Racconto e critica del progetto di Rem Koolhaas (e Shohei Shigamatsu) per l’ampliamento del New Museum di New York, nel Bowery. Elegante composizione architettonica per l’arte e la cultura, parla anche di gentrification e di un quartiere in trasformazione. Come in trasformazione sono gli Stati Uniti d’America
NEW YORK (Stati Uniti d’America). Con l’avvicinarsi delle elezioni di midterm di novembre, molti negli Stati Uniti riflettono, con crescente ansia, sul futuro del sistema politico nazionale e si interrogano apertamente sulla possibilità che uno stato autoritario a partito unico – come quelli che si sono affermati in Cina, Turchia, Unione Sovietica e (fino a poco tempo fa) Ungheria – possa diventare la nuova normalità.
Quando un giorno verrà scritta la storia di questa fase presente, i recenti musei statunitensi, progettati da architetti di fama internazionale, potrebbero apparire come le ultime braci ardenti del cosmopolitismo. Mentre, contemporaneamente, Donald Trump e il Partito Repubblicano si adoperano per spegnere la vitalità umana e civile fornita dalla diplomazia multilaterale, dall’immigrazione aperta, dal libero scambio, dagli scambi culturali ed educativi, dalla cooperazione scientifica, dagli accordi sul clima e dall’ordine internazionale del dopoguerra, nel loro frenetico tentativo di realizzare una nuova era glaciale di isolazionismo Maga.
Bowery: fattorie, povertà e gentrification
Negli Stati Uniti, la realizzazione di un museo è notoriamente lenta e costosa, in un contesto in cui il sostegno pubblico alla cultura è l’eccezione piuttosto che la regola e spesso occorrono più di 10 anni per reperire i fondi necessari.
Considerati nel loro insieme, il Los Angeles County Museum of Art (recentemente completato da Atelier Peter Zumthor and Partners), lo Studio Museum in Harlem e il Princeton University Museum of Art di Adjaye Associates, insieme all’ampliamento del New Museum of Contemporary Art di OMA/Shohei Shigamatsu e Rem Koolhaas a New York, irradiano pluralismo e apertura al mondo. Indipendentemente da ciò che si pensi di questi edifici e dei loro progettisti, valorizzano tradizioni importanti e offrono la speranza futura di una rinascita.
Nessuna città negli Stati Uniti è meno isolata e più connessa al mondo di New York. Molti newyorkesi non sanno che la Bowery, una delle strade più antiche e lunghe di Manhattan, risale alla colonizzazione olandese della città nel XVII secolo e che il suo nome originale, Bouwerie, significava fattoria. Fino a poco tempo fa, vivere nel Bowery significava trovarsi in una condizione di estrema povertà, senza una casa, avendo perso tutto tranne i vestiti che si indossavano.
Oggi, con la gentrificazione che tende a rendere Manhattan inaccessibile alla maggior parte della classe media, nel Bowery e nel suo quartiere del Lower East Side stanno fiorendo ristoranti e hotel esclusivi, boutique di lusso ed edifici residenziali con valori immobiliari altissimi.

Arte e cultura d’avanguardia
Come spesso accade nelle città di tutto il mondo, artiste, artisti e una vivace scena culturale hanno giocato un ruolo chiave in questa trasformazione. Rarissima istituzione all’avanguardia, il New Museum of Contemporary Art è stato al centro di questi cambiamenti sin dall’apertura, nel 2007, della sua sede permanente progettata da SANAA, lo studio dei Pritzker Kazuo Sezjima e Ryu Nishizawa.
Istituito nel 1977 come una galleria, di una sola stanza, fondata da un mito del mondo dell’arte come Marcia Tucker e trasferito nel 1984 in una sede più spaziosa a Broadway, il New Museum si è affermato per le sue mostre di svolta, dedicate ad artisti come Jeff Koons, David Hammons, Anna Mendieta e Joan Jonas. Le successive mostre di David Wojnarowicz, Doris Salcedo, William Kentridge, Mona Hatoum, Pippilotti Rist e Hans Haacke ne hanno confermato l’audacia e la sua vocazione cosmopolita.
Globale e al contempo radicato nel territorio, il suo impegno per l’arte contemporanea ha arricchito New York e consolidato la sua reputazione istituzionale di creatore di tendenze, anziché di semplice esecutore. Pur non possedendo una collezione permanente, il New Museum conferma il ruolo di Kunsthalle che, con una curatela coraggiosa, può svolgere e dimostra che un’alternativa concreta ai grandi musei è possibile, oltre che necessaria. Il New Museum è piccolo e grintoso in senso positivo, consapevole di come l’architettura possa offrire un volto civile e consentire all’arte contemporanea di raggiungere un pubblico eterogeneo.
Scheggia luminosa, omaggio alla città
L’ampliamento di 5.574 metri quadrati, completato nel marzo 2026 da OMA/Shohei Shigamatsu e Rem Koolhaas, ha dovuto affrontare la sfida non banale dell’integrazione con l’edificio adiacente di SANAA: una struttura austera, minimalista ed elegante, ma quasi fredda, con interni grezzi e incompiuti. La mancanza di fronzoli valorizza efficacemente le opere d’arte, ma risulta priva di personalità se paragonata ad opere celebri dello studio, come il Rolex Learning Laboratory all’Epfl di Losanna o il Museo d’Arte Contemporanea del XXI secolo di Kanazawa.
Lo studio OMA/Shigamatsu/Koolhaas ha saggiamente deciso di non imitare l’architettura di SANAA, optando per una strada diversa: l’edificio, frutto di una collaborazione decennale con il New Museum, rende omaggio al suo vicino senza però rinunciare alla propria personalità. Shigamatsu e i suoi colleghi hanno descritto la loro espansione come sinergica piuttosto che competitiva. La sua altezza ridotta e l’involucro prismatico e frastagliato (una sorta di scheggia di vetro) contrastano con i volumi sovrapposti e sfalsati del volume a fianco.
Trasparente, evoca un espressionismo leggero in cui la facciata ricorda la superficie della Biblioteca Pubblica di Seattle, e diventa un elemento che lascia filtrare quello che si svolge all’interno: una strategia vincente per il primo edificio pubblico di OMA a New York. Grazie all’utilizzo di un vetro stratificato e all’interposizione di una rete metallica, l’edificio acquisisce una trasparenza ancora maggiore di notte. Forse un omaggio ai grattacieli di Manhattan che Rem Koolhaas ha esplorato in modo indimenticabile nel suo storico (1978) “Delirious New York: A Retroactive Manifesto for Manhattan“.

