Assegnato il premio più importante dell’architettura globale. Se lo aggiudica l’architetto cileno, con origini croate e inglesi e studi a Venezia. Ne scrive il curatore dei suoi libri italiani
Si pensava ad un ritardo più consistente per la presenza nei famigerati Epstein files di Tom Pritzker, fino alle dimissioni di fine febbraio presidente della Hyatt Foundation, l’ente che sovrintende al Pritzker Architecture Prize. Invece, quasi puntuale, a marzo, ecco l’annuncio del Nobel dell’architettura 2026. Lo vince Smiljan Radić Clarke, figura che integra artigianalità e sperimentazione, non conosciutissimo, capace di intercettare molte linee delle sensibilità più attuali. Abbiamo chiesto un racconto ad Andrea Ambroso che ha curato recentemente l’edizione italiana di due libri dedicati all’architetto cileno.
Smiljan Radić Clarke nasce a Santiago del Cile nel 1965. Nel 1989 consegue il titolo di architetto presso la Scuola di Architettura dell’Università Cattolica del Cile. Nel 1995 fonda lo studio Smiljan Radić Arquitecto, mantenendo una struttura volutamente piccola, che gli consente di seguire con attenzione l’intero processo progettuale, dall’ideazione della forma architettonica fino alla scala costruttiva. Il suo approccio riflette una forte “cultura materiale”, riconducibile — secondo Richard Sennett — al concetto più ampio di “uomo artigiano”.
Un percorso tra sperimentazioni residenziali
I progetti di Radić presentano l’intrecciarsi di pensieri, immagini, storie e tradizioni che danno vita a un racconto a tratti autobiografico, a una trama fatta di ricerche di origini e riproposizioni radicali che restituiscono un linguaggio unico dettato da una fragile e continua sperimentazione.
Le abitazioni private di Radić a Vilches, a sud di Santiago del Cile, costituiscono uno dei nuclei più importanti di questa ricerca architettonica. In un terreno boschivo vicino alle Ande, l’architetto ha costruito nel tempo una serie di piccole case sperimentali, per sé e per la sua famiglia, trasformando il sito in un vero laboratorio domestico di architettura.
Tra le opere principali vi sono la Casa del Poema dell’Angolo Retto (2012), nome che deriva dall’omonima opera di Le Corbusier pubblicata nel 1955. La casa è concepita come un involucro introverso di cemento nero all’esterno e di legno all’interno, la Casa Trasparente, (2012) nata dalla trasformazione di una casa esistente, dove Radić semplifica il volume del 60% sostituendo il rivestimento esterno di legno con materiale in policarbonato trasparente enfatizzando la fragile struttura di legno dipinta di bianco e l’Atelier Corral (2015), un recinto costruito in tasselli di pietra scolpiti a cui si contrappone una fragile tenda sorretta da una trave di acciaio che funge da carroponte per spostare le sculture.
Sinergie e ibridazioni
In ognuno di queste opere, Radic elabora allo stesso tempo il recupero di memorie e tradizioni cilene e l’attuazione di nuovi principi costruttivi e insediativi. I prototipi abitativi, concepiti come un’unica stanza, sono abitazioni-rifugio, ambienti transitori tra natura e mondo antropizzato, aperte alle trasformazioni, al possibile divenire.
Il dentro e il fuori sono concepiti ambedue come spazi intimi, sempre pronti a capovolgersi. Si instaura una relazione osmotica tra contenuto e contenente costantemente reversibile: ciò che è luogo diventa contenuto, e ciò che è contenuto diventa luogo. L’ambiente si fa soggetto e il soggetto ambiente.
Costruendo questi spazi, Radić sperimenta ambienti altamente performativi, con l’intento di riflettere sul potenziale delle sinergie interdisciplinari che possono collegare la pratica architettonica con l’arte, nello specifico con il mondo della scultura.
In particolare con il ristorante Mestizo (Santiago del Cile, 2007), uno scheletro di cemento sorretto da pietre di basalto, e la sofisticata Serpentine Gallery Pavilion (Londra, 2014), un guscio in resina sottile, fragile e semitrasparente sospeso su grandi pietre. E ancora, nella costruzione di Casa Pite (Cile, 2005) dove Radić definisce un impianto scenografico visivo, dove ogni pietra assume un ruolo di personaggio, con la propria forma, vitalità, energia, origine.
Membrane reattive
Ma è con la progettazione del Teatro di Bio Bio (2018), nel sud del Cile a Concepcion, che l’architetto trova il suo punto di massima radicalità. Radić usa la membrana semitrasparente che avvolge sia la struttura in cemento armato sia i due teatri e la sala prove sospesi a diverse altezze. I volumi interni, di forme e dimensioni diverse, emergono dalla circolazione inaspettata e labirintica, riempiendo i vuoti dello spazio reticolare circostante.
