricchisce di una componente espressiva grazie all’intervento di Hella Jongerius. Tre grandi sculture in ceramica emergono dall’acqua sotto forma di fontane: teste di squalo dalla presenza intensa, parte della serie Angry Animals, con cui la designer dà voce alle specie minacciate. Nonostante la loro forza evocativa, Jongerius le intitola ironicamente The Three Graces, ribaltando il significato tradizionale di bellezza, gioia e prosperità. In questo contesto, tali valori assumono una sfumatura diversa, più ambigua e critica, capace di attivare una riflessione senza rinunciare a una sottile leggerezza.
L’esperienza dello spazio è ulteriormente arricchita da altri elementi disseminati lungo il percorso: una panca progettata da Balkrishna Doshi, una Maison Démontable 4×4 di Jean Prouvé e, poco distante, la storica scultura Balancing Tools di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen. Insieme, questi interventi costruiscono una sequenza di episodi che accompagna il visitatore dall’esterno verso il museo, dissolvendo progressivamente il confine tra paesaggio, arte e architettura.
Luogo di intrecci e di trasformazioni
Questo intreccio tra discipline trova una risonanza diretta anche negli spazi espositivi del campus, dove il Vitra Schaudepot dedica una grande retrospettiva a Verner Panton, a cento anni dalla sua nascita. La mostra “Form, Colour, Space” restituisce la complessità di un autore che ha saputo ridefinire radicalmente l’idea di ambiente domestico, trasformandolo in un’esperienza immersiva fatta di colore, luce e superfici tessili.
Formatosi come architetto in Danimarca e inizialmente legato alla tradizione del design nordico, Panton si allontana presto da quel linguaggio per esplorare nuove possibilità spaziali. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, sviluppa interni in cui ogni elemento – dai mobili ai rivestimenti – contribuisce a costruire atmosfere avvolgenti e dinamiche. Sedute sospese, torri abitabili, giochi di pattern e cromie trasformano lo spazio domestico in un ambiente fluido, informale, quasi ludico.
Tra i progetti più emblematici la Panton Chair, concepita a metà degli anni Cinquanta e prodotta in serie solo nel 1967: una sedia realizzata in un unico pezzo di plastica, priva di gambe posteriori, che rappresenta al tempo stesso una sfida tecnica e una dichiarazione formale. Ma è soprattutto nei grandi allestimenti che Panton esprime pienamente la sua visione. La ricostruzione della celebre Fantasy Landscape del 1970, visitabile all’interno della mostra, permette di entrare fisicamente in uno dei suoi ambienti più iconici: un paesaggio artificiale, morbido e continuo, in cui architettura, arredo e percezione sensoriale si fondono in un unico gesto.
Il percorso espositivo segue cronologicamente l’evoluzione del suo lavoro, mettendo in luce la coerenza con cui Panton ha perseguito le proprie idee, pur attraversando linguaggi e scale diverse. Dalle prime sperimentazioni fino ai progetti più maturi emerge una ricerca costante sul colore come strumento progettuale e sulla capacità dello spazio di influenzare il comportamento e l’umore. In questo senso, la mostra dialoga idealmente con il nuovo paesaggio del Water Garden. Se Smets lavora sulla costruzione di un ecosistema reale, capace di accogliere e sostenere la vita, Panton immagina ambienti totali in cui la dimensione sensoriale diventa protagonista. Due approcci differenti, ma accomunati dalla volontà di superare la separazione tra oggetto, spazio ed esperienza.
Oggi il Vitra Campus appare come un territorio in continua ridefinizione, in cui produzione, cultura e ricerca convivono. Da sito industriale a destinazione pubblica, attraversata ogni anno da centinaia di migliaia di visitatori, il campus racconta una storia di trasformazione progressiva: da luogo segnato dalla perdita del paesaggio a laboratorio in cui natura e progetto tornano a intrecciarsi. Il Water Garden rappresenta l’ultima espressione di questo percorso, ma non la sua conclusione. Piuttosto, un nuovo inizio.
Immagine di copertina: Water Garden, Bas Smets, Vitra Campus (courtesy Vitra / ©Julien Lanoo)
“Verner Panton. Form, Colour, Space”
23 maggio 2026 – 9 maggio 2027
Vitra Schaudepot, Weil am Rhein (Germania)
A cura di: Susanne Graner, Nina Steinmüller
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