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Scritto da: Città e Territorio Mosaico Reviews

Silicon Valley, dove il futuro è già (il) passato

Silicon Valley, dove il futuro è già (il) passato
Un libro recente racconta l’evoluzione – e la crisi – dell’area californiana, emblema di digitalizzazione e di innovazione. Un estratto propone temi e questioni

La Silicon Valley come museo di sé stesso, una formula di città-paesaggio superata dagli eventi e dalle tendenze della contemporaneità. Può sembrare un paradosso ma nel simbolo dell’economia (statunitense e globale) che guarda(va) al futuro si profila – per motivi diversi – il decadere delle sue tipologie e delle sue architetture. Lina Malfona ha pubblicato un lavoro dal titolo emblematico: “La fine della Silicon Valley. Architettura del capitalismo digitale”. Un’occasione per una riflessione ampia sui territori attuali, nelle implicazioni con le sue economie e le sue politiche. Ringraziamo l’autrice e l’editore che ci hanno concesso di riproporre un estratto dal primo capitolo.

 

 

 

[…] La Silicon Valley non è solo un luogo fisico, è anche una filosofia aziendale che nel corso del tempo ha assunto la forma di uno dei più potenti complessi organizzativi degli Stati Uniti. Si tratta innanzitutto di un complesso “reale-virtuale” sospeso tra un’immagine estremamente idealizzata, quella dell’alta tecnologia dei suoi prodotti, e il pragmatismo della sua consistenza materiale, laddove l’architettura dei quartieri generali delle big corporation, sebbene spesso commissionata a big corporation dell’architettura, appare comunque sopraffatta dalle pressioni esercitate dall’azienda nella costruzione del proprio brand.

L’architettura dei corporate campuses della Silicon Valley, infatti, contrasta in maniera evidente sia con la tradizione utopistica di quelle città votate alla produzione del sapere teorizzate da Francis Bacon e Tommaso Campanella, sia con tutta quella serie di città produttive, città-fabbrica e company towns progettate da Claude-Nicolas Ledoux, Raymond Unwin e Tony Garnier, tra gli altri. Sul piano fisico, la Silicon Valley può essere assimilata al paesaggio diffuso dello sprawl o al territorio dell’intermedistan, neologismo coniato da Rem Koolhaas per descrivere un territorio esterno alla città, poco denso, segnato da strade ampie, estese proprietà immobiliari, vaste aree verdi e parcheggi, un modello strutturale del suburbio che ricorre con caratteristiche simili in tutto il mondo, come raccontato da Salvatore Settis. Ma ciò che rende unica quest’area è la concentrazione in un territorio piuttosto anonimo di ingenti risorse finanziarie, un capitale proveniente in gran parte dall’industria digitale. Oltre al downtown di San José e all’Università di Stanford, non esistono altre polarità rilevanti nell’area, e i piccoli aggregati urbani di Mountain View, Sunnyvale, Cupertino e Palo Alto sono indistinguibili l’uno dall’altro (lo sottolinea Mitchell Schwarzer, nell’articolo “Beyond the Valley of Silicon Architecture”, in un numero del 1999 dell’Harvard Design Magazine, ndr). Bisogna ammettere che gli unici poli della Silicon Valley sono proprio i quartieri generali delle aziende dell’high tech digitale, e quindi che i loro corporate campuses sono i veri protagonisti della scena suburbana.

