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Scritto da: Progetti

Gli strappi e le pieghe di un condensatore sociale

Nelle principali città della Jugoslavia socialista una delle strategie urbanistiche praticate comunemente era quella di dotare i nuovi quartieri residenziali di centri di aggregazione comunitaria. Si trattava di complessi architettonici che nascevano solitamente lungo gli assi di espansione, in prossimità di mercati rionali, e che ospitavano le molteplici funzioni necessarie al completamento dell’azione di decentramento intrapresa a livello residenziale. Spazi dedicati alle amministrazioni civiche, centri sociali, l’immancabile omladinski dom (la casa della gioventù), sale per attività culturali e ricreative a livello locale come biblioteche, sale da ballo, cinema, palestre, costituivano elementi funzionali sui quali s’impostava l’organizzazione architettonica delle nuove centralità periferiche.
Il nuovo centro polifunzionale di Zamet, costruito recentemente nell’omonimo quartiere di Rijeka (Fiume), nasce proprio con questo spirito. Esso s’inserisce infatti come nuovo nucleo funzionale in un quartiere sorto negli anni settanta a pochi chilometri dal centro storico, costituito da alcune torri residenziali isolate, una scuola, un mercato, un piccolo parco. Sebbene i critici accolgano con entusiasmo l’intervento sostenendo la sua alta attrattività urbana e la sua complessità «programmatica» – vedendo in esso l’avvento della «contemporaneità» nella realtà urbana di Rijeka -, la sua natura tipologica non si discosta molto dagli edifici multifunzionali sorti nel passato in questi contesti.
Ma a differenziare il centro di Zamet dai precedenti storici è sicuramente il linguaggio. Gli autori, affermatisi con la realizzazione di due importanti spazi urbani (il suggestivo memoriale dedicato ai soldati croati a Rijeka e la sistemazione della celebre «Riva» di Spalato) e già protagonisti assoluti della giovane scena architettonica croata, rispondono al complesso compito di Zamet con un’architettura dalla forte, se non radicale, immagine visiva. Il principale ruolo architettonico di questo complesso è quello di conciliare funzioni a carattere locale (uffici dell’amministrazione e del consiglio di quartiere, negozi, la biblioteca civica) e urbano (il palazzetto dello sport, il wellness) con la realizzazione di una piazza. Uno spazio aperto che deve costituirsi come «legante» tra gli slegati elementi edilizi esistenti, e allo stesso tempo deve indicare il percorso attraverso il quartiere che si sviluppa su un pronunciato dislivello verso il mare, godendo di uno straordinario panorama del golfo del Quarnaro.
La pelle e le coperture del complesso si protraggono in un unico gesto di continuità sulla piazza, come un morbido lenzuolo steso sull’intero lotto. Il manto, rivestito in piastrelle di ceramica, con un pattern che cerca, non troppo efficacemente, di simulare l’immagine della trama dei muri a secco, si piega e si strappa mostrando lungo le «crepe» le varie funzioni che si nascondono sotto di esso, disposte secondo un’orditura di strati paralleli (chiamati dagli autori territorial tracks) disegnati sul lotto. L’involucro ha dunque la qualità di creare una forte caratterizzazione plastica dell’insieme, puntando sull’interpretazione delle condizioni topografiche e sul raccordo tra i dislivelli. Tuttavia, la ricerca della coerenza d’immagine costringe gli autori a sacrificare la disposizione degli spazi interni che, salvo la galleria del palazzetto, hanno una problematica se non inesistente relazione con l’esterno, e in primo luogo con il panorama naturale, e sono sacrificati in larga parte a condizioni ambientali da seminterrato. Nonostante la definizione di una piacevole misura per la piazza e di suggestivi scorci per il volume della palestra, la qualità di questo edificio si esaurisce nell’ossessione, molto attuale, per l’espressività scultorea degli involucri. Si svela così il tranello nel quale inciampa spesso il nuovo panorama architettonico, non soltanto croato. Nonostante le capacità d’importare metodi progettuali e linguaggi internazionali, molta cosiddetta giovane architettura non riesce ancora a opporre positivamente i propri filtri, che potrebbero non solo aiutare a conferire qualità e riconoscibilità contestuali ai progetti, ma anche permettere di esibire un’espressività e un’identità culturali proprie.

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Last modified: 17 Luglio 2015