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Christian De IuliisScritto da: Città e Territorio

Ritratti di città. Salerno, ritorno al futuro: meno Bilbao, più Montecarlo

Ritratti di città. Salerno, ritorno al futuro: meno Bilbao, più Montecarlo
La rielezione di Vincenzo De Luca a sindaco obbliga ad una visita critica nella città italiana che più di tutte ha scommesso sull’architettura contemporanea e sulle sue archistar (da Zaha Hadid a Ricardo Bofill). Alcune realizzazioni di successo, molte idee incompiute. Resta l’ambizione, cambiano i riferimenti

 

SALERNO. Con un colpo di teatro tanto fragoroso quanto prevedibile, Salerno, nel maggio scorso, è tornata la città di Vincenzo De Luca.

 

Una stagione politica senza eguali

Sono trascorsi 33 anni dalla sua prima elezione a sindaco, un paio di ere geologiche fa, quando qui si parlava di rivoluzione urbanistica con la nomina a deus ex machina dell’architetto ed urbanista catalano Oriol Bohigas, chiamato a risolvere i problemi del fronte mare, motivo portante del nuovo Piano urbanistico.

Trasformazione scandita da una serie di concorsi internazionali nei quali grandi studi riposero fiducia, non sempre ricambiata. Ma l’idillio tra l’archistar spagnolo ed il sindaco, all’epoca dell’esordio in fascia tricolore giovanile 44enne, era destinato ad incrinarsi rapidamente, specie a causa della volontà dell’amministrazione di espandere la città verso oriente, elevando le torri che ora, nell’area periferica, macchiettano la città disperse in un deserto di infrastrutture.

In mezzo a questi 33 anni, il cambiamento ha ondeggiato, pericolosamente, tra ricerca esasperata del nuovo e l’inespugnabile degrado, sempre nel nome di De Luca e dei suoi fedelissimi. Uomo per tutte le stagioni, De Luca, dopo il secondo mandato del 1998, viene eletto deputato nelle liste dei DS, torna sindaco di Salerno (2006) ma si candida a presidente della Regione Campania, viene sconfitto e resta sindaco. Rieletto per il quarto mandato nel 2011, entra nel governo Letta come viceministro ma non molla la poltrona comunale finché a sollevarlo, di peso, ci pensa prima la corte d’appello per incompatibilità delle cariche e poi anche la legge Severino (pesava sul suo capo una condanna in primo grado per abuso d’ufficio), e siamo a gennaio 2015. A marzo di quell’anno De Luca diventa presidente della Regione Campania, si conferma nell’autunno del 2020 dopo aver minacciato i cittadini di intervenire col lanciafiamme in caso di raduni festivi in periodo Covid.

Finché, rinunciato al blitz del terzo mandato a Palazzo Santa Lucia, torna per la quinta volta da sindaco e annuncia l’ennesima rivoluzione cittadina, questa volta in nome della sicurezza, attualmente tema molto popolare, accantonando (forse) il sogno dell’architettura contemporanea. Che nel frattempo si è sbriciolato tra opere venute male o rimaste sulla carta. Ma soprattutto perché l’architettura, a Salerno, non è diventata mai parte di un discorso virtuoso nell’eterna trasformazione della città.

Non si è fatta linguaggio, non è entrata nel dibattito pubblico, non ha scosso la socialità e non è stata occasione per coinvolgere (anzi, forse per escludere: dove sono i concorsi aperti a tutti?). Strada facendo il cemento delle torri residenziali ha occupato tutto lo spazio disponibile per discutere di riqualificazione, i privati si sono mangiati la città mentre il pubblico esibiva il successo della piazza pavimentata, sul mare, più grande d’Italia (Piazza Libertà) delimitata alle spalle da, probabilmente, l’edificio sul mare più brutto d’Italia (il Crescent di Ricardo Bofill).

Ma per fortuna, qualcos’altro c’è.

 

Zaha Hadid: stazione marittima

Lostrica con un guscio duro esterno che racchiude elementi fluidi e morbidi all’interno” è una delle ultime opere dell’architetto anglo-irachena che non ebbe il piacere di vederla terminata; inaugurata nell’aprile del 2016 (la Hadid morì pochi giorni prima) il mollusco in cemento bianco posato sul molo Manfredi, circa di 100 metri di lunghezza per 13,5 di altezza, contiene tutti gli elementi caratteristici dell’architettura della Hadid.

Un misto di decostruttivismo e astrattismo organico, accattivante nelle sue forme curvilinee specie all’interno, dove le pareti, i percorsi, i livelli si compongono come una sola continua scultura. Di notte la copertura, punteggiata da mille luci, si fa faro illuminando più che essere illuminata.