Il progetto suggerisce un ripensamento del rapporto tra architettura e corpo umano espresso attraverso l’utilizzo di membrane reattive in grado di mediare gli scambi tra ambiente interno e ambiente esterno, tra artificiale e naturale, tra continuità e discontinuità. Il nuovo habitat proposto porta al limite studi, suggestioni e rimandi che prendono avvio nelle teorie dello “spazio come membrana” di Siegfried Ebeling, passano per i progetti visionari del periodo postbellico, quali le cupole geodetiche di Buckminster Fuller, i progetti The Cushicle and Suitaloon degli Archigram, Villa Rosa dei Coop Himmelb(l)au, le opere degli architetti radicali italiani con le loro esplorazioni spaziali ai confini tra architettura e arte.
Ne è un esempio l’installazione destinata ad ospitare la sfilata primavera/estate 2022 di Alexander McQueen in cui l’architetto costruisce una struttura trasparente a cupola, gonfiata e vincolata a terra da cavi d’acciaio, in modo da dare l’impressione che si espandesse tra i cavi stessi.
Interprete del fattore tempo
Rispetto alla linea di sviluppo dell’architettura contemporanea, leziosa ed elegante, che sembra imprigionata in un grafismo esasperato, la ricerca di Radić rappresenta un’uscita verso territori esistenziali più profondi, che parlano un linguaggio del tutto originale, che dialoga con le grandi narrazioni dell’uomo, della storia e dello scorrere del tempo.
È il tempo che passa, che consuma, che consente atmosfere sospese tra memoria e oblio, il tempo dell’attesa e infine dell’abbandono, quasi come specifica forma del paesaggio cileno. Le sue opere aprono il confine – o il limite – tra certezze e incertezze, creando un linguaggio fragile e in perenne costruzione. Nelle sue opere, il deplacement o lo spaesamento non è mai sradicamento.
Immagine di copertina: Smiljan Radić Clarke, fase di cantiere del ristorante Mestizo (© Smiljan Radić)
Per approfondire
La giuria del Premio Pritzker (diretta da Alejandro Aravena e formata da Barry Bergdoll, Deborah Berke, Stephen Breyer, André Aranha Corrêa do Lago, Anne Lacaton, Hashim Sarkis, Kazuyo Sejima e dalla direttrice esecutiva del Premio Manuela Lucá-Dazio) ha annunciato il nome del vincitore con una lunga motivazione. Questo l’estratto finale:
“[…] Per averci ricordato che l’architettura è un’arte, in quanto tocca il cuore stesso della condizione umana; per aver permesso alla disciplina di abbracciare l’imperfezione e la fragilità, offrendo rifugi silenziosi in un mondo plasmato dall’incertezza, senza la necessità di essere più rumorosi o spettacolari per avere un impatto; per aver creato edifici la cui natura ibrida riflette la contemporanea sfumatura dei confini disciplinari, e che non parlano a nome delle persone ma permettono loro di trovare la propria voce attraverso di essi, Smiljan Radić Clarke è stato nominato vincitore del Premio Pritzker 2026”.
Andrea Ambroso, l’autore di questo articolo, ha curato nel 2022 due libri dedicati al lavoro e alla poetica di Smiljan Radić Clarke:
Smiljan Radić Archetipi Fragili. La costruzione in tre opere dell’architetto cileno (di Andrea Ambroso, Lettera Ventidue, 2022, 256 pagine, 25 euro) presenta l’intrecciarsi di pensieri, immagini, storie e tradizioni che danno vita a un racconto a tratti autobiografico, a una trama fatta di ricerche di origini, di archetipi e riproposizioni radicali che restituiscono un linguaggio unico dettato da una fragile e continua sperimentazione. Le architetture presentate diventano dispositivi in grado di ricercare tensione non solo strutturale e materica, ma sovrastrutturale, legata alle dicotomie tradizione/innovazione, memoria/immaginazione, divenire/attesa.
Accade che appaia un cane che parla (di Smiljan Radić, Electa, 2022, 120 pagine, 20 euro) presenta invece, tradotti dallo spagnolo da Andrea Ambroso, 13 brevi saggi firmati dall’architetto cileno, sulla sua concezione di architettura. Emergono i temi della fragilità dei progetti, della costruzione spontanea, dell’uso degli scarti, così come le relazioni disincantate con i suoi riferimenti culturali (tra cui Saint-John Perse, Giorgos Seferis, Bruno Schulz, René Char, Emil Cioran, Giorgio Agamben, Tadeusz Kantor) e architettonici (su tutti Aldo Rossi, Frederick Kiesler, Nieuwenhuys Constant).



































