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Scritto da: Città e Territorio Mosaico Progetti

Tbilisi perde le brocche

Tbilisi perde le brocche
Nella capitale della Georgia decisa le demolizione dei due volumi progettati da Massimiliano e Doriana Fuksas. Icone urbane, sono state completate nel 2012 ma mai entrate in funzione. La vicenda offre l’occasione per una riflessione che coinvolge immagine, rapporti con la politica, finanza, usi e funzioni. E la demolizione di opere contemporanee non è più un tabù

 

TBILISI (Georgia). Il 13 luglio il Comune di Tbilisi ha autorizzato la demolizione del complesso che Massimiliano e Doriana Fuksas avevano progettato sulla riva sinistra della Kura: un teatro musicale da 566 posti e una sala espositiva, riuniti in due volumi tubolari di acciaio e vetro che i georgiani hanno ribattezzato jugs, brocche, per la somiglianza con i corni da vino della tradizione. I lavori dovranno concludersi entro il 25 dicembre e il permesso è arrivato al termine di un iter in cui si è espresso favorevolmente anche il consiglio municipale per la tutela del patrimonio culturale.

 

I numeri

Il dato dei 40 milioni di euro, ripreso ovunque dalla stampa internazionale, è la cifra che lo studio indica nella propria scheda di progetto. Le fonti georgiane permettono di precisarla: secondo FactCheck.ge sono stati spesi 75 milioni di lari (circa 27 milioni di euro) e nel 2020 il sindaco Kakha Kaladze quantificava in almeno altri 20 milioni di lari (7 milioni di euro) la somma necessaria a completare l’opera.

Messo all’asta con una base di 95 milioni di lari (33 milioni di euro) e rimasto invenduto per 7 volte, il complesso è stato ceduto nel 2022 per circa 10 milioni (3,7 milioni di euro). Dal giugno 2025 appartiene a Rike Dome, del gruppo turco-georgiano Maqro. Un decreto governativo dello stesso anno indica per l’area la costruzione di un albergo, ma nessun progetto è stato finora depositato.

 

La misura 

Guardando i numeri che lo studio pubblica tuttora sul proprio sito, dove la scheda riporta come periodo “2010-ongoing” e non registra alcuna data di completamento, la superficie lorda dichiarata è di 9.200 mq, a fronte di una sala da 566 posti e di uno spazio espositivo di 2.000 mq. Del complesso è stato ultimato l’esoscheletro; gli spazi interni (la sala, il foyer, le rampe) sono rimasti allo stato grezzo.

L’idea potenzialmente più convincente sta nel rapporto con la città. Il volume del teatro si solleva da terra e apre il foyer verso il fiume e il nucleo storico, in quello che gli autori descrivono come “un periscopio verso la città”: un’intuizione precisa, che però soltanto stando all’interno si sarebbe potuta verificare. Non essendo l’edificio mai stato aperto, né l’interno concluso, resta una promessa che nessuno ha potuto mettere alla prova.

 

Rappresentare e ospitare

Esistono due famiglie di edifici pubblici e la distinzione riguarda il modo in cui servono chi li commissiona. Alcuni servono ospitando: un ministero, un tribunale, una scuola sono i luoghi in cui un potere si esercita materialmente e di cui quel potere ha bisogno ogni mattina; cambiano i governi e l’edificio resta, perché resta il lavoro che vi si svolge. Altri servono rappresentando: sono enunciati – la Georgia è europea, moderna, aperta agli investimenti – e un enunciato ha bisogno di essere visibile e riconoscibile a distanza, molto meno di essere abitato. Nel caso del Rike la rappresentanza si è staccata dall’uso ed è rimasta in piedi da sola per 15 anni.

Non si tratta di una specificità georgiana. L’edificio culturale è diventato negli ultimi decenni il vettore preferito della committenza pubblica in molti paesi, anche perché comporta obblighi meno stringenti di quanto sembri: un ministero deve aprire, perché ci sono uffici da trasferire e un servizio che altrimenti si interrompe, mentre una sala da concerto può attendere indefinitamente, dal momento che l’istituzione destinata ad abitarla (l’orchestra, l’ente gestore, il cartellone, il bilancio d’esercizio) è una costruzione separata dall’edificio e va istituita a parte.

A Tbilisi (qui il nostro Archiviaggio del 2023) non lo è mai stata, complice una circostanza che raramente viene ricordata: la città disponeva già di una grande sala. Il Tbilisi Concert Hall, progettato da Ivane Chkhenkeli e inaugurato nel 1971, conta 2.300 posti, resta il maggiore spazio per eventi della capitale e ospita, tra le altre cose, il festival jazz. Il progetto del Rike ne prevedeva 566, senza che sia mai esistito un piano concreto per la sua gestione.

