Dialogo a tutto campo con il presidente Felice De Luca e la vicepresidente Bruna Gozzi. Tanti temi nell’agenda: welfare e formazione, rappresentanza e gender gap, progetti per il futuro e tutela, rapporti istituzionali e con i cittadini
Fondazione Inarcassa ha rinnovato, a metà luglio, la sua governance, nominando il nuovo Consiglio direttivo. Abbiamo colto l’occasione per un dialogo a 360° con il nuovo presidente, l’architetto Felice De Luca, e con la vicepresidente, l’architetta Bruna Gozzi, su finalità, progetti, strategia, idee e futuro della professione e della Fondazione nata dalla cassa degli architetti e ingegneri liberi professionisti. Si tratta di un ente non adeguatamente conosciuto ma dalle molte potenzialità in termini di azioni di supporto e di rappresentanza.
Per molti professionisti non è ancora del tutto chiaro il ruolo della Fondazione Inarcassa. Cos’è e di cosa si occupa?
(Felice De Luca) Fondazione Inarcassa nasce nel 2011 su iniziativa di Inarcassa proprio per colmare uno spazio che allora era rimasto scoperto. La Cassa svolge un ruolo fondamentale sul piano previdenziale e assistenziale, ma mancava un soggetto capace di rappresentare in modo stabile gli interessi della libera professione presso le istituzioni e la società. Oggi la Fondazione è un punto di riferimento e di raccordo tra i professionisti, le istituzioni e i cittadini. Rappresentiamo oltre 175.000 architetti e ingegneri liberi professionisti iscritti a Inarcassa e lavoriamo per tutelare il mercato professionale, promuovere la qualità del progetto, la legalità negli affidamenti, la sicurezza del territorio e la crescita culturale e tecnica della categoria. Negli anni siamo diventati un interlocutore riconosciuto. Non è stato un percorso immediato: quando la Fondazione è nata, perfino il contrasto ai bandi irregolari veniva firmato dal presidente come singolo professionista, perché l’istituzione non era ancora riconosciuta come soggetto rappresentativo. Oggi quella credibilità è cresciuta grazie a un lavoro costante di dialogo con Parlamento, ministeri e amministrazioni.
Quali sono le attività che oggi meglio rappresentano il valore aggiunto della Fondazione?
(FDL) Il nostro valore aggiunto consiste nella capacità di trasformare i problemi quotidiani dei professionisti in azioni concrete. Penso innanzitutto al contrasto ai bandi irregolari, dove abbiamo promosso oltre 650 interventi per difendere l’equo compenso e il corretto accesso alle gare. C’è poi tutta l’attività di advocacy: audizioni parlamentari, position paper e contributi tecnici sulle principali riforme che interessano la professione, dal Codice dei Contratti alla responsabilità professionale, fino alle politiche sulla casa e sulla rigenerazione urbana. Accanto a questo c’è un’altra dimensione che considero fondamentale: parlare non soltanto ai professionisti ma anche ai cittadini. Manifestazioni come la Giornata Nazionale della Prevenzione Sismica o RE/URB sulla rigenerazione urbana hanno proprio questo obiettivo: spiegare che sicurezza, qualità dell’architettura e trasformazione delle città non sono temi riservati agli addetti ai lavori, ma riguardano direttamente la vita delle persone. Se i cittadini comprendono il valore della progettazione, diventa più semplice anche valorizzare il lavoro degli architetti e degli ingegneri che quella qualità la rendono possibile.
Quali aspetti dell’attività della Fondazione ritenete prioritario rafforzare nei prossimi anni?
(FDL) Le priorità sono diverse ma convergono tutte verso un obiettivo: aumentare la competitività e il valore della libera professione. Continueremo a lavorare sui grandi temi legislativi – equo compenso, responsabilità professionale, fiscalità – ma dovremo occuparci sempre di più delle trasformazioni in corso. Penso all’intelligenza artificiale, che sta modificando rapidamente il modo di progettare e organizzare il lavoro; al confronto con i modelli europei, per comprendere quali strumenti favoriscano davvero la crescita professionale; e alla necessità di rafforzare la presenza della Fondazione anche nelle sedi europee, perché molte delle regole che incidono sulla nostra attività nascono ormai a Bruxelles. Parallelamente continueremo a investire nella ricerca. Prima di proporre una riforma bisogna conoscere i fenomeni attraverso dati e analisi. È il metodo che abbiamo scelto e che intendiamo consolidare.
