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Arianna PanarellaScritto da: Reviews

I quattro libri…del design italiano

I quattro libri…del design italiano
Non quelli di Andrea Palladio, ma pubblicazioni recenti, di diverso formato. Raccontano le esperienze progettuali di Alessandro Mendini, Gianfranco Frattini, Carlo Scarpa, Gio Ponti

 

Quattro libri, quattro sguardi sul design, quattro modi diversi di costruire un racconto attorno al progetto. Due volumi ampi, densi, pensati anche come oggetti da collezione, dove l’apparato iconografico diventa parte integrante della narrazione; due pubblicazioni più contenute, quasi tascabili, che condensano invece traiettorie complesse in forme più essenziali.

A tenerli insieme non è solo il tema, ma una visione condivisa del design come pratica culturale capace di attraversare discipline, scale e linguaggi, mettendo costantemente in relazione progetto, società e immaginario. Nel loro insieme, questi quattro libri costruiscono un racconto articolato del design italiano, mettendo in relazione figure e approcci diversi senza appiattirli in una visione unitaria.

I volumi più grandi, ricchi di immagini e materiali d’archivio, permettono di entrare nel dettaglio dei processi e delle biografie, mentre quelli più compatti offrono sintesi efficaci e letture trasversali. Ne emerge un filo comune che attraversa tutte le pubblicazioni: il progetto come spazio di connessione tra cultura e industria, tra dimensione individuale e collettiva, tra forma e pensiero. Un campo aperto, in continua trasformazione, che questi libri contribuiscono a raccontare da prospettive diverse ma complementari.

 

Alessandro Mendini: immaginari

Il volume dedicato ad Alessandro Mendini, firmato da Stefano Casciani, (“Mendini”, Rizzoli, 2025, 300 pagine, 100 €) si colloca chiaramente nel primo gruppo: è un libro che si impone per presenza e costruzione, ma soprattutto per la capacità di restituire la complessità di una figura difficilmente riducibile a una definizione univoca.

Più che una semplice monografia, il testo si configura come un racconto stratificato, dove architettura, oggetti, scrittura e riflessione critica si intrecciano senza soluzione di continuità. Mendini emerge come un autore totale, attivo dagli anni Sessanta fino alla scomparsa, nel 2019, capace di muoversi tra ambiti diversi senza mai separare davvero le pratiche. Il libro segue le principali tappe della sua traiettoria professionale, mettendole in relazione con i cambiamenti della società e della cultura europea, e mostrando come il suo lavoro abbia costantemente superato i confini tradizionali del design.

In questo senso, la sua produzione appare come un sistema aperto, dove l’oggetto non è mai solo funzione ma dispositivo simbolico, carico di significati e possibilità. A rafforzare questa lettura contribuisce il ricco apparato iconografico, costruito attraverso fotografie, schizzi e materiali provenienti dagli archivi di famiglia, che permette di entrare nel laboratorio progettuale e nella dimensione più intima del processo creativo.

Il volume, curato anche nella sua qualità materiale, finisce così per riflettere il pensiero stesso di Mendini: un’idea di design che non si limita alla forma ma si estende alla costruzione di immaginari. In questo intreccio tra racconto e immagini, il libro restituisce un profilo completo, in cui convivono architetto, designer, critico, artista e autore, senza che nessuna di queste dimensioni prevalga sulle altre.

 

Gianfranco Frattini: prodotti

Con il catalogo dedicato a Gianfranco Frattini, curato da Silvana Annicchiarico (“Gianfranco Frattini. Design 1953-2003”, Silvana Editoriale, 2026, 416 pagine, 90 €), il formato cambia, ma l’ambizione resta alta. Il volume rappresenta infatti la prima ricostruzione sistematica dell’attività del designer nel campo del prodotto, offrendo una mappatura completa di oltre 400 progetti realizzati nell’arco di 50 anni, dal 1953 al 2003.

Arredi, lampade, oggetti e gioielli compongono un corpus ampio e articolato, che restituisce la figura di un progettista capace di muoversi con coerenza tra ambiti diversi, intercettando i bisogni del proprio tempo e traducendoli in soluzioni originali. Uno degli aspetti più interessanti del volume è la scelta di evitare una narrazione unitaria e lineare, preferendo invece una struttura fatta di livelli diversi: saggi critici, apparati storici, materiali d’archivio e una biografia personale si affiancano come strumenti complementari di lettura.

Questo approccio permette di restituire la complessità di una figura per la quale vita e progetto risultano profondamente intrecciati. Il ritratto che ne emerge è quello di un autore rigoroso ma non rigido, capace di sperimentare con misura e di trasformare la tecnica in eleganza duratura, mantenendo sempre un rapporto diretto con il mondo produttivo e con le dinamiche dell’industria.

 

Carlo Scarpa: quotidianità

Il libro su Carlo Scarpa curato da Luciano Pollifrone (“Carlo Scarpa poetica dell’arredo. Tavoli e sedie”, Lineadacqua, 2025, 80 pagine, 20 €) sposta l’attenzione su una scala più circoscritta, ma non per questo meno significativa. Qui il focus è sull’arredo, e in particolare su tavoli e sedie progettati nel corso della sua attività per contesti diversi: abitazioni private, studi professionali, spazi pubblici e luoghi religiosi.

La ricognizione fotografica costruisce un atlante preciso di oggetti ancora oggi in uso, restituendo una progettualità che si misura con il tempo e con l’uso quotidiano. In molti casi, questi pezzi unici hanno dato origine a successive produzioni industriali, dimostrando come il lavoro di Scarpa sia stato capace di muoversi tra dimensione artigianale e serialità.

Il volume non si limita però alla documentazione: accanto alle immagini, una selezione di testi poetici introduce un ulteriore livello di lettura, suggerendo una chiave interpretativa che riconosce nel lavoro di Scarpa una componente profondamente sensibile. Il progetto, in questa prospettiva, non è mai riducibile a una questione tecnica, ma diventa un esercizio di misura, ritmo e attenzione alla materia. Attraverso questa doppia struttura – visiva e testuale – il libro restituisce un Novecento veneziano capace di essere al tempo stesso radicato e sorprendentemente contemporaneo, lontano da una visione esclusivamente monumentale dell’architettura.

 

Gio Ponti: contaminazioni

A chiudere il percorso è la monografia su Gio Ponti di Oscar Duboÿ (“Gio Ponti”, Johan & Levi Editore, 2026, 168 pagine, 20 €), che condensa in un formato più agile oltre 60 anni di attività di una delle figure più prolifiche e influenti del Novecento. Ponti viene raccontato nella sua dimensione più dinamica e sfaccettata: architetto, designer, editore, promotore culturale, capace di attraversare ambiti diversi con una naturalezza rara.

Il libro segue il suo lavoro dai primi incarichi legati alla direzione artistica fino alle grandi architetture, passando per gli interni, gli oggetti e le collaborazioni con il mondo produttivo. Particolare attenzione è dedicata al ruolo della rivista Domus, che Ponti non solo fonda ma dirige, trasformandola in uno strumento fondamentale per la diffusione di idee e per il dialogo tra discipline. Attraverso questa esperienza emerge una visione del design come campo aperto, in cui le arti applicate si incontrano e si contaminano.

Le sue architetture e i suoi oggetti – oggi considerati icone – vengono letti come espressione di una ricerca continua sul concetto di bellezza, intesa non come elemento decorativo ma come componente essenziale della vita quotidiana.

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Tag: , , , , , , Last modified: 30 Giugno 2026