Tralasciando ogni discorso sulla funzionalità delle strutture della Hadid (il Maxxi a Roma, ad esempio, è persino più visitato del suo contenuto), le fortune della stazione marittima sono piuttosto alterne: negli anni è stata più sede di eventi che terminal di accoglienza, nonostante il turismo crocieristico a Salerno sia in espansione, gli spazi di accoglienza della stazione sono sottoutilizzati e talvolta destinati ad usi imprevisti dall’autrice, che tuttavia, purtroppo, non può certo lamentarsene. Ma non è un destino raro, questo, per l’architettura contemporanea.

David Chipperfield: cittadella giudiziaria  

Anche lo studio britannico David Chipperfield Architects (in collaborazione con quello napoletano Alberto Izzo and partners) venne fulminato sulla via Popilia, meglio detta via Capua che attraversava l’antica Salernum, da un bando di concorso del 1999, e forse mal gliene incolse per i continui fallimenti delle ditte esecutrici, finanziamenti bloccati e lo strascico fiscale di iva non versata, poi versata e infine rimborsata a spese sempre dei soliti cittadini.

Ma queste sono quisquilie dinanzi a quella che viene definita la più grande opera pubblica di architettura contemporanea italiana degli ultimi 30 anni. Sicuramente non la più originale, almeno in rapporto all’architettura di Chipperfield che, nell’arco della sua carriera, ha proposto e riproposto il piatto del colonnato snello e dell’alveare modulare, in numerosi pasti e molte salse. A Salerno Chipperfield si cimenta nell’area dismessa dello scalo merci della ferrovia: su un basamento unico sistema 6 blocchi differenti per colore e dimensioni, dislocando in ognuno un’attività (corte d’appello, procura, tribunale…). Tra cortili, pozzi di luce, percorsi e passaggi coperti compone un organismo con le sue regole interne: una cittadella appunto.

I colori tenui con i quali l’architetto dipinge i pannelli prefabbricati che costituiscono le facciate dei blocchi, avrebbero il compito di ammortizzare quella spiacevole sensazione di inadeguatezza che prova il cittadino dinanzi all’autorità giudiziaria. Ma la sensazione è che la mole e il rigore geometrico degli edifici, vanifichi ogni bella intenzione.

 

Santiago Calatrava: Marina d’Arechi, ma solo i progetti

Il nuovo porto, sulla costa verso est, pensato come un’isola e nato da un’intesa tra la Regione Campania, l’autorità portuale e la società privata Salerno Container Terminal SpA, viene alla luce nel 2008, con in calce la firma prestigiosa di Santiago Calatrava che si sarebbe dovuto occupare delle opere “a terra”.

In particolare, di grande suggestione, appariva nel progetto originario il ponte strallato che avrebbe dovuto collegare l’oasi con gli imbarchi al litorale. Un viadotto che, nella migliore tradizione di Calatrava, veniva tenuto in equilibrio da una torre a forma di lancia e un trionfo di cavi tesi. A questo si aggiungeva anche il volume del club nautico coperto da un’onda a costolature, come un suggestivo scheletro di un dinosauro. Un incrocio tra la torre del Montjuic barcelloneta e la Stazione di Oriente di Lisbona, un sogno per la città. Quasi 20 anni dopo la posa della prima pietra, Marina d’Arechi ospita 1000 posti barca, attività commerciali, parcheggi e una spiaggia nata sul bordo della diga foranea realizzata per proteggere i moli. Attraverso la quale vi è anche il collegamento tra la terraferma e il porto, perché delle architetture di Calatrava, ponte e polo nautico, non ve n’è nessuna traccia (ma in compenso, in rete si trovano ancora i render di progetto).

 

Recupero area ex Salid e Parco Pinocchio

Era invece un’eredità del piano Bohigas – e del desiderio di donare alla città un polmone verde perpendicolare alla linea del mare – il recupero dell’area industriale dismessa della Salid (Laterizi Industrie Diverse Società Anonima, storica fabbrica di mattoni e laterizi) affidato a Mario Dell’Acqua. L’architetto dal 2000 fino al 2012 si occupò di restituire alla città sotto forma di parco l’area lungo il fiume Irno recuperando anche il mulino come spazio espositivo e il volume del teatro dedicato ad Antonio Ghirelli, napoletano, storica figura del giornalismo anche quirinalizio.

Un esempio di area archeologica industriale riattivata, riconoscibile dalla ciminiera che si eleva nel verde dei 7 giardini botanici tematici. Accanto al Parco dell’Irno è sorto il Parco Pinocchio, dal nome della scultura in bronzo del celebre burattino realizzata dall’artista Antonio Petti che introduce gli spazi dedicati prettamente al gioco e agli eventi estivi. Mario Dell’Acqua è anche l’autore di una tra le chiese realizzate di recente, probabilmente la più interessante dal punto di vista spaziale, quella del Redentore al quartiere Pastena, pur nel suo linguaggio ondeggiante tra l’accademico ed il postmoderno.