Fondazione Inarcassa nasce per iniziativa di Inarcassa. Come si articola oggi il rapporto tra i due enti?
(FDL) È un rapporto strettissimo ma con funzioni diverse e complementari. Inarcassa garantisce previdenza e assistenza; la Fondazione si occupa della dello sviluppo della libera professione, dell’advocacy istituzionale e della tutela del mercato professionale. Esiste un dialogo continuo tra i due enti e intendiamo rafforzarlo ulteriormente. La sostenibilità della previdenza dipende infatti anche dalla qualità del mercato del lavoro: se il professionista lavora meglio, viene remunerato correttamente e riesce a sviluppare la propria attività, tutto il sistema previdenziale diventa più solido. La Fondazione nasce proprio per agire su questo terreno.
Come si possono integrare tutela previdenziale, welfare e rappresentanza della professione in una strategia comune?
(FDL) Previdenza e rappresentanza non sono due mondi separati. Difendere l’equo compenso, migliorare le condizioni di esercizio della professione, favorire l’aggregazione degli studi significa contribuire direttamente alla sostenibilità economica dei professionisti e quindi anche del sistema previdenziale. Il nostro obiettivo è costruire un percorso professionale che permetta ai giovani di vedere nella libera professione una prospettiva credibile e agli studi esistenti di crescere senza essere penalizzati da un quadro normativo e fiscale spesso poco favorevole.
Come può evolvere il concetto di welfare per i professionisti?
(Bruna Gozzi) Gran parte del welfare è naturalmente di competenza di Inarcassa, ma la Fondazione può contribuire creando condizioni che rendano più forte il professionista nel mercato. Per questo lavoriamo su strumenti che favoriscano l’aggregazione, sulla diffusione delle buone pratiche e sulla costruzione di servizi che aiutino gli studi a crescere. Un professionista più strutturato è anche un professionista più resiliente. Vale ancora di più per le giovani generazioni e per le donne, che possono trovare nelle strutture associate un’organizzazione capace di sostenere anche momenti complessi della vita lavorativa, come la maternità o altre esigenze familiari.
Quale dialogo intendete sviluppare con Cnappc, Cni e Ordini professionali?
(FDL) La collaborazione con i Consigli Nazionali e con gli Ordini territoriali è imprescindibile. Fin dal mio insediamento ho voluto incontrare i presidenti del Cnappc e del Cni perché ritengo che, pur nella diversità dei ruoli, sia fondamentale costruire una strategia comune. Naturalmente esistono anche interlocutori istituzionali prioritari: Parlamento, Governo, Ministero delle Infrastrutture, Ministero della Giustizia, ANAC e Autorità garante della concorrenza sono i luoghi dove si costruiscono le regole della professione. La Fondazione rappresenta gli interessi dei liberi professionisti iscritti a Inarcassa, mentre Ordini e Consigli Nazionali hanno una rappresentanza più ampia. È una differenza che non genera contrapposizione ma complementarità: su molti temi lavoreremo insieme, su altri porteremo il punto di vista specifico della libera professione.
Quali sono i temi sui quali la voce di architetti e ingegneri dovrebbe essere maggiormente ascoltata?
(FDL) Più che rivendicare un ruolo, dobbiamo dimostrarne ogni giorno l’utilità. Ci sono però alcuni temi sui quali la competenza dei professionisti è indispensabile e sui quali il nostro contributo dovrebbe incidere maggiormente nelle scelte politiche. Il primo è la centralità del progetto, che non può essere separata dall’indipendenza del progettista. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un crescente ricorso all’appalto integrato e agli accordi quadro, strumenti che in molti casi rischiano di comprimere il valore della progettazione, ridurre la concorrenza e trasformare il progetto in una componente accessoria dell’intervento. Noi riteniamo invece che un progetto di qualità sia la condizione per ottenere opere migliori, investimenti più efficaci e una maggiore tutela dell’interesse pubblico. Un secondo tema riguarda la cura del patrimonio costruito. Oggi siamo chiamati a intervenire in un contesto profondamente diverso rispetto al passato: cambiamenti climatici, consumo di suolo, sicurezza sismica, efficientamento energetico impongono una visione di lungo periodo. Ogni intervento dovrebbe essere pensato considerando l’intero ciclo di vita dell’edificio e il suo impatto sul territorio. Infine c’è la semplificazione normativa. La complessità burocratica continua a rappresentare uno dei principali ostacoli all’esercizio della professione. Servono regole più chiare, responsabilità meglio definite e procedure capaci di favorire la qualità, anziché appesantire inutilmente il lavoro dei professionisti.
