Al centro delle tensioni geopolitiche e delle mire espansionistiche di Donald Trump, è una realtà urbana piccola (20.000 abitanti) ma complessa, più inuit che danese. Ha una storia di utopie in parte fallite, un’attualità con tante architetture internazionali di qualità, un futuro strategico da porta del Polo Nord
NUUK (Groenlandia, Danimarca). Protetta a oriente dai bastioni dell’Ukkusissat e, a occidente, dalle gelide acque dell’Artico, Nuuk appare in fondo al Godthåbsfjorden come un miraggio polare, annunciato dalla muraglia di complessi ad alta densità abitativa che si aggrappa alle sue scogliere.
Tale immagine, a prima vista ostile – sensazione acuita dalla completa assenza di vegetazione – rivela, ad un approccio più attento, l’idea di una città fatta di brani distinti, come lo storico porto con la sua colorata architettura in legno e la moderna fascia centrale all’estremità della penisola.
Poco più avanti sorge Nuussuaq, un sobborgo residenziale con complessi misti ad alta e bassa densità che sormonta l’area del porto commerciale, al di là del quale Qinngorput chiude il perimetro cittadino con le sue nuove torri, che si inerpicano sulle pendici del monte.
All’interno di questa frastagliata e inorganica forma urbana, ci si orienta affidandosi ai monumenti, come la Cattedrale del Salvatore (Annaassisitta Oqaluffia) con la statua di Hans Egede vicino al vecchio porto, o la torre del Nuuk Center, un complesso misto commerciale/governativo disegnato dallo studio danese KHR Architecture che, con i suoi 10 piani e l’iconico profilo svasato, svetta sulle basse case del centro.
Forme, territorio, paesaggio
Accanto alla torre sorge il Katuaq, centro culturale polivalente progettato da SHL (Schmidt Hammer Lassen), lo studio di Aarhus già autore dell’iconica Danish Royal Library di Copenhagen. Il profilo ondulato , rivestito in larice dorato sia all’interno che all’esterno e sospeso su snelli pilotis serve in parte a dissipare la massiccia volumetria dell’edificio, che in un paese dal clima estremo funge da vero e proprio centro cittadino coperto, ospitando, tra le altre cose, due auditorium (uno da 508 persone e uno da 80) oltre a sale riunioni, uffici amministrativi e una caffetteria.
Proprio di fronte, un lungo plesso bianco e rosso (i colori “nazionali”) accoglie il Naalakkersuisut, il Governo della Groenlandia, con annesso Parlamento e quartier generale della polizia. Pur essendo parte della corona danese Kalaallit Nunaat (il nome ufficiale in lingua inuktitut), la Groenlandia gode di un’ampia autonomia amministrativa, ulteriormente aumentata, almeno dal punto di vista dei finanziamenti, a seguito della crisi con gli USA dei mesi scorsi.
Le proposte europee di implementare il coinvolgimento della Groenlandia (che pur essendo parte della Danimarca non fa parte dell’Unione Europea dal 1985) o persino di reincluderla nell’Unione ha di fatto trasformato l’isola in una sorta di microstato, con una capitale dotata di tutte o quasi le strutture e sedi istituzionali (non va dimenticato che Nuuk ha una popolazione di soli 20.000 abitanti). Nei sobborghi, la piscina Malik (Onda) e il Greenland Institute of Natural Resources (Pinngortitaleriffik) – sempre di KHR – rappresentano uno spaccato degli interventi degli ultimi anni, così come la scuola Hans Lynge, nel centrale quartiere di Qinngorput, in grado di accogliere 500 studenti oltre ad una serie di spazi per la collettività.
Ultima in ordine di tempo (2024), la scuola è caratterizzata da un raffinato intervento paesaggistico realizzato da VEGA Landskab teso a tradurre in elementi progettuali la complessa mediazione tra paesaggio urbano e paesaggio naturale. Pur essendo situato nell’area più urbanizzata di Nuuk, il progetto recupera le suggestioni orografiche del paesaggio montano traducendole in aree didattiche e di gioco fatte di avvallamenti e rilievi, alle quali si aggiunge un sistema di corsi d’acqua artificiali che traduce in gioco plastico il complesso delle corti interne.
Identità danese, ovvero straniera
Al netto del valore formale e architettonico di tali interventi, l’architettura di Nuuk testimonia un problema di fondo che è strettamente legato al rapporto con l’esterno (soprattutto con la Danimarca). Nella generale temperie di studi sulla decolonizzazione, diverse ricerche pubblicate negli ultimi anni hanno in tal senso posto in evidenza il problema dell’importazione di modelli culturali esogeni, che nel caso dell’architettura sono favoriti dal fatto che “gli studi locali sono intrappolati in un circolo vizioso: per poter partecipare a progetti su larga scala, devono dimostrare di avere esperienza pregressa in opere di natura simile, il che tende ad escluderli automaticamente dai lavori”, come scritto in una tesi di laurea dedicata al tema.
