Alla Casa del Mantegna di Mantova in mostra architetti internazionali e 26 casi studio. “Actions” trasforma la crisi climatica in un vocabolario operativo. L’allestimento integralmente realizzato con materiali di riuso
MANTOVA. Nel ricco programma di mostre di Mantovarchitettura, la mostra “Actions” ha portato in un luogo suggestivo ed emblematico uno spaccato della cultura architettonica internazionale. Progettiste e progettisti si sono confrontati sul tema degli effetti del cambiamento climatico sulla cultura del progetto. Occasione interessante, anche per il confronto continuo con studentesse e studenti. Una di loro racconta l’esperienza
MANTOVA. In occasione del festival Mantovarchitettura, il piano terra della quattrocentesca Casa del Mantegna ha ospitato una mostra che si sviluppa in un percorso circolare attorno alla corte centrale. Qui, banner sospesi riportano le parole chiave emerse da una serie di interviste. La trama radiale che i banner compongono tra le mura storiche della corte crea un piccolo rebus tipografico. Da un preciso punto di vista affiorano due lettere: il visitatore saprà riconoscerle? Il disegno creato dai banner riporta le lettere M ed A, che stanno per Mantovarchitettura.
Cinque sezioni, 26 progetti
La mostra “Actions”, a cura di Matteo Moscatelli ed Elena Montanari, aperta tra maggio e giugno, raccoglie 26 progetti, distribuiti in 5 sezioni: Acqua, Terra, Fuoco, Aria e Cosmo. Dalla corte si accede alla sala introduttiva, Early approaches, che, attraverso 4 progetti dello scorso secolo, ricorda da subito al visitatore che la concezione progettuale sviluppata partendo dalle condizioni ambientali è un tema tutt’altro che nuovo. L’architettura moderna è la prima ad esplicitare, internazionalmente, che le condizioni ambientali possono e devono essere più che dati analitici preliminari, nonostante non si affrontasse ancora con un vero e proprio clima di crisi, quale quello con cui ormai ci si confronta oggi. I progetti vengono ordinati attraverso l’elemento naturale che li sollecita, l’azione motrice dell’intervento, il tipo di territorio a cui risponde in maniera trasversale.
Le sale dedicate agli elementi naturali presentano delle garitte composte da pannelli in OSB, realizzate quasi completamente da materiale di scarto e completamente riciclabili. In queste cabine si trova uno schermo con le video interviste: Uli Hellweg per la sezione Acqua, Louis Becker per la Terra, José Luis Vallejo per il Fuoco, Anne Speicher per l’Aria. Ai progettisti vengono chiesti tre verbi che sintetizzino le azioni da includere in un percorso progettuale consapevole dal punto di vista climatico. Nella sua video-intervista, la prima che incontriamo lungo il percorso, Uli Hellweg, direttore dell’IBA di Amburgo, trova in Integrating, Translating e Caring (Integrare, Tradurre e Curare, inteso come prendersi cura) le azioni che spingono il progetto contemporaneo. Indica come positivi gli interventi in grado di trovare soluzioni alla scala locale per quanto riguarda il potenziale di efficienza energetica, citando l’intervento di IBA in luogo dell’alluvione dell’Isola Elbe di Amburgo del 1962.
Un pronto intervento che lavori sui fronti della mitigazione e dell’adattamento: la piccola scala e le pratiche quotidiane sanno avere un’influenza molto più significativa rispetto a quelli che Hellweg chiama “grandi fari”, progetti-esempio di grandi dimensioni. I progetti esposti sono tutti recenti, talvolta ancora in stato di esecuzione, distribuiti nei 5 continenti. Di particolare rilievo è un intervento italiano, il progetto di INOUT per piazza Cortevecchia a Ferrara, una piazza alberata che – attraverso un sistema che immagazzina e distribuisce l’acqua piovana e la piantagione di una specie di platano conosciuta per le proprietà di assorbire microparticelle inquinanti – garantisce un’oasi termoregolata nel centro storico della città rinascimentale.
Verbi di un nuovo vocabolario
Nella sezione successiva, dedicata alla Terra, il danese Louis Becker presenta una visione apparentemente contrastante con la precedente. Afferma, infatti, che sono i progetti di grandi dimensioni a fare davvero la differenza e che l’intervento su piccola scala possa essere utile in quanto esperimento, per l’appunto, adattabile. Perciò trova nel verbo Scaling, uno dei termini più appropriati per intervenire, insieme a Collaborating e Interacting. In questa sezione si indaga il concetto di superficie, terrestre o architettonica, come parte di un ciclo continuo e coerente con le azioni del suolo. Il progetto Torri RISOrsa di RiceHouse, a Milano, converte coperture impermeabili in orti, giardini e superfici abitabili, facendo della materia riciclata una base costruttiva e ideologica. A Shanghai, nel Riverfront Aite Park, Liu Yuyang usa macerie e residui edilizi per ridisegnare argini e spazi collettivi.