Incontri e memorie
L’ampliamento raddoppia la superficie espositiva del Nuovo Museo, portandola a 1.880 metri quadrati. Il secondo, il terzo e il quarto piano del nuovo edificio si collegano al museo esistente, mantenendo la stessa altezza del soffitto e consentendo così alle mostre di svolgersi con continuità su una superficie molto più ampia.
Il progetto di OMA definisce con precisione il punto in cui i due edifici si toccano e sembrano abbracciarsi. Come fosse una sorta di bacio architettonico. Sebbene non sia così spettacolare come la collisione tra vecchio e nuovo nell’ampliamento dell’Illinois Institute of Technology di Mies van der Rohe, l’incontro è innegabilmente appassionato.
Al terzo e al quarto piano, gli spazi senza colonne, alti 9 metri, competono con le gallerie più grandi di qualsiasi altro museo cittadino. Il risultato più sorprendente di questo progetto è far apparire le gallerie interne molto più grandi, considerando la modesta superficie del museo, che occupa una frazione di isolato. Pochi architetti contemporanei sono più abili di OMA nel condensare tante funzioni in una struttura di piccole dimensioni e nell’utilizzare lo spazio in modo tanto efficiente e creativo.
Una scala nell’atrio crea uno “spazio interstiziale tra l’arte e la città” che di fatto funziona come una galleria verticale. La circolazione è sempre stata un punto di forza – quasi un’ossessione – di Koolhaas. Questa scala, traslucida, verde, illuminata dai colori sgargianti, invita a soffermarsi e a spostare lo sguardo tra l’interno e il panorama circostante. La torre del ricostruito World Trade Center, visibile attraverso le finestre, conferisce solennità a un’esperienza di salita che è inebriante.
Sono trascorsi quasi 25 anni dall’11 settembre 2001 e oggi la Fenice della cultura hipster in via di gentrificazione risorge dalle ceneri di una lower Manhattan che era stata distrutta dall’attentato. Ad un livello che molti all’epoca non ritenevano possibile.

Insieme è meglio
L’edificio diventa più acuto e intellettuale man mano che si innalza. New Inc è un incubatore per arte e tecnologia. Contiene alcuni degli spazi più intriganti dell’ampliamento: studi per artisti, sky-room con uffici e lounge elegantemente arredati, un teatro-forum da 74 posti con gradinate e pareti vetrate vertiginose.
Purtroppo, sono anche gli spazi meno collettivi. In contrasto con la magnifica piazza dello Studio Museum di Adjaye ad Harlem, accessibile a chiunque dalla strada, questa parte dell’ampliamento sembra più la sede di un’azienda tecnologica che un museo impegnato a esplorare le relazioni tra arte, politica e società. Sebbene gli architetti affermino di aver progettato, in maniera robusta e agile insieme, per favorire gli incontri tra le persone piuttosto che come semplici luoghi di esposizione artistica, in fin dei conti il New Museum rispecchia le logiche del neoliberismo e della privatizzazione, oggi evidenti ovunque tra le strade di New York.
Il fascino esercitato dai riflessi che pervadono l’intero edificio è senza dubbio un sottile riconoscimento alle antinomie insite in un museo di arte radicale e progressista finanziato da ricchi donatori, che al contempo contribuisce alla gentrificazione acuendo l’emergenza casa. Ma sarebbe ingiusto aspettarsi che l’architettura operi completamente libera dai limiti e dalle contraddizioni della società.
Sebbene l’ampliamento del New Museum non colga l’interesse di Koolhaas per la reinvenzione delle dinamiche sociali, l’edificio è facilmente percorribile e offre ampi spazi espositivi ben illuminati in cui le opere d’arte possono essere ammirate in condizioni che riducono al minimo le distrazioni e favoriscono la contemplazione.
È ricco di dettagli eccentrici e gesti ironici che non deluderanno gli appassionati del lavoro di OMA. I visitatori con maggiori riserve sull’architettura di uno degli studi più influenti a livello internazionale negli ultimi 40 anni potrebbero, al contrario, concludere di aver già visto qualcosa di simile e che gli architetti stanno qui ripetendo alcuni gesti già compiuti. Tuttavia, se considerato nel contesto dell’edificio originale a cui è collegato, questo ampliamento rivela la caratteristica essenziale di ogni buon rapporto: la capacità di far emergere le migliori qualità degli elementi contigui e di realizzare una dimensione che nessuno avrebbe potuto raggiungere, da solo.
Immagine di copertina: ampliamento del New Museum of Contemporary Art, OMA, New York, 2026 (courtesy New Museum of Contemporary Art, © Jason Keen). Testo originale dell’autore in inglese, traduzione a cura della redazione

























