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Cesare BurdeseScritto da: Forum Progetti

Sollicciano, sotto sequestro il carcere delle utopie fallite

Sollicciano, sotto sequestro il carcere delle utopie fallite
La chiusura di alcune sezioni della struttura penitenziaria fiorentina, costruita ad inizio anni Ottanta, impone una riflessione sulla capacità dell’architettura di contribuire alla rieducazione e al reinserimento sociale. Il racconto del progetto (con l’ultima opera di Giovanni Michelucci), delle sue illusioni, della sua evoluzione. Fino al degrado attuale

 

FIRENZE. Ha suscitato sorpresa e profonda preoccupazione il provvedimento con cui il Tribunale di Firenze ha disposto il sequestro preventivo di 7 sezioni della Casa circondariale di Sollicciano, al termine di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica. Una decisione destinata a riportare sotto i riflettori le croniche criticità del principale istituto penitenziario toscano e di tutte le altre in funzione. Le verifiche condotte con il supporto dell’Azienda sanitaria locale, delle forze di polizia e di personale tecnico specializzato hanno accertato condizioni detentive ritenute incompatibili con i requisiti minimi di sicurezza, salubrità e tutela della salute. Infiltrazioni d’acqua, muffe diffuse, impianti deteriorati e celle in gravi condizioni igieniche hanno delineato un quadro che la magistratura ha giudicato non più tollerabile. Le sezioni interessate dovranno essere sgomberate e sottoposte a interventi di riqualificazione straordinaria, già annunciati dall’Amministrazione penitenziaria attraverso uno stanziamento di circa 9 milioni di euro. Per consentire l’esecuzione dei lavori, centinaia di detenuti saranno trasferiti in altri istituti, già di per sè quasi tutti al collasso per sovraffollamento.

 

Un’emergenza senza fine

Al di là delle conseguenze operative, il provvedimento assume un rilevante valore simbolico e giuridico. Per anni Sollicciano è stato indicato come uno degli istituti penitenziari più problematici del Paese; oggi quelle denunce trovano una significativa conferma sul piano giudiziario. La decisione richiama direttamente il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e riapre il dibattito sulle condizioni del sistema penitenziario italiano e sui limiti entro i quali lo Stato può esercitare il potere detentivo in strutture gravemente degradate.

La vicenda impone inoltre una riflessione più ampia sul rapporto tra architettura e pena. Nel panorama penitenziario nazionale, sempre più spesso caratterizzato da interventi emergenziali e soluzioni progettuali marginali, il caso Sollicciano richiama il ruolo dell’architettura come strumento essenziale per l’attuazione delle finalità costituzionali della pena. Il degrado che oggi affligge Sollicciano, ed in generale il nostro patrimonio edilizio penitenziario, è anche il risultato di decenni di insufficiente manutenzione e di investimenti inadeguati. Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria non ha potuto disporre delle risorse necessarie per preservare e riqualificare un patrimonio edilizio progressivamente invecchiato e sempre più fragile.

Eppure Sollicciano nacque come l’esatto contrario di ciò che rappresenta oggi. Progettato nel 1973 da Andrea Mariotti, Gilberto Campani, Piero Inghirami, Italo Castore, Pierluigi Rizzi ed Enzo Camici, il carcere fiorentino fu concepito nel clima politico e culturale che accompagnò la riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975.

Erano gli anni del terrorismo e della violenza politica, in cui lo Stato cercava di riaffermare la propria legittimità democratica anche attraverso una profonda revisione delle istituzioni penitenziarie. In quella fase gruppi terroristici di estrema sinistra e di estrema destra attuavano attentati, rapimenti e omicidi mirati. Gli architetti e ingegneri coinvolti nella progettazione di carceri, così come altri funzionari dello Stato legati al sistema giudiziario e penitenziario, erano considerati bersagli simbolici e definiti architetti dell’antiguerriglia, rappresentanti lo Stato che volevano abbattere.

