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Scritto da: Interviste Reviews

José Ignacio Linazasoro: nessuna paura della storia

José Ignacio Linazasoro: nessuna paura della storia
Ai margini di un evento dedicato ad Andrea Bruno a Torino, dialogo con l’architetto basco sul rapporto tra antico e nuovo. Dalla difesa dei centri storici alla critica del principio di reversibilità, emergono cultura, umiltà e responsabilità

 

La mostra “Andrea Bruno. Possibili Torino”, di cui il nostro Giornale è mediapartner, si è chiusa il 28 giugno a Torino con l’incontro “Super Ruins. Attivare il potenziale latente dell’esistente”, che ha visto protagonista l’architetto basco José Ignacio Linazasoro Rodríguez, fresca Medalla de Oro de la Arquitectura 2026 del Consiglio Superiore degli Ordini degli Architetti di Spagna, invitato insieme a Francesco Leoni e Florina Pop. Nato a San Sebastián nel 1947, Linazasoro è architetto, accademico e teorico di rilievo internazionale, celebre per interventi sul patrimonio come la biblioteca Uned a Madrid (1994), ricavata all’interno delle rovine della storica chiesa di Escuelas Pías. Linazasoro rifiuta, esattamente come Bruno, la conservazione feticista e nostalgica o la restituzione filologica a un’origine mitica. Per entrambi, la preesistenza è un organismo vivo e un palinsesto dinamico a cui aggiungere nuovi segni contemporanei senza negare quelli del passato. Anche il suo lavoro celebra un’idea di restauro intesa come atto critico di interpretazione, dove “la trasformazione è l’unica garanzia di conservazione delle memorie” e il progetto si fa dialogo audace tra epoche, riassunto nella formula “fare, rifare, disfare l’architettura”.

 

 

Oggi l’architetto interviene su una città di cui ha perso il controllo rispetto a qualche secolo fa, ma mantiene la responsabilità e l’opportunità di generare miglioramenti a scala urbana. In un momento di crisi multiple per le città europee, come mai l’approccio alla preesistenza come sistema complesso rimane ancora marginale nel dibattito e nella pratica contemporanea?

Non so se si tratti di un dibattito marginale, credo anzi che sia di grande attualità: la riabilitazione e la preservazione del patrimonio sono temi caldi. Sto leggendo un libro in italiano di Salvatore Settis, “Se Venezia muore”, che trovo molto interessante sul problema dei centri storici, soprattutto in Italia e in tutta Europa. La questione più importante, secondo me, è il rischio che questi centri storici diventino spazi vuoti ad uso esclusivo dei turisti. Se la città antica muore, muore una cultura. Muore quella che Settis – riprendendo Italo Calvino – chiama “la città invisibile”: i valori, il rapporto con la società e con le persone, che non riguardano solo i manufatti architettonici ma la civiltà stessa. Questo è il vero dibattito, ancor più di come intervenire tecnicamente sui manufatti.

 

Quindi la sfida è mantenere o reinventare quella rete di relazioni tra le persone che abitano la città.

Sì. Il rapporto tra il nuovo e l’antico è legato alla destinazione d’uso di queste città e dei loro centri storici. L’idea di città non può essere solo al servizio del turismo, deve essere soprattutto al servizio della vita. Se pensiamo alla città come a una merce o a una mercanzia – un altro tema di cui parla Settis – l’enfasi si sposta solo sul valore economico e sul turismo che “lascia soldi”, ma nel frattempo si svuota la città. Dobbiamo interpretare la città e l’architettura come valori culturali che non hanno un prezzo fisso. Non si può quantificare in cifre il valore di un edificio a Venezia, a Roma o a Madrid. È un valore immateriale, intellettuale e spirituale.

 

Se il valore culturale non si può quantificare, come possiamo noi architetti comunicare l’importanza di preservarlo e tramandarlo al futuro, senza ridurlo a mera merce?

Bisogna comprendere che l’architettura non è solo un oggetto plastico. La vera architettura, non quella iconica che alcuni fanno attualmente, configura un’atmosfera, uno spazio al servizio della società capace di trasmettere valori intellettuali e culturali. Questo è sempre accaduto nelle grandi architetture del passato e in alcune architetture moderne. Quando si interviene, che sia su un edificio nuovo o antico, i principi non cambiano: bisogna creare uno spazio per la gente. Se fai una biblioteca, non devi pensare solo a un edificio iconico, ma alle persone che vi leggeranno e studieranno, partecipando di quell’atmosfera. Se fai una chiesa, devi creare un ambiente che trasmetta quei valori nello spazio. Ogni progetto deve creare luoghi appropriati per l’uso della società e trasmettere valori che vanno oltre la funzione.

 

Nel suo lavoro emerge un’accettazione profonda dell’incompiuto, senza l’ansia di un completamento formale, integrando il frammento in una totalità più grande (la città o il territorio). È proprio in questa condizione “aperta” che risiede il potenziale dell’architettura di essere trasformata e aggiustata per le necessità future?

