10 al top
LEGNO. Usato in tutti i modi, è il materiale che vince nelle scelte dei progettisti. Dalle architetture di servizio a tanti padiglioni: come elemento strutturale (Cile) o delicato ornamento di facciata (Uruguay), come partizione a ricordare antiche tecniche costruttive (Giappone) o per coperture ondulate (Cina). Il Pianeta si nutre soprattutto di legno.
AUSTRIA. All’Expo hanno portato una vera foresta all’interno in una struttura ricoperta di metallo. Rappresenta e mostra, in maniera quasi paradigmatica, la natura che invade l’architettura. Il tema è laria, come primaria fonte di vita. Produce ossigeno e climatizza in maniera naturale. Fresco e piacevole.
PARETI VERDI. Poteva sottrarsi Expo al trend del momento e nella città del Bosco Verticale? Certo che no, e allora ce n’è per tutti i gusti. Quasi didascalica ma sicuramente di grande impatto – quella proposta da Israele: i campi del domani si arrampicano sulle facciate degli edifici. Ed è un effetto affascinante.
BRASILE. Un padiglione che ti fa anche divertire. Con una grande rete (simbolo della connessione tra le persone, tra l’agricoltura, la conoscenza e la tecnologia) tesa sopra un giardino con corde e cavi metallici. Inatteso e dinamico.
INFRASTRUTTURE. Alzi la mano chi se l’aspettava così: stazioni efficienti, percorsi chiari, pavimentazioni uniformi, arredo urbano dignitoso. Arrivare all’Expo è una sorpresa, in positivo. Abbiamo raccontato di ritardi, opere cancellate, caos e indecisioni. Laltra faccia della medaglia è un sistema infrastrutturale che (per ora almeno) funziona e supporta il sito espositivo.
GIAPPONE. Un percorso che affascina: scoprire le stanze in successione costituisce un’immersione nella cultura giapponese, del cibo e dell’alimentazione, ma non solo. L’Expo interpretato non tanto in chiave di immagine, ma di approfondimento socio-culturale. Sensibile, affascinante, riuscitissimo.
TUTTI COL NEPAL. Expo è anche questo: un padiglione non finito per il tremendo terremoto che ha colpito Kathmandu e tutto il Nepal. Tanti lavoratori tornati a casa. Altri che, piano piano, stanno terminando il lavoro, aiutati dai colleghi degli altri paesi. I visitatori entrano portando il loro contributo e la loro vicinanza.
TORRI SVIZZERE. L’immagine esterna è un po fuorviante (Sembra una banca, ci scherzano sopra loro stessi). Ma il programma focalizza il tema di Nutrire il Pianeta. Quattro torri alte 15 metri, piene di prodotti alimentari. Il tema è: Ce n’è per tutti?). Il pavimento è mobile e si muoverà in base ai consumi dei visitatori.
FORME CIRCOLARI. Cupole, finte colline, spazi circolari, soffitti a volta. Anche in questa direzione si sono sbizzarriti i progettisti di Expo. A partire da Michele De Lucchi, con le curve di livello stilizzate del Padiglione Zero, uno dei simboli della Fiera. Fino ai padiglioni nazionali: Corea, Bielorussia (c’è anche un mulino), Malesia, Argentina. A ciascuno la sua curva.
ARCHITETTURE INTERATTIVE. Quasi banale dirlo in una’Expo del terzo millennio, ma c’è anche una dimensione informatica-interattiva che costruisce spazi e dimensioni attraverso schermi e strumentazioni informatiche. In molti padiglioni è proprio la virtualità a prevalere su spazi fisici anonimi o poco identitari. Con risultati apprezzabili.
5 flop
DECUMANO. L’asse che struttura tutta la cittadella Expo è un luogo ibrido e non molto piacevole. Troppo largo per diventare una strada, troppo vuoto perché sia esso stesso un’esperienza. I padiglioni sono lontani, le tende fanno ombra ma non danno identità, la pavimentazione – e in generale l’arredo urbano non aggiungono molto.
ACQUA. Come se non ci fosse. Doveva essere l’elemento in più del masterplan, simbolo dell’identità milanese. Invece lacqua è relegata ai margini, poco visibile, ancora meno valorizzata. I canali sono delle vasche, o poco più.
GAZEBI. Che gli sponsor debbano avere il loro spazio, e pure ben visibile, è certo. Ma forse si poteva fare uno sforzo per dare uniformità e coerenza a gazebi, chioschetti, edicole, vetrinette che punteggiano il Decumano e tutti i percorsi.
ITALIA. Il Palazzo ha una straordinaria spazialità interna, la facciata è più bella da lontano che da vicino. Ma è tutto l’insieme del Padiglione Italia, con gli spazi regionali attorno e l’Albero della vita alla fine del Cardo, a non convincere con forme e architetture poco coerenti e coese tra loro.
LAVORI IN CORSO. Diciamolo, ci si poteva aspettare di peggio. Però qualche ritardo (soprattutto nella cura degli spazi aperti) poteva essere camuffato meglio.






















