Sollicciano fu realizzato tra il1976 e il 1982 ed inaugurato nel 1983, in un contesto profondamente segnato dalla riforma penitenziaria del 1975, che introdusse il principio della rieducazione del detenuto come obiettivo centrale della pena, strettamente collegato a quello rieducativo della Costituzione Italiana (che all’articolo 27 comma 3 ammonisce: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

Un modello progressista

Il progetto nacque quindi come espressione di un clima politico e culturale progressista, in cui l’architettura veniva chiamata a tradurre in forma concreta i nuovi ideali di umanità e reinserimento sociale del condannato. Quel carcere doveva essere il simbolo di questa nuova stagione: un carcere contemporaneo, un carcere modello per la democrazia italiana.

Il progetto elaborato voleva essere conforme e funzionale per favorire positivamente il reinserimento sociale della persona detenuta una volta scontata la pena, fornendo tutte le possibili dotazioni spaziali per la formazione professionale e il lavoro all’interno, le misure alternative alla detenzione come la semilibertà, le attività culturali, sportive e di volontariato, il mantenimento dei rapporti familiari. I suoi progettisti cercarono di concepire un’architettura capace di comunicare questi valori, pensandolo innanzi tutto come un brano di città, dove al detenuto in attesa di giudizio, fosse permesso di non spezzare traumaticamente le proprie abitudini, di continuare ad esercitare i propri diritti di cittadino indiziato, ma non ancora giudicato colpevole.

Non doveva comunque essere una cittadella autosufficiente che ripetesse, al suo interno, la struttura urbana, risultando così avulsa dalla città reale. Il tentativo dichiarato fu quello di porre il carcere nel contesto dei servizi sociali della città, senza dimenticare le necessarie misure di sicurezza che un edificio di questo tipo comporta. Per questo motivo nel progetto la chiesa ed il cinema potevano e dovevano essere usufruiti anche dall’esterno, perché, appena il regolamento lo avesse permesso, il carcere potesse gravitare nella stessa orbita culturale della città.

La tipologia prescelta, tra gli schemi carcerari tradizionali, è stata quella a “palo telegrafico”, ritenuta idonea a generare un asse viario in grado di favorire le relazioni di interscambio fra le varie attività svolte all’interno e un’apertura progressiva verso la città. Tale scelta, rappresentò più un suo superamento critico che l’adeguamento passivo ad un modello.

Le celle, dotate in maniera inedita di logge, furono organizzate in padiglioni distinti dedicati (maschi, femmine, giovani adulti), collegati da spazi comuni (dove i detenuti adulti potevano incontrarsi solamente con i giovani adulti), con aree dedicate al lavoro, all’istruzione e alla socialità. La loro curvatura è stata pensata perché la visione si aprisse sugli ampi spazi liberi all’interno del carcere. I padiglioni sono a 4 piani, mentre gli altri edifici sono bassi, per cui lo sguardo può spaziare e al tempo stesso vedere, sottostante, quella che è la struttura carceraria; l’intento era quello di realizzare un affaccio che fosse il più libero possibile, senza però creare un effetto di libertà illusorio. Esse erano previste utilizzate soltanto nelle ore notturne, perché il resto della giornata si prevedeva dovesse svolgersi negli altri ambienti destinati al lavoro, allo studio, allo sport, all’incontro con i famigliari.

L’idea di fondo era che la forma architettonica, potesse contribuire alla rieducazione morale del detenuto. L’architettura veniva così investita di una missione etica e politica, più che funzionale. Si trattava, quindi, di un progetto fortemente simbolico: il carcere non solo come luogo di pena, ma come strumento di trasformazione dell’individuo. Proprio in questo risiede la dimensione ideologica del progetto. Sollicciano fu pensato come una utopia costruita: un luogo in cui le intenzioni riformatrici dello Stato democratico si materializzavano nel cemento e nel vetro (meno nel ferro).

Il Giardino di Giovanni Michelucci

Tuttavia, questa visione rimase astratta, perché non teneva conto delle reali condizioni della detenzione, della complessità umana e sociale che il carcere inevitabilmente porta con sé. Quando il carcere entrò in funzione, la realtà mostrò subito i limiti di quell’utopia. Quello che doveva essere un luogo di apertura divenne presto un luogo di degrado e di isolamento, dove la promessa di un’architettura capace di redimere si infranse contro la realtà materiale e sociale del sistema penitenziario italiano.