L’area fisica su cui Google, Intel e Apple hanno attuato investimenti immobiliari multimiliardari si è espansa progressivamente verso nord, occupando e soffocando l’intera Baia di San Francisco, che potrebbe essere paragonata alla New York descritta all’inizio di “Moby Dick” di Herman Melville: “Il commercio la cinge con la sua risacca“. Negli ultimi decenni, infatti, molte aziende hanno iniziato a espandersi verso le aree di Fremont, East Bay e Alameda, fino ad arrivare a Oakland. L’area è servita da un circuito di highways su cui si muove un numero elevatissimo di persone costrette a vivere a diversi chilometri di distanza dal luogo di lavoro a causa dei costi proibitivi degli alloggi. Ma l’immagine della Silicon Valley è disconnessa dal traffico e dagli altri problemi “fisici” della Santa Clara Valley più o meno allo stesso modo in cui l’immagine di Hollywood è disconnessa dal territorio di Los Angeles. Per chiarire questo punto si può fare riferimento all’esperienza del fotografo Gabriele Basilico, che nel 2008 fu chiamato dal San Francisco Museum of Modern Art (SFMOMA) a svolgere un reportage sull’area che si estende dalla Baia di San Francisco alla Silicon Valley. Basilico leggeva questo territorio come una metafora del computer, dove un’enorme quantità di informazioni si concentra in uno spazio infinitamente piccolo, uno spazio di cui è possibile avere la percezione fisica ma la cui sostanza, per la natura stessa dell’informazione, risulta invisibile .

Nel 1976 lo storico dell’architettura Manfredo Tafuri scrisse un saggio dedicato alla tavola della Città analoga di Aldo Rossi, un disegno esposto alla XXXVII Biennale di Venezia come metafora grafica della sua teoria urbana. Secondo Tafuri, la Città analoga di Rossi è una città senza luogo, un puzzle onirico che potrebbe avere come sottotitolo l’espressione Ceci n’est pas une ville, parafrasando un famoso quadro di René Magritte. Gli elementi della composizione del celebre architetto milanese, infatti, sono macchine formali autonome; secondo lo stesso Tafuri, “disegni basati sulla manipolazione combinatoria di luoghi reali e ideali” . A differenza della Città analoga, la Silicon Valley è un sistema non pianificato e certamente non progettato da un unico autore, tuttavia appare come il risultato della combinazione di luoghi reali e virtuali. Nella Valley, l’immaterialità dei dati e delle informazioni accompagna costantemente, in una dimensione parallela, la banalità dei luoghi reali, come nel montaggio di Rossi. Ma la realtà virtuale non è solo quella delle tecnologie immateriali, è anche quella legata all’immagine che le aziende dell’Information Technology vogliono trasmettere al mondo. Una virtualità, dunque, del tutto strumentale e niente affatto fantascientifica […].

Immagine di copertina: Gabriele Basilico, vista del campus della compagnia Oracle, dalla serie “From San Francisco to Silicon Valley“, esposta al San Francisco Museum of Modern Art dal 26 gennaio al 15 giugno 2008 (per gentile concessione @Archivio Gabriele Basilico)

 

Per approfondire

Nell’era digitale, la Silicon Valley era considerata il più grande polo dell’Information Technology al mondo e la più potente metafora degli Stati Uniti e del loro modello tecnocentrico. Ma nell’era post-digitale potrebbe apparire come il loro museo, la città illusoria della tecnologia che confeziona prodotti assemblati altrove.

Fino a poco tempo fa la corporation era un’entità allo stesso tempo reale e virtuale, che agiva sia sul piano economico-finanziario sia su quello fisico e geopolitico. Nell’epoca dell’umanizzazione delle tecnologie digitali, invece, la diffusione dello smart working sta accelerando il suo distacco dallo spazio fisico, col conseguente abbandono dell’idea di campus. Inoltre, il recente spostamento del baricentro dell’economia mondiale verso oriente ha messo in luce come le aziende dell’IT, i cui stabilimenti di produzione sono ormai collocati fuori dal territorio americano, non abbiano più bisogno di conservare il loro quartier generale.

Quale sarà, dunque, il futuro della Silicon Valley? Diventerà un’area geografica popolata da nuovi monumenti rappresentativi di un’architettura ormai prestata alle logiche del mercato dell’IA? O rimarrà solo il deposito fisico, l’archivio e il museo diffuso della cultura digitale? Oppure forse lo è già?

Queste le domande su cui si struttura il libro di Lina Malfona: “La fine della Silicon Valley. Architettura del capitalismo digitale” (Treccani, 2026, 216 pagine, 19 €).

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Tag: , , , , , Last modified: 30 Marzo 2026