Un guscio senza interni, ma di successo

Del Rike sono circolate per 15 anni soltanto immagini esterne e la ragione è semplice: l’esoscheletro dei due tubi era concluso nel 2012, gli interni no, e portarli a termine avrebbe richiesto una ventina di milioni di lari che nessun investitore si è mai detto disposto a spendere. Ciò che l’edificio ha offerto è stato dunque esclusivamente il proprio profilo, ripreso quasi sempre dall’alto, dal ponte della Pace o dalle cabine della funivia che risale verso la Madre di Georgia. È su quel profilo che l’opera è stata pubblicata, premiata, inserita nelle guide e negli elenchi delle architetture contemporanee da vedere.

Per la stampa specializzata un edificio mai entrato in funzione ha funzionato benissimo per 15 anni, perché assolveva l’unica prestazione che gli venisse richiesta, quella di essere fotografato dall’esterno. Oggi che andrebbe difeso ci si accorge di non disporre di argomenti che non siano la firma: non l’acustica, che nessuno ha mai collaudato, non la qualità degli spazi, che non sono mai stati finiti, non l’affezione degli abitanti, che non ha avuto modo di formarsi.

 

Senza opposizioni

Il confronto è con Panorama Tbilisi, il complesso alberghiero e commerciale promosso dal fondo d’investimento di Bidzina Ivanishvili, che prevedeva 4 corpi distribuiti tra le colline di Sololaki, piazza della Libertà e piazza Erekle II. Contro il progetto si è formata una coalizione di oltre 20 organizzazioni, le manifestazioni si sono ripetute negli anni e l’approvazione municipale non è mai arrivata: il Comune ne ha suggerito lo spostamento in periferia.

Attorno alle brocche, invece, non si è mai formato nulla di simile. Eppure le due opere hanno parecchio in comune: la scala fuori misura, la committenza politica, l’ambizione iconica, la disinvoltura nei confronti del contesto. La differenza sta nel fatto che Panorama minacciava luoghi che i tbilisiani attraversano (il bosco di Sololaki, le piazze, le viste sulla città vecchia) mentre le brocche non hanno mai tolto nulla a nessuno, per la semplice ragione che non hanno mai dato nulla a nessuno. Il conflitto urbano si accende dove esiste qualcosa da perdere e dove non c’è nulla, non si accende affatto.

 

Cicli accelerati

Nel gennaio 2025 la stampa georgiana ha riferito della morte di un ragazzo caduto in una fossa d’acqua all’interno dell’area abbandonata, notizia poi seccamente smentita dalla municipalità: è stato l’unico episodio a riportare le brocche nel dibattito pubblico e riguardava non l’architettura ma il suo abbandono. Che a 15 anni dal cantiere non sia possibile stabilire con certezza se qualcuno vi sia morto misura la distanza tra l’opera e la città meglio di qualunque giudizio estetico.

Sulla demolizione lo studio afferma di avere ripetutamente offerto la propria collaborazione per esplorare soluzioni alternative senza ricevere risposta. “Ci sono state date pochissime informazioni” ha dichiarato Massimiliano Fuksas. Si distrugge un investimento pubblico che il pubblico non ha mai ricevuto, in assenza di un progetto sostitutivo, e si giudica l’edificio sull’aspetto: “Questa bruttezza non si addice alla nostra bella capitale” ha dichiarato il primo ministro Irakli Kobakhidze, con lo stesso criterio con cui lo si era commissionato.

La Georgia, del resto, non è nuova a demolizioni decise con procedure difficili da ricostruire. Il moderno del secondo Novecento è quasi del tutto privo di tutela e Tbilisi ha già perduto il ristorante Aragvi, il Centrosoyuz di piazza della Libertà, la composizione brutalista di piazza della Rivoluzione delle Rose. Poco rilevante risulta, in casi come questi, se l’opera in oggetto porti una firma riconosciuta dal pubblico internazionale: in contesti caratterizzati da un tessuto urbano in rapida evoluzione e meno sedimentato di quello a cui siamo abituati nei centri storici europei – come ci ha ricordato il recente episodio della demolizione dei parcheggi di Christian Kerez in Bahraini cicli di vita, demolizione e ricostruzione degli edifici seguono ritmi decisamente più accelerati.

Le ricognizioni sul modernismo georgiano segnalano che tra le pochissime opere del periodo riconosciute come beni culturali figura la Filarmonica, che da 50 anni si riempie il venerdì sera. Le due circostanze non sono indipendenti: un edificio frequentato produce nel tempo le ragioni per cui lo si difende. Le brocche, che avrebbero dovuto diventare la nuova immagine della capitale, saranno smontate senza averne prodotta nessuna, perché prima ancora della qualità, e prima ancora della firma, ciò che protegge un edificio pubblico è che qualcuno ne noterebbe l’assenza.

 

Immagine di copertina: il complesso del Rhike Park / Music Theatre and Exhibition Hall visto dall’alto. Questa è la prospettiva da cui l’opera è stata fotografata e pubblicata per 15 anni, mascherandone l’inutilizzo (Creative Commons)

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Tag: , , , , , , , , Last modified: 30 Luglio 2026