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Scritto da: Progetti

Case economiche a Madrid+5

Le abitazioni economiche a Villaverde, il cui cantiere si è concluso nei primi mesi del 2005, erano state presentate come «Il progetto del mese» nel n. 32 del settembre 2005 da «Il Giornale dell’Architettura» nell’articolo di Carlos Sambricio Dai vincoli della normativa, nasce un simbolo per la periferia.

Raggiungere il barrio periferico industriale di Villaverde, area di nuova espansione urbana a sud di Madrid, risulta ancora oggi piuttosto complesso. L’edificio di Vpo (Vivienda protegida oficial) «en régimen especial de realojamiento», affidato nel 2000 dalla Emv (Empresa municipal de vivienda) allo studio di David Chipperfield in collaborazione con i madrileni J. M. Fernández Isla e M. M. Santolaya Heredero e ultimato nel 2005, si presenta come un forte segno architettonico e simbolo urbano al limite della città costruita. Ma è in attesa di un’infrastrutturazione che tarda ad arrivare, forse anche a causa dell’assenza di uno studio urbanistico dettagliato e della lottizzazione spesso casuale che ha segnato una prima stagione dei concorsi della Emv. Sebbene la linea del servizio ferroviario locale (Renfe) sembri relativamente vicina, il lotto «Verona 203», al margine della grande estensione di Madrid, confina con una vasta area semi-abbandonata di terreni inedificati di proprietà delle officine riparazioni di Renfe, che lo separa dalla rete ferroviaria e dall’ancor più distante fermata della metropolitana del critico quartiere di Villaverde Alto.
Percorrendo a piedi gli isolati lungo il boulevard alberato che costituisce la «spina dorsale» del quartiere, lungo il quale si sviluppano bassi fabbricati commerciali, s’intravvede il «solido» di Chipperfield. Sorto nel totale rispetto dei vincoli di una normativa che prevedeva un edificio a U di non più di otto piani con copertura inclinata, il blocco s’inserisce perfettamente in un isolato per lo più dominato da abitazioni economiche in mattoni, anche per merito dell’effetto cromatico ottenuto attraverso l’utilizzo di pannelli di Grc di diverse tonalità, che conferiscono all’intero volume un suggestivo «effetto laterizio». L’impressione è che, grazie a questa soluzione, il passare del tempo, denunciato dalle numerose ed evidenti macchie presenti sui pannelli, non sia percepito come segnale di degrado dell’involucro, ma divenga elemento compositivo e parte integrante del disegno di facciata.
Una giovane signora ci apre furtivamente il cancello per farci entrare, sperando di non essere vista dagli altri vecinos diffidenti. Alle sei del pomeriggio, un gruppo di bambini gioca nella corte che, grazie alla conformazione a U e all’orientamento scelto, come ci confermeranno più tardi le mamme soddisfatte, «si trasforma nei torridi mesi estivi in un fresco patio ombreggiato». Una volta entrati all’interno del complesso, si avverte immediatamente la presenza «disturbatrice» di una rampa, non prevista dal progetto di Chipperfield, che invade il patio snaturandone l’originaria idea d’intimità: attraverso questo elemento «estraneo», l’edificio limitrofo s’impossessa infatti dello spazio della corte convertendolo in un cortile comune ai due complessi residenziali.
Lungo il tragitto che conduce dal cortile agli ingressi si percepisce un graduale passaggio dallo spazio pubblico comune a quello semi-pubblico o semi-privato, fino a quello privato degli alloggi. Questo progressivo percorso è scandito dalla presenza di due semplici gesti architettonici: attraverso la pergola che funge da «distributore continuo» parallelo alla facciata, s’intravede la fascia verde semi-privata, prevista in origine come «fitta fascia di alberi verdi» per gli appartamenti del piano terra e occupata oggi in realtà solo da cespugli che fungono da filtro tra il cortile e i 7 ingressi indipendenti, coincidenti con i diversi nuclei di distribuzione.
Come auspicato dai progettisti, risulta difficile intuire dall’esterno che cosa in realtà accade all’interno dell’edificio: l’involucro avvolge l’intero volume come una pelle continua e omogenea, sia dal punto di vista dei materiali che della finitura, permettendo una lettura unica della facciata che gira divenendo copertura, modellata attraverso la diversa inclinazione dei due fronti principali.
Emerge la volontà di non gerarchizzare spazi interni ed esterni (non esiste gerarchia tra le aperture e gli ambienti domestici) e questa presenza unitaria è enfatizzata dalla scelta di un’unica dimensione e tipologia per le aperture e dal loro ritmo indipendente dalle funzioni degli ambienti interni. L’involucro non lascia trapelare l’articolazione della distribuzione interna, né la diversificazione delle piante nel combinare le varie tipologie abitative richieste da un rigido programma che stabiliva il numero di cellule in un perimetro e un contenitore predefinito, aprendo alla sfida, qui perfettamente risolta, di «incastrare», gerarchizzare e diversificare i 176 appartamenti attraverso diverse tipologie abitative: 16 con una camera, 90 con 2, 56 con 3 e 14 duplex con 4 camere e cucina e soggiorno a doppia altezza, di cui 6 previste per disabili.
A dispetto delle dimensioni ridotte delle aperture, sono proprio la luminosità e le due arie previste per tutti gli alloggi (fatto salvo per le unità in prossimità degli angoli che guardano solo sulle strade esterne) gli aspetti più apprezzati dai pochi abitanti che, dopo aver manifestato la loro insofferenza iniziale per le continue intrusioni di gruppi di architetti curiosi, hanno condiviso con noi le loro impressioni, dichiarandosi «estremamente soddisfatti della distribuzione interna e della funzionalità dei singoli appartamenti, della loro luminosità e degli spazi a disposizione», ma al contempo lamentandosi delle modalità di gestione attuate dalla Emv e delle politiche per l’assegnazione degli appartamenti, che negano ormai ogni possibilità di acquisto.
Sulla base delle testimonianze raccolte, l’edificio di Chipperfield rappresenta sicuramente uno degli episodi più riusciti nell’ambito di una prima generazione di residenze economiche che la Emv ha affidato per incarico diretto investendo su grandi nomi della scena architettonica internazionale, che hanno avuto la fortuna di vedere la luce prima dell’interruzione dei cantieri già avviati, il blocco dei concorsi e la mancata assegnazione dei progetti già banditi, causati dalla crisi che ha paralizzato la costruzione a Madrid, e in Spagna in generale, nei tempi recenti.

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Last modified: 17 Luglio 2015