Sono d’accordo. L’architettura moderna e contemporanea, rispetto a quella classica, è un’architettura più aperta. Come ho scritto nel mio libro “La memoria dell’ordine. Paradossi dell’architettura moderna” oggi possiamo parlare di una “memoria” dell’ordine, non di un ordine rigido come era inteso nel classicismo. L’architettura diventa un oggetto più aperto ad altre possibilità e riusi, inserito in un contesto ampio, come ho spiegato anche nel mio ultimo libro sull’architettura del contesto. La città è il luogo perfetto per questo rapporto: il moderno “acquista” l’antico (che è diventato frammentario), lo integra in un insieme nuovo, ma questo insieme è sempre provvisorio. L’equilibrio tra moderno e antico non è mai definitivo; può essere cambiato e trasformato col tempo, come è sempre accaduto storicamente in base all’evoluzione e allo sviluppo della società. Nella città gli edifici diventano frammenti parziali che si possono completare cercando un rapporto con un insieme più grande.

 

Quindi l’intervento sull’architettura impara dalle dinamiche di trasformazione della città. Sapendo che l’equilibrio è provvisorio e che in futuro altri interverranno sui suoi progetti, come si pone dinanzi a questa “catena generazionale” in cui ogni epoca dà il suo contributo?

È un processo sicuro, accadrà sempre. Fino all’Ottocento l’intervento sul costruito era forse più libero perché non era ancora sviluppato il senso della storia. Con la nascita del senso della storia sono arrivati il restauro e il tema della permanenza. Oggi, però, siamo arrivati a una situazione estrema, soprattutto in Italia a causa degli archeologi, dominata dal dogma del “reversibile”. Si pensa che ogni intervento sul costruito debba essere un’architettura reversibile. Io non ci credo. Gli edifici sono palinsesti su cui si introduce il peso della storia e della trasformazione. Pur avendo un grande rispetto per i capolavori del passato, il principio di reversibilità non deve impedire interventi forti. Anche noi dobbiamo lasciare la traccia della nostra epoca, come hanno fatto tutte le altre. Bisogna valutare gli edifici non solo per il loro puro valore storico-scientifico, ma per il loro valore architettonico e culturale. Dal punto di vista storico tutti gli edifici testimoniano un’epoca, ma dal punto di vista culturale alcuni capolavori – pensiamo al Pantheon di Roma o alla Cattedrale di Reims – hanno un’importanza immensa nell’evoluzione della cultura e impongono un rispetto diverso rispetto ad altri edifici meno significativi. Oggi viviamo in un relativismo assoluto in cui si valuta solo il dato scientifico o storico, e questo “regno del reversibile” toglie agli architetti la libertà di lavorare.

Nei suoi progetti, come alla Escuelas Pías, lei si appropria della preesistenza per riportarvi la vita con un approccio trasformativo e non solo conservativo. Come trasmette questo metodo ai suoi studenti?

In realtà io non ho un metodo preciso, non credo in una metodologia rigida per queste cose: dipende da caso a caso. Cerco però di trasmettere agli studenti la volontà di perdere la “paura della storia” che gli archeologi hanno instillato, per cui oggi sembra tutto vietato in nome della reversibilità. Noi siamo ancora capaci di introdurre nuovi valori sull’antico. La cosa fondamentale è la formazione culturale. Dobbiamo dire ai giovani architetti che devono formarsi, studiare, leggere, e non limitarsi a guardare le cose su Internet senza approfondire. Serve una solida cultura architettonica per essere capaci di intervenire non solo sul costruito, ma sul fare architettura. Ogni opera è un frammento di una totalità più grande (la città, il paesaggio, il mondo) e ha sempre un contesto. Bisogna trasmettere il rispetto, la capacità di analisi e il senso della bellezza.

 

Incoraggiarli al coraggio comporta un rischio: se si rimane superficiali, si rischia di non trovare la “giusta misura” dell’intervento. Come si raggiunge questa misura?

La giusta misura è la cosa più importante, e per raggiungerla bisogna avere un atteggiamento non molto abituale tra gli architetti: l’umiltà. Spesso l’architetto vuole soprattutto mostrare il proprio ego nel progetto, il che è pericoloso, specie se mancano le competenze. Io credo che ci sia una proporzione diretta tra il troppo ego e molta ignoranza. Quando si ha più cultura e informazione, l’ego diminuisce a favore di un intervento più umile e consapevole della realtà in cui si opera. Oggi, nel mercato globale, ognuno cerca di vendere il proprio prodotto come “il nuovo”. Ma cos’è davvero nuovo? Anche la stupidità non è nuova, è da sempre attuale e maggioritaria. Quando la stupidità si unisce alla logica della merce e all’ignoranza, arriviamo al disprezzo per la cultura e per la realtà che vediamo oggi, dove contano solo le valutazioni economiche. Come dice Settis, dobbiamo cambiare paradigma. Dobbiamo essere consapevoli di questa situazione, credere nella cultura, nella formazione e nella possibilità di trasmetterle alle nuove generazioni: è l’unica forma di salvezza che abbiamo per evitare il caos assoluto.

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Tag: , , , , , , Last modified: 29 Giugno 2026