La mancanza di risorse, la carenza di personale, le difficoltà gestionali, la scarsità di formazione e di lavoro per le persone detenute, costrette all’ozio forzato, ed altro ancora, contribuirono a dissolvere la promessa di una condizione detentiva migliore perché meglio ospitata. Oggi Sollicciano è molto più di un carcere: è un documento storico, un simbolo di un’epoca, è un monumento all’illusione del potere riformatore dell’architettura. Dimostra i limiti di un pensiero ideologico che pretende di risolvere questioni sociali attraverso la forma e come, anche quando è animata dalle migliori intenzioni, l’architettura non possa sostituirsi alla politica né risolvere contraddizioni sociali profonde.

Il carcere, più che un edificio, è uno specchio politico della società che lo costruisce: se quella società resta ingiusta o diseguale, nessuna forma architettonica potrà affrancarla. L’architettura non può redimere ciò che la politica non vuole cambiare. In ultima analisi in quel carcere continuano a riprodursi le stesse dinamiche del potere custodiale, a discapito di una visione evoluta e umanistica della pena, più centrata sull’autodeterminazione e la responsabilizzazione della persona ristretta, in vista di un suo rientro positivo nella società una volta scontata la pena.

In questo senso, Sollicciano è l’eredità di un sogno ideologico che, pur avendo mostrato tutti i suoi limiti, continua a interrogare il rapporto tra spazio, potere e libertà. A incarnare questa tensione è il Giardino degli Incontri, l’ultima opera di Giovanni Michelucci. Progettato insieme a un gruppo di detenuti e realizzato dopo la sua morte, alla fine degli anni Novanta, non è semplicemente uno spazio destinato ai colloqui, ma un manifesto architettonico e civile: un luogo pensato per abbattere simbolicamente le barriere tra il carcere e la città, tra chi è dentro e chi è fuori.

Michelucci vi tradusse la sua idea di pena come relazione e non come mera separazione, immaginando uno spazio capace di preservare gli affetti, favorire l’incontro e restituire centralità alla persona. Un’opera che sintetizza il nucleo più profondo del suo pensiero: l’architettura come strumento di inclusione e di dialogo. Eppure anche quella visione si è scontrata con la realtà di Sollicciano, diventato il simbolo di un carcere materialmente incostituzionale perché incapace di garantire condizioni detentive conformi ai principi sanciti dalla Costituzione. In questo contesto, il valore simbolico e la qualità architettonica del Giardino degli Incontri non è bastato a modificare il destino dell’istituto.

Immagine di copertina: il carcere di Sollicciano (foto tratta dall’Ordine e dalla Fondazione degli Architetti di Firenze)

Il progetto

Edificato su di un’area di 19 ettari, dei quali solo 2,5 sono coperti da edifici, in prossimità del confine con il comune di Scandicci, nel quartiere di Sollicciano alla periferia sud-ovest del capoluogo toscano. Ufficialmente è denominato Casa Circondariale di Firenze “Sollicciano”, una prigione per uomini e donne adulti, che accoglie, in quanto tale, principalmente detenuti in attesa di giudizio e i condannati a pene brevi. Ospita, per svariate cause, anche persone detenute condannate definitivamente a pene lunghe; questa circostanza costituisce un problema, sia dal punto di vista giuridico-organizzativo che trattamentale ed umano, non essendo stata la struttura concepita all’origine per questo. L’impresa di costruzioni Callisto Pontello di Firenze si aggiudicò i lavori, avvalendosi del team di progettisti che includeva Andrea Mariotti, Gilberto Campani, Piero Inghirami, Italo Castore, Pierluigi Rizzi e Enzo Camici.
Il Giardino degli Incontri di Giovanni Michelucci a Sollicciano è un complesso unitario che integra padiglione, giardino e anfiteatro in un sistema a forte impostazione urbana dentro il carcere. Si articola in padiglione per i colloqui, giardino centrale e anfiteatro all’aperto, collegati in sequenza continua. Il padiglione è uno spazio aperto in cemento armato con copertura curva e pilastri ramificati, pensato per garantire continuità e permeabilità tra interno ed esterno. L’intervento occupa circa un ettaro, con 1.000 – 1.500 mq coperti, e configura un unico organismo architettonico in cui spazio costruito e paesaggio ridefiniscono il colloquio come esperienza collettiva e non separata.

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Tag: , , , , , , Last modified: 23 Giugno 2026