Researching, Regenerating, Renaturalising sono le azioni che José Luis Vallejo, cofondatore di Ecosistema Urbano, individua per la sezione dedicata al Fuoco. Torna sempre il prefisso re-, che indica il ripetersi di un’azione sia in senso stesso che in senso contrario. Le azioni sollecitate dall’architetto madrileno, infatti, non sono novità assolute ma richiedono una rigenerazione dei propri significati che sia al passo con gli odierni processi sociali, con la tecnologia e l’ambiente. Anne Speicher, socia dirigente dello studio internazionale Baumschlager Eberle Architekten, di azioni reiteranti ne aggiunge due: Reducing e Reusing, da accostare ad una terza, Connecting. Anche il concetto di connessione, in ambito architettonico, è in continua evoluzione, per cui il gesto del connettere si deve presentare come azione che si ripete e aggiorna nel tempo.
Fuoco e aria indicano la spinta naturale che guida il progetto nella sua elaborazione formale. La Powerhouse Brattørkaia di Snøhetta, ad oggi uno degli edifici a energia positiva più grandi del mondo, converte l’esposizione solare sia in matrice compositiva che in effettivo rendimento energetico. A Nantes, la Maison de l’Innovation di Baumschlager Eberle usa la ventilazione, l’inerzia e la porosità dell’involucro per permettere alla forma stessa dell’edificio di servire a chi lo inabita come qualcosa che vada oltre la schermatura passiva. In ciascuno dei casi è evidente la concezione formale come frutto di un dialogo tra clima locale e necessità del fruitore dell’edificio.
Allestire riusando
Nella sala dedicata al Cosmo, la narrazione della mostra prende una piega inaspettata. Dopo 5 sale dedicate all’ambiente terrestre in tutte le sue direzioni materiali e geografiche, compaiono habitat extraterrestri, composti da archivi e dispositivi capaci di produrre energia laddove la vita umana resta una condizione estremamente eccezionale. Questo salto vertiginoso nel tema è giustificato dalla domanda principale che viene posta dagli organizzatori della mostra: da un lato, quali sono le infrastrutture che rendono abitabile un luogo contemporaneo e, dall’altro, quale debito creano queste infrastrutture nello spazio e dove lo depositano? L’innovazione e lo sviluppo stanno andando in una direzione che vuole davvero salvaguardare il bene del nostro habitat oppure, ampliando la dimensione di azione per ricercare possibilità esterne, ci si apre alla possibilità di un fato avverso ed ineluttabile del nostro pianeta?
Tra le “Actions” messe in moto dalla mostra, la più decisiva riguarda un processo allestitivo integralmente concepito in funzione del riuso. Lungo il percorso espositivo, ogni elemento reitera la nozione di sostenibilità tramite un materiale innovativo e riciclabile: dalle garitte ai pannelli introduttivi, che sono dello stesso materiale dei banner all’ingresso, il rivestimento trasparente Air-Lite che contribuisce a ridurre l’anidride carbonica presente nell’aria, ai modelli, alcuni realizzati a partire dalla lolla di riso, altri da scarti industriali. L’aspetto più interessante della mostra è proprio nell’intento dei curatori di rendere trasparente la catena di produzione dell’architettura in una logica di confronto che coinvolge i progetti stessi. Interrogandosi e interrogando gli attori del mondo architettonico contemporaneo sul riuso e sulla trasformazione, l’esposizione accetta che la stessa domanda ricada sui propri mezzi.
Sfida così una forma comune di ipocrisia della progettazione: aspettarsi la sostenibilità dall’edificio compiuto, escludendo dall’equazione tutto ciò che ne accompagna il processo realizzativo. È sempre più necessario il bisogno di espandere la definizione di sostenibilità, concependo il progetto come sostenibile non solo nel risultato, ma anche nei mezzi che consentono la sua concretizzazione. La questione tocca da vicino anche la formazione architettonica. Una contraddizione che emerge già tra i banchi universitari, dove sempre più studenti avvertono la distanza tra i principi di sostenibilità richiesti dal progetto contemporaneo e le pratiche con cui il progetto viene concepito e sviluppato, con tavole, modelli e allestimenti destinati ad una vita brevissima ed un destino spesso lontano da ogni ipotesi di riuso. La consapevolezza climatica non può restare confinata all’esito del progetto. Risulta necessario applicare la sensibilità dai primi momenti, mostrando coerenza sin dalle più piccole azioni. La mostra di Mantovarchitettura riesce ad intercettare questa crescente consapevolezza e la traduce in acta, non verba.
Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano il cui obiettivo è lo sviluppo e la sperimentazione di forme di comunicazione nel campo dell’architettura e del progetto da parte di docenti, studentesse, studenti, neo-laureate/laureati e giovani ricercatrici e ricercatori.
Immagine di copertina: mostra “Actions”, Mantovarchitettura 2026 (courtesy Mantovarchitettura)
























