Visita ad Art Basel 2026. Una formula diversa rispetto a Venezia e alla sua Biennale. Un racconto critico che è anche un confronto. Tra installazioni, città e ruolo (non nascosto) della dimensione economica generato dalla vendita delle opere
BASILEA (Svizzera). Sotto l’ombelico che aleggia sulla messeplatz di Basilea, visionario centro del quartiere ridisegnato da Herzog & de Meuron nel 2013, si è svolta anche quest’anno (qui il racconto di 2 anni fa) l’edizione di Art Basel, manifestazione di riferimento nel campo dell’arte contemporanea globale.
La fiera giunge a poco più di un mese dalla Biennale di Venezia dedicata all’arte e più di un parallelo è possibile. Non pochi artisti dei padiglioni nazionali in laguna si ritrovano negli stand sul Reno, a partire dalla nostra Chiara Camoni (Padiglione Italia) per proseguire con Lubaina Himid (Regno Unito), Dana Awartani (Arabia Saudita) senza dimenticare Otobong Nkanga, Wangechi Mutu, Alfredo Jarr e altri.
Pur partendo da due presupposti apparentemente opposti – la pluricentenaria rassegna artistica in laguna nata dalla passione di un manipolo di gentiluomini e votata ad essere il luogo di incontro della riflessione artistica, la ben più recente fiera sulle rive del Reno mossa dal desiderio di tre galleristi di avere una manifestazione di alto livello – i due eventi si trovano oggi a rappresentare le due facce di una medaglia che, per più aspetti, si sovrappongono, invero.
Certo, se a Venezia i giorni della vernice di inizio maggio venivano dominati dalle polemiche geopolitiche, a Basilea in giugno si stilavano le classifiche degli affari migliori – un Picasso da 35 milioni venduto nelle prime ore, un Richter da 20 milioni di dollari il secondo giorno e così via con le vendite milionarie – è pur vero che in fiera arrivano le scoperte di Biennale in una consequenzialità che sembra spontanea, ma probabilmente non lo è per niente.
Ricchezza, esclusività ma anche qualità espositiva ed effetti urbani duraturi
Articolata nei consueti percorsi e spazi arricchiti da nuove occasioni per il pubblico più scelto – con Basel Exclusive le gallerie del settore principale mostrano per la prima volta almeno un’opera all’apertura “vip” del primo giorno, nell’ora della First Choice Preview – la rassegna soddisfa sia per la qualità degli spazi, l’ampiezza dell’offerta, ma anche per l’essere il motore di un fenomeno che esplode sì in una settimana, ma che lascia nelle istituzioni cittadine effetti che durano tutto l’anno.
Se Unlimited, la rassegna dedicata ormai da più di due decenni alle opere “fuori scala” – quest’anno 59 progetti di 66 gallerie a cura di Ruba Katrib del MoMA PS1 di New York – presenta, al di là del consueto velo contraddistinto dalla super grafica del logo, uno spazio quasi di città nel quale le opere sono collocate sapientemente, Parcours – diaspora cittadina delle opere per 21 progetti di 30 gallerie, curati da Stefanie Hessler dello Swiss Institute sempre di New York – ti obbliga ad una sorta di caccia al tesoro lungo la Clarastrasse, l’asse che collega la Fiera al centro storico al di là del Reno, portandoti a scoprire luoghi più o meno affascinanti, banali nella loro quotidianità o straordinari come la Meriansaal del Du Pont, il salone del famoso ristorante che offre una straordinaria vista sul fiume, sul Mittlere Brücke e sullo skyline del zentrum.
Gli spazi più tradizionali delle gallerie espositrici (le Galleries), disposti attorno al cuore del vecchio, ma sempre attuale, padiglione centrale caratterizzato dal grande cortile interno circolare (Rundhof) disegnato da Hans Hofmann nel 1954, brillano per chiarezza, pulizia e ordine. E così sanno offrire al meglio la visione sul prodotto. Da non dimenticare il debutto europeo di Zero 10, sezione dedicata all’arte dell’era digitale con 20 espositori, curati da Trevor Paglen ed Eli Scheinman sotto il titolo The Condition. Sì, perché a differenza di Biennale qui non si fa mistero di esporre dei prodotti in vendita, e la cartella stampa di fine manifestazione non nasconde quale sia il giro di affari – le vendite plurimilionarie dichiarate sono a due cifre – ma paradossalmente, o proprio per questo, il layout è migliore, la sintassi espositiva corretta, la comprensione facile ed accattivante.
Tanto è vero che fioriscono le visite guidate organizzate da Art Basel, così come succede in Biennale o in qualsiasi grande museo per un pubblico che, in ogni caso, vuole partecipare e capire, anche se non comprerà mai niente, un evento di alto livello.
Fiere, la sfida è commerciale
Sembrano quasi ruoli invertiti, ma “il mercato che produce l’arte” contro “l’arte che produce il mercato” vince per la qualità degli spazi lasciando a Venezia la dimensione di accumulazione anche sgrammaticata che, in queste ultime edizioni, ci ha sempre accompagnato dimenticando che contenuti e forma non possono essere disgiunti. Rimane il fatto che l’installazione di finestrini e sedili d’aereo di Isa Genzken, le mille bottiglie di sake di Theaster Gates, la capanna da spiaggia di Tracey Emin, l’opera al neon di Alfredo Jaar (sì, quello dello spazio rosso in centro alle Corderie) o l’obelisco blu di Niki de Saint Phalle, per rimanere nel gigantismo di Unlimited, siano presentati ottimamente e che l’osservazione che ciò che è esposto bene si vende bene, è sempre un’antica verità, in tutti i sensi.
Rimane il fatto che l’epifenomeno di Art Basel ha generato un substrato culturale di istituzioni museali e Fondazioni filantropiche nonché Corporate Collections (La Roche e Novartis) che danno luogo ad un circolo virtuoso nel quale è naturale che Kunstmuseum Basel proponga la retrospettiva di Helen Frankenthaler e in fiera si venda il suo Sudden Wave del 1982 per circa 3 milioni di dollari. Il tutto a vantaggio del grande pubblico e della città, oltre che, ovviamente, degli interessati. Non dimentichiamo che, benchè il sistema fiere non scoppi di salute in generale (lo abbiamo visto in aprile a Milano) qui a Basilea è un fiorire di fiere satellite, dalla fotografia alle nuove tendenze e al lavoro nell’epoca digitale.
È pur vero che sempre di questi giorni è la provocatoria azione del collettivo anonimo che a Roma ha presentato, con un QR code che campeggia su un’edicola al Testaccio, la New Gallery, “la più grande mostra collettiva mai realizzata”, quotata addirittura 500 milioni di dollari (secondo gli organizzatori) e che ha come mission quella di mettere a nudo le contraddizioni del sistema dell’arte dotata della sola parola come arma.
Ma rimane l’interrogativo su quale sia l’esperienza più interessante e appagante: se un’ubriacatura un poco arruffata di opere nella città più bella del mondo o se surfare in un elenco digitale di 1.800 nomi/opere. Oppure visitare una rassegna commerciale di grande qualità e chiarezza in una città che, per offerta culturale in arte e architettura, si colloca fra i primi posti a livello globale. Ognuno scelga la sua, previa riflessione, si intende.
Immagine di copertina: Art Basel 2026, Messeplatz, Basilea (© Alessandro Colombo, Paola Garbuglio)






