Nel corso della conversazione è emerso più volte un tema: la necessità di raccontare meglio il valore della professione ai cittadini. È una nuova sfida per la Fondazione?
(BG) Credo sia una delle sfide più importanti. Per molti anni abbiamo parlato soprattutto tra professionisti. Oggi invece dobbiamo spiegare alla società perché il nostro lavoro produce un beneficio collettivo. La qualità delle città, la sicurezza degli edifici, la capacità di adattarsi ai cambiamenti climatici, la rigenerazione dei quartieri incidono direttamente sulla vita quotidiana delle persone. Quando organizziamo iniziative dedicate alla rigenerazione urbana o alla prevenzione sismica non lo facciamo solo per gli architetti o gli ingegneri. Lo facciamo perché vogliamo costruire una maggiore consapevolezza pubblica. Se un cittadino comprende perché è importante progettare bene una scuola, mettere in sicurezza un edificio o recuperare un quartiere degradato, comprenderà anche il valore delle competenze che stanno dietro quei processi. Per questo ritengo fondamentale rafforzare il dialogo con il mondo dell’informazione e con le riviste di settore, ma anche uscire dagli ambiti specialistici. La cultura del progetto riguarda tutti.
(FDL) È un passaggio decisivo. Noi diciamo spesso che architetti e ingegneri si prendono cura delle case, delle infrastrutture e del territorio. Ma perché possano continuare a farlo bisogna prendersi cura anche della professione. Il cittadino riconosce facilmente il valore di una città sicura, di una casa costruita bene o di un intervento di rigenerazione riuscito. Più difficile è percepire il valore del professionista che rende possibile tutto questo. Colmare questa distanza significa rafforzare non solo la categoria, ma la qualità dell’interesse pubblico.
Fondazione Inarcassa sostiene la seconda edizione del Premio AIDIA 2026 “Idee per un mondo che cambia”. A che punto siamo sul tema della parità di genere nella professione?
(BG) È un tema che non riguarda soltanto le donne, ma il futuro stesso della professione. Le ricerche che stiamo conducendo sul gender pay gap confermano che permane una significativa differenza reddituale tra professioniste e professionisti. È una situazione che produce effetti non solo sul piano individuale, ma anche sulla sostenibilità del sistema previdenziale e del welfare, perché la presenza femminile all’interno di Inarcassa continua a crescere. Prima ancora di immaginare soluzioni, però, occorre conoscere il fenomeno. Per questo abbiamo deciso di studiarlo e di renderlo pubblico: la conoscenza è il primo passo per affrontare un problema. Le iniziative come il Premio AIDIA servono anche a questo: valorizzare il lavoro delle professioniste e far capire che la Fondazione considera questo tema una priorità.
(FDL) Personalmente credo che non servano percorsi separati, quanto piuttosto condizioni che consentano a tutti di lavorare meglio. Favorire l’aggregazione professionale, riconoscere un equo compenso, sostenere studi più strutturati significa creare opportunità che incidono positivamente anche sulla condizione delle donne. Nel corso della nostra conversazione è emerso un altro elemento importante: il valore dell’eterogeneità. Gli studi del futuro dovranno essere sempre più multidisciplinari e, aggiungerei, anche multigender. La diversità di competenze e di esperienze rappresenta oggi un fattore competitivo prima ancora che culturale.
Negli ultimi tempi avete dedicato attenzione alle forme associative tra professionisti, pubblicando una ricerca su un tema centrale ma quasi “nascosto in bella vista”. Quali indicazioni emergono?