Tale criticità – ben nota anche nel nostro paese, specie ai giovani professionisti – è, nel caso groenlandese, accresciuta dal fatto che si demanda a professionisti stranieri il delicato compito di tradurre in elementi simbolici l’identità di un luogo che per gran parte della sua storia non ha potuto esprimere una propria visione. Non è un caso che i riferimenti siano quasi sempre estrapolati dall’universo naturale, come hanno notato Jonas Rasmussen e Ulloriaq Kristian Lennert, tra i primi a fornire un quadro interpretativo degli interventi degli ultimi anni: “Il modo in cui gli studi di architettura esterni presentano e realizzano i loro progetti in Kalaallit Nunaat rivela una tendenza a concentrarsi su interpretazioni simboliche del paesaggio e della natura. Un progetto come il Nuuk Center dimostra come le narrazioni architettoniche siano spesso plasmate da concetti estetici quali il riflesso della luce, combinazioni di colori ispirate all’ambiente naturale o riferimenti astratti come gli iceberg. Sebbene queste idee possano avere buone intenzioni e siano poetiche, spesso derivano da una prospettiva esterna che trascura la realtà quotidiana, il contesto culturale e le sfide climatiche” .
In tal senso occorre considerare come, per lungo tempo , molti groenlandesi al di fuori della capitale abbiano considerato Nuuk una città danese costruita ed abitata soprattutto da chi veniva dall’Europa. Un’opinione attestata, tra gli altri, dall’antropologo Bo Wagner Sørensen. Fondata come Godthåb (“buona speranza”) all’inizio del XVIII secolo, Nuuk assunse il suo nome attuale (un toponimo inuit che indica il promontorio) alla fine degli anni Settanta, quando la crescita economica innescatasi al termine del secondo conflitto mondiale condusse ad una stagione di risveglio nazionale.
L’utopia di sempre: colonizzare il Polo
Ma i piani per una metropoli polare risalgono agli inizi del ‘900, quando l’architetto e urbanista danese Alfred J. Råvad pubblicò sul periodico “Architekten” una serie di articoli illustrati intitolati “La capitale della Groenlandia”. In piena sintonia con lo spirito del tempo, Råvad vedeva nella Groenlandia un territorio dove espandere i domini danesi in termini di risorse e popolazione, aumentando il peso geopolitico della Danimarca nell’emisfero settentrionale.
Per implementare questo progetto si sarebbe dovuto costruire una serie di centri urbani, in modo da favorire l’immigrazione dalla madrepatria e la colonizzazione del Polo, recuperando i fili di quell’esperienza norrena che poteva farsi risalire ad Eric il Rosso, creatore dei primi insediamenti in Groenlandia. Råvad riteneva che la Danimarca corresse il rischio di essere risucchiata nella sfera culturale/demografica tedesca, perdendo la sua identità scandinava.
Per ovviare a tale condizione l’unica soluzione sarebbe stata quella di aumentare il proprio peso geopolitico trasferendone l’asse baricentrico lontano dall’Europa, pur continuando a mantenere una popolazione europea (l’auspicio era di raggiungere i 100.000 abitanti entro gli anni Cinquanta). La capitale, Erikshavn – che si sarebbe dovuta costruire nell’area meridionale dell’isola – sarebbe stata una città moderna ispirata ai principi del City Beautiful, con settori governativi, commerciali, residenziali ed industriali. Il quartiere governativo, Thingvolden (Collina del Parlamento), sarebbe stato edificato in posizione prominente sulla sommità di una collina, in evidente richiamo ai grandi spazi per adunate tipici dell’antichità scandinava (come Thingvellir in Islanda) mentre il sistema viario sarebbe stato informato da viali e strade all’europea, con parchi e un sistema elettrico-tramviario che avrebbe collegato i diversi quartieri e l’entroterra dell’isola.
Modelli modernisti, applicazione acritica
Le due guerre mondiali misero fine al progetto di Råvad e la Groenlandia mantenne la sua condizione isolata e gli stili di vita tradizionali anche nei decenni successivi alle sue proposte. Non furono in tal senso fondate nuove città, né fu compiuto tentativo alcuno di attirare la popolazione danese e islandese a stabilirsi in modo permanente in Groenlandia.
