Il Padiglione di Milano celebra i 30 anni dalla riapertura, dopo l’autobomba del luglio 1993. Una mostra nella Project Room per raccontare una storia architettonica moderna, fortemente intrecciata con quella politica e sociale della città e dell’Italia
MILANO. Il 27 luglio 1993 l’attentato mafioso di via Palestro causò la distruzione del PAC realizzato da Ignazio Gardella e la morte di 5 persone. All’esterno del Padiglione d’Arte Contemporanea, la targa commemorativa ricorda le vittime. All’interno, fino al 13 settembre 2026, la mostra documentale “Architettura alla prova. Il PAC di Ignazio Gardella” ne ripercorre, in occasione dei 30 anni dalla riapertura del 1996, la genesi progettuale e la sua ricostruzione e restauro, ad opera dallo stesso Ignazio Gardella e dal figlio Jacopo. Occasione per rinsaldare la memoria civile.
Il passato
La storia del PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, è strettamente connessa alle distruzioni causate da bombe: prima quelle del 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, e poi l’autobomba dell’attentato mafioso del 1993. Nel 1947, sulle ceneri delle scuderie di Villa Reale, il Comune decide di costruire un padiglione moderno per accogliere una collezione d’arte contemporanea, come caldeggiato da Fernanda Wittgens, l’allora soprintendente alle Gallerie della Lombardia, in contrapposizione allo schieramento più conservatore che auspicava la ricostruzione delle scuderie.
Nel 1948 viene selezionato il progetto di Ignazio Gardella, poi realizzato nel 1954 mantenendo tre tracce del passato: il muro delle ex-scuderie sul fronte strada, il corpo a ovest del cortile per accogliere il nuovo ingresso e la pianta trapezoidale dell’edificio distrutto.
Il nuovo museo per le collezioni civiche del XX secolo si conforma su questo perimetro con un volume centrale su tre livelli con due fronti materici diversi. Il prospetto che si affaccia verso il parco di Villa Reale è caratterizzato da una sequenza verticale di pilastri metallici e da due fasce orizzontali, quella inferiore vetrata e quella superiore in cotto smaltato color rosso prugna a cui si sovrappone al centro una griglia. È una schermatura dotata di contrappesi per lo scorrimento lungo un asse verticale che regola la luce naturale della galleria delle sculture. Il prospetto su strada è invece a intonaco civile.
Lo spazio interno è articolato su piccole variazioni di quota, tramezzature mobili e diversi tipi di illuminazione. La sala principale, di 600 metri quadrati e a quota +1 metro rispetto all’ingresso, è suddivisibile tramite pareti mobili in 5 sale esagonali destinate all’esposizione di opere pittoriche. L’illuminazione è zenitale tramite lucernari schermati da un controsoffitto di lamelle metalliche bianche. Dalla sala centrale si accede, tramite lo scalone a vista, al mezzanino con balconata continua destinato all’esposizione di disegni, stampe, fotografia ed oggettistica e illuminato artificialmente. Uno spazio rettangolare collocato sopra la sala della scultura che è caratterizzata da una serie di input compositivi: la stessa quota del giardino circostante, l’altezza di 3,5 metri, il lungo fronte vetrato che permette alla luce naturale di illuminare lateralmente le sculture, la copertura piana al centro con due falde inclinate sui lati. Di fronte, sullo spazio esterno, è posizionata una riproduzione del gruppo de “I Sette Savi” di Fausto Melotti.
Marmo, legno e metallo contraddistinguono i tre spazi che dialogano fra di loro in continuità. Le sale che possono essere usate separatamente presentano 5 coperture a falda che in origine erano realizzate con un sistema di pannelli in vetro retinato ed eternit.
Il Padiglione era stato oggetto, anche prima del 1996, di un intervento di restauro per permetterne la riapertura nel 1979 non più con la funzione di museo ma di spazio espositivo per mostre temporanee sull’arte del XX secolo e le nuove sperimentazioni a completamento delle collezioni civiche. L’intervento di ricostruzione e restauro per la sua seconda riapertura del 1996 ha interessato l’adeguamento dei sistemi di sicurezza e climatizzazione per gli spazi museali, la creazione di uno spazio destinato a caffetteria. l’eliminazione dei lucernari originali e realizzazione di un controsoffitto per permettere l’installazione dell’impianto di condizionamento.

Il presente
Non solo il processo di elaborazione progettuale che ha portato alla ricostruzione del PAC, ma anche le testimonianze del dibattito pubblico, l’attenzione mediatica, la rimozione delle macerie fino alla ricerca dei finanziamenti, sono trattate nella mostra “Architettura alla prova. Il PAC di Ignazio Gardella” allestita nella Project Room del Padiglione.
Claudia Cavallo – in collaborazione con il Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano – riesce a far comprendere la forma architettonica, la complessità dello sforzo pubblico che ne ha incentivato la ricostruzione ma anche il processo ideativo e progettuale che l’ha generata. Per rendere evidente e comprensibile tutto questo è presentata una consistente selezione di materiali d’archivio – filmati RAI, fotografie, tavole e schizzi originali – provenienti dall’Archivio Storico Gardella, dall’Archivio CSAC dell’Università di Parma, dall’Archivio Progetti IUAV e dalle Raccolte Bertarelli del Castello Sforzesco, insieme a modelli, ridisegni interpretativi e installazioni ad hoc.
Il corpus principale è costituito dalla rappresentazione degli elementi che rendono ancora attuale e vivo il PAC – spazi espositivi, facciata, illuminazione, allestimento, scala, dispositivi funzionali e materiali – che sono parte, come si evince dalla sequenza espositiva, di quella continua sperimentazione, che portò Gardella, anche per gli altri suoi progetti, al raggiungimento della forma definitiva.

Il futuro
Come per tante architetture del moderno anche il PAC necessita di continua manutenzione non solo per rimanere al passo con gli adeguamenti imposti dalle nuove normative europee, ma anche per l’usura dovuta alla fruizione pubblica.
È quindi auspicabile il proseguimento della collaborazione fra pubblico e privato per gli interventi di manutenzione e per la promozione culturale della struttura all’interno di percorsi dedicati alla riscoperta dell’architettura moderna milanese, così come lo è stato per la ricostruzione del 1996 e per la realizzazione della mostra. Il legame tra Bernardo Caprotti e Ignazio Gardella, progettista di numerosi negozi e sedi direzionali del famoso gruppo della grande distribuzione, ha portato ad azioni incisive che dovrebbero funzionare da stimolo per una programmazione a lunga scadenza.
Immagine di copertina: mostra “Architettura alla prova. Il PAC Ignazio Gardella”, PAC Milano, 2026 (© Nico Covre, Arsenalia)
“Architettura alla prova. Il PAC di Ignazio Gardella”
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea
fino al 13 settembre 2026
Project Room, Via Palestro 14, Milano
A cura di Claudia Cavallo
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