(FDL) La ricerca conferma ciò che molti professionisti sperimentano quotidianamente: lavorare insieme produce migliori risultati economici e organizzativi. Il problema è che il nostro ordinamento continua a scoraggiare l’evoluzione verso strutture più stabili. Esistono criticità fiscali, responsabilità professionali ingiustificatamente gravose e una normativa che non incentiva realmente le Società tra Professionisti. Eppure il mercato richiede sempre più competenze integrate, organizzazione e capacità di affrontare incarichi complessi. Il mercato è cambiato profondamente mentre il modello organizzativo della professione è rimasto quasi fermo. Da oltre trent’anni diciamo che gli studi dovranno crescere e strutturarsi, ma in realtà la dimensione media continua a essere estremamente ridotta. Molti professionisti lavorano già in rete, collaborano continuamente, ma lo fanno in modo informale, senza che questo produca un reale rafforzamento della loro posizione sul mercato. Noi vogliamo favorire forme di aggregazione più stabili, capaci di creare valore, ma perché questo accada servono strumenti adeguati: incentivi fiscali, una disciplina più moderna delle Società tra Professionisti e una revisione del sistema delle responsabilità, che oggi continua a gravare in modo quasi illimitato sul singolo professionista. Riteniamo necessario intervenire sul piano normativo e fiscale, affinché l’aggregazione diventi una scelta conveniente e non un percorso a ostacoli. Uno più uno non deve fare due, deve fare tre.
(BG) È importante chiarire che quando parliamo di aggregazione non immaginiamo necessariamente grandi società internazionali. La realtà italiana è fatta di piccoli comuni, di territori diffusi, di studi che continueranno a svolgere un ruolo essenziale. Ma passare da uno a tre o quattro professionisti può già cambiare completamente le opportunità di lavoro. Uno studio composto da più persone può affrontare incarichi pubblici, partecipare a bandi che il singolo non riuscirebbe a sostenere, ampliare le competenze disponibili senza perdere il rapporto diretto con il territorio. La multidisciplinarietà è ormai una necessità: architetti, ingegneri, ma anche altre competenze devono dialogare perché la complessità dei progetti lo richiede. L’obiettivo non è perdere l’identità del professionista, ma renderlo più competitivo attraverso un’evoluzione graduale, coerente con la struttura del nostro Paese, e proprio per questo realistica.
Per il futuro intendete proseguire sulla strada della ricerca e dell’analisi per costruire proposte di sviluppo?
(FDL) Assolutamente sì. Credo che oggi una rappresentanza efficace debba partire dai dati e non dalle impressioni. Le organizzazioni rischiano talvolta di innamorarsi delle proprie idee. Noi preferiamo partire dalla realtà, analizzarla, comprenderla e solo successivamente elaborare proposte. Per questo continueremo a investire nella ricerca. Studieremo l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla professione, analizzeremo i modelli europei per comprendere quali strumenti favoriscono davvero la competitività degli studi italiani e approfondiremo tutti quei temi – dalla fiscalità alle responsabilità professionali – che incidono concretamente sull’attività quotidiana. La ricerca non rappresenta un esercizio accademico. È il fondamento di un confronto credibile con il legislatore e con le istituzioni.
Una domanda conclusiva. Se doveste indicare alcuni temi che il dibattito sull’architettura dovrebbe affrontare con maggiore decisione nei prossimi anni, quali sarebbero?
(FDL) Vorrei vedere un dibattito che tornasse a parlare del valore del progetto come strumento di interesse pubblico, della qualità dell’architettura, della prevenzione e della sicurezza del patrimonio costruito. Ma soprattutto mi piacerebbe che si parlasse di più del ruolo del progettista. Troppo spesso discutiamo delle opere senza riflettere sull’artefice e sulle condizioni nelle quali vengono progettate. Un professionista indipendente, adeguatamente remunerato e responsabilizzato è la prima garanzia di qualità per il committente e per la collettività.
(BG) Io porrei lo sguardo alla libera professione nel suo complesso. Il libero professionista rappresenta una risorsa per il Paese perché svolge una funzione sussidiaria nei confronti della società: mette competenze altamente specialistiche al servizio del cittadino, delle imprese e delle amministrazioni. Riconoscere questo valore significa investire sulla qualità delle trasformazioni del territorio, sulla sicurezza e, in definitiva, sul futuro delle nostre città. Credo che sia questa la sfida che attende anche Fondazione Inarcassa: continuare a rappresentare i professionisti, ma allo stesso tempo contribuire a costruire una maggiore cultura del progetto e della qualità dello spazio costruito, dentro e fuori la categoria.
Immagine di copertina: Felice De Luca e Bruna Gozzi, presidente e vicepresidente di Fondazione Inarcassa




