Quando il cambiamento finalmente giunse, esso non fu il risultato delle idee e delle iniziative degli architetti ma dei condizionamenti imposti dal mutare degli scenari geopolitici. Le vicende legate alla Seconda guerra mondiale (durante la quale la Groenlandia rimase un territorio libero appartenente a un paese occupato) avevano indotto infatti gli Stati Uniti a stabilirvi una base permanente, ratificata col successivo trattato del 1951, ma tale presenza aveva prodotto un cambiamento nella sfera culturale groenlandese, che fino a quel momento aveva conosciuto la sola presenza della Danimarca.
Sull’onda dei processi di decolonizzazione e di riconoscimento nazionale del dopoguerra (l’Islanda lo aveva fatto già nel 1944), quest’ultima creò la Greenland Commission (Grønlandskommissionen) per modernizzare la società groenlandese e portarla agli standard europei in materia di sanità, istruzione, economia e infrastrutture.
Questa stessa commissione optò poi per il trasferimento dell’amministrazione dell’isola da Copenaghen a Nuuk, avendo accertato che la città possedeva le caratteristiche (in termini di strutture portuali, terreni edificabili e accesso alle zone di pesca) per diventare una sede governativa. A livello urbanistico, il piano della commissione si concretizzò nella separazione funzionale delle zone residenziali e industriali, ma il tessuto urbano si sviluppò disordinatamente sebbene nel corso degli anni Sessanta i progettisti avessero cercato di sostituirne l’impianto con una griglia urbana rettangolare.
Per gli standard danesi dell’epoca, le abitazioni tradizionali inuit erano ritenute antigieniche e sovraffollate, ragion per cui il governo fece dell’edilizia abitativa una priorità fondamentale. Il rapporto del Greenland Technical Organization (GTO), responsabile della pianificazione urbana in Groenlandia, suggeriva un programma di costruzione di 6.000 nuove abitazioni nell’arco di 20 anni, destinate a sostituire l’intero patrimonio immobiliare. Per raggiungere questo obiettivo, gli architetti danesi progettarono diverse tipologie standardizzate, con pochissime varianti destinate a luoghi particolari, in tutto una trentina/quarantina di progetti.
Tale esportazione acritica dei modelli abitativi tipici del modernismo scandinavo (allora al suo apice) e del suo welfare state – inadatti alla società groenlandese – produsse tuttavia un clamoroso fallimento urbano, che generò nel tempo imponenti fenomeni di alienazione sociale e di degrado urbano.
Oggi una nuova centralità, e attrattività
Oggi, nel generale mutamento di sensibilità (anche architettonica), i giganteschi falansteri degli anni Sessanta vengono demoliti o ristrutturati, mentre il numero di danesi diminuisce di pari passo con la lingua, ampiamente sostituita nella sfera pubblica.
Più che una capitale danese della Groenlandia, la Nuuk odierna è una città inuit, che ostenta ad ogni passo bandiere e scritte in groenlandese (un fenomeno acuitosi con la recente crisi con gli Stati Uniti) ma che, al contempo ha saputo trasformare l’esperienza europea in un fattore di trasformazione sociale e culturale.
Come la città di Råvad, che sognava un hub internazionale sulle nuove rotte atlantiche, anche Nuuk sta valutando opzioni strategiche per le rotte del Passaggio a Nord-Ovest, tanto più cruciali ora che il Medio Oriente arde tra i fuochi della guerra/delle guerre. Lo dimostra l’ampliamento dell’aeroporto, destinato ad accogliere grandi aerei passeggeri per i collegamenti interni e, soprattutto, internazionali.
In quanto porta d’accesso dell’Artico al mondo, Nuuk potrebbe trarre vantaggio dal crescente interesse globale per il Polo, trovandosi in una posizione ideale per ospitare aziende internazionali e centri di ricerca. In questa direzione sta muovendosi il Piano Strategico Sermersooq 2028, Nuuk – Arctic Capital (Sermersooq è il macrocomune che raggruppa la capitale e altri due centri) che, non a caso, si propone di raggiungere entro il 2030 i 30.000 abitanti.
La strategia prevede inoltre che, per garantire una crescita economica sufficiente, la piccola economia della Groenlandia dovrà essere integrata con i flussi globali, e in tal senso conta di destinare i massicci investimenti che dovrebbero giungere dal Vecchio Continente (timoroso di perderla) con le nuove realtà industriali che sono sorte negli ultimi anni.
Se, al netto delle tensioni internazionali, questo progetto dovesse riuscire, la Groenlandia potrebbe diventare il centro dei flussi mondiali che attraversano il Nord del mondo, e Nuuk la vera e propria Capitale dell’Artico.
Immagine di copertina: lo skyline di Nuuk illuminato dall’aurora boreale. In primo piano la Cattedrale del Salvatore (Annaassisitta Oqaluffia), del 1849 (© Quintin Soloviev, photo under the Creative Commons CC BY-SA 4.0 licence)






