 

Ricardo Bofill: il Crescent, manifesto dello spreco

Non basterebbe lo spazio di 10 articoli, per scrivere, descrivere ma soprattutto discutere dell’edificio simbolo della riqualificazione del waterfront di Salerno. Opera di Ricardo Bofill, che lo progettò su richiesta dell’amministrazione comunale, il complesso ripropone un tema caro al progettista, anch’egli catalano: l’emiciclo, già realizzato pressoché identico a Savona e con diverse sfumature a Calce in Spagna (El Anfiteatro) e in Francia a Noisy-le-Grand (Espaces d’Abraxas). Non staremo qui, quindi, a questionare sulle vicende che hanno consentito, alla fine, all’edificio di essere realizzato, seppure depurato dalle due appendici laterali, né dell’assenza di valutazioni della Soprintendenza e delle obiezioni degli ambientalisti.

Ci atterremo semplicemente all’aspetto del Crescent che si propone come l’esempio più fulgido dello stile “Camp” in architettura. Un misto tra neoclassicismo e postmoderno, squisitamente di facciata, eccessivo e quindi indubbiamente kitsch. Pensato come quinta scenica a chiudere verso nord la nuova piazza della Libertà, il Crescent, si eleva per 7 piani su un colonnato tanto rigido quanto finto (si tratta di un rivestimento in calcestruzzo cellulare) che si solleva fino alla copertura, lasciando tra un blocco e un altro, squarci per intravedere il paesaggio retrostante, che sembra reclamare l’ossigeno sottrattogli.

L’effetto, specie notturno, è quello di un enorme ossario, ad uso prettamente scenografico, inutilmente estraneo alla città e interamente privato. L’idea della galleria commerciale al piano terra e degli uffici all’ammezzato è infatti, almeno per adesso, completamente naufragata. Si può dire, senza timore di smentita, che il Crescent rappresenti il manifesto, piuttosto ingombrante e soprattutto irreversibile, delle occasioni sprecate da Salerno e più in generale dall’architettura.

 

Una sequenza di incompiute

Per completare il quadro recente, occorre dire come siano rimasti sulla carta gli interventi di Jean Nouvel per la riqualificazione del pastificio Amato nel quartiere Mercatello, che prevedeva la riconversione degli opifici in un complesso residenziale e commerciale e quello di Tobia Scarpa per la realizzazione del palazzetto dello sport da 8.000 posti con tetto apribile, accanto allo stadio Arechi, frutto di un concorso internazionale e rimasto incompiuto a causa dei continui stop e contenziosi burocratici.

Nel primo caso, gli scheletri dell’opificio sono stati acquistati da una società privata che ha avviato un processo di riconversione sempre a destinazione residenziale, mentre per il palazzetto dello sport, alla fine Scarpa ha rifiutato di stravolgere completamente il progetto, del quale si sta occupando nuovamente l’amministrazione comunale nel tentativo di rilanciare l’idea ambiziosa del PalaSalerno. È in corso di realizzazione, anche se con un progetto letteralmente stravolto rispetto a quello uscito vincitore dal concorso del 2003 vinto dallo studio Karasz-Aubock, il Parco naturalistico nell’area della fabbrica di ceramiche D’Agostino, dove dopo una faticosa opera di contenimento del fronte di cava, sono in costruzione strutture sportive che di naturalistico esibiscono ancora poco.

È stato invece realizzato il quartiere denominato Eden Park, nel quartiere Fratte, poco più a nord dei parchi urbani, tra Salerno e Pellezzano, con la firma prestigiosa di Massimiliano Fuksas. Un complesso residenziale che si distingue dal tessuto urbano per il disegno dei blocchi e per il loro singolare colore verde acido. Un’operazione immobiliare di successo che ha generato già un suo epigono, il dirimpettaio Eden Park 2.

Al polo opposto della città, verso sud, dinanzi al mare, nell’area che fu dello storico cementificio, fa bella mostra di sé, oramai già da un quarto di secolo, uno degli ultimi edifici realizzati da Nicola Pagliara, il Grand Hotel, simbolo più che della città dell’architettura del maestro napoletano: una nave in marmo nero e balconate in acciaio, con il disco dell’elipista a coronamento dei 7 lunghi livelli.

Salerno, dopo questo primo quarto di secolo, resta la città dei progetti incompiuti, in debito di spazi pubblici e infrastrutture; la città che sognava di diventare Bilbao, e che ora, parole del sindaco, invece vorrebbe diventare una nuova Montecarlo. Qualsiasi cosa questo voglia dire.

 

Immagine di copertina: vista dal mare con la stazione marittima e il Crescent (© Christian De Iuliis)

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Tag: , , , , , , , , , Last modified: 1 Agosto 2026