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Silvia MazzaWritten by: Mosaico Patrimonio

Nuovo MAC a Gibellina, un museo per esorcizzare il lutto

Nella città siciliana distrutta dal terremoto del Belice, completamente ripensato il Museo d’arte contemporanea Ludovico Corrao, ristrutturando le sale e raddoppiando le opere

 

GIBELLINA (TRAPANI). Esorcizzare il lutto, un museo serve anche a questo. La missione spirituale, civica e culturale di Ludovico Corrao prosegue nel nuovo MAC, Museo d’arte contemporanea Ludovico Corrao, inaugurato a Gibellina il 21 luglio. Erede dell’enorme lascito del sindaco visionario che chiamò sui ruderi di Gibellina devastata dal terremoto del Belice del 1968 alcuni fra i più importanti scrittori, artisti e intellettuali dell’epoca, come Cesare Zavattini, Carlo Levi, Damiamo Damiani, Corrado Cagli, Bruno Caruso, Gianbecchina, Sergio Zavoli, Ernesto Treccani, non poteva essere un politico “qualunque”.

La nuova primavera di Gibellina, dal “Museo del Grande cretto” al “Premio Stella della pace Ludovico Corrao” e al restauro di 12 opere d’arte nel museo urbano “a cielo aperto”, si deve a un assessore “tecnico”, il critico d’arte Tanino Bonifacio, che firma con una sensibilità civica degna di quel lascito il nuovo allestimento museologico. Impegno per il quale è stato insignito, il 5 ottobre, a Partinico (Palermo), del Premio “INIKON – Cultura bene comune”.

 

Quasi un museo ex novo

L’allestimento interamente ripensato fa, di fatto, del MAC quasi un museo ex novo. Ristrutturate le sale; raddoppiate le opere esposte: 400 fra pitture, istallazioni, sculture, opere grafiche, fotografie e maquette, su circa 1.800 complessive. E poi, spazio ai servizi, dalla biglietteria alla caffetteria e alla zona bookshop; e, ancora, sala proiezione, direzione, uffici, biblioteca e servizi igienici.

Il restyling parte dall’esterno. Il piazzale d’ingresso del museo si caratterizza per una sagoma realizzata con pittura ad alta resistenza e stampigliata con la tecnica dello stencil sulla pavimentazione in battuto di cemento e sulle alzate della gradinata. Adiacente all’ingresso, tra aiuole fiorite, un’istallazione con grandi lettere scatolari metalliche smaltate riproduce il logo del museo (MAC Gibellina). Senza trascurare nemmeno i pali della luce, che, tinteggiati con smalto bianco, fanno da supporto ai banner pubblicitari con la grafica e le immagini della pinacoteca.

 

Il percorso espositivo

All’interno, il percorso espositivo è stato ripensato secondo un ordinamento delle opere che vanno dal primo Novecento fino alle ultime avanguardie: “Come maestro di critica d’arte ho avuto Maurizio Calvesi – ci spiega Bonifacio -, come maestri di formazione storica Erwin Panofsky e Arnold Hauser, dunque non potevo che costruire una narrazione museologica in chiave storico-cronologica. Ho disteso un nastro narrativo nel quale ho legato ogni opera al contesto storico e poetico nel quale è stata concepita, ecco perché ho scelto di suddividere in otto sezioni tematiche l’intero allestimento espositivo”.

S’inizia da quella del “Museo en plein air”, dove dipinti, gigantografie, modelli, archetipi architettonici e bozzetti delle opere di scultura e architettura nel centro della città raccontano della presenza degli artisti che, con il loro importante contributo, l’hanno fatta rinascere e imporre sullo scenario nazionale.

Il vero e proprio percorso espositivo della collezione permanente inizia con la “Sala Mario Schifano”, che accoglie uno dei più importanti cicli pittorici di uno dei protagonisti della “Scuola di Piazza del Popolo”: dieci tele di grande formato del Ciclo della natura, eseguito nel 1984 a Gibellina, dedicato alla vitalità dei suoi bambini e dal cui ascolto nacquero opere come Onda neonata e Solare, “realizzata con la sabbia di Selinunte raccolta per lui” (Francesco Messina, responsabile del museo in quel 1984).

Seguono le sezioni “Collezione Nino Soldano opere grafiche”; “Il ‘900 tra sperimentazione e realismo”, dal Futurismo con opere di Vittorio Corona e Concetto Cangemi, alla “Scuola Romana” con opere di Fausto Pirandello, il Neorealismo con Gianbecchina, Lia Pasqualino Noto, Beniamino Joppolo e Antonio Corpora; “Sala ‘Forma1’”, con opere di Carla Accardi, Pietro Consagra, Achille Perilli, Piero Dorazio, Giulio Turcato e Antonio Sanfilippo; “Dalla Scuola di Piazza del Popolo alle poetiche dell’Informale”, con opere di Tano Festa e Franco Angeli; “Dalla Transavanguardia ai nuovi scenari dell’arte contemporanea”, con le sale dedicate agli artisti contemporanei che rappresentano il corpus significativo della collezione del Museo e le testimonianze di significativi scrittori e poeti della letteratura del Novecento, precedute da numerose opere grafiche (litografie-serigrafie-incisioni); infine, la “Sezione fotografica”.

 

L’allestimento

Se ne è occupato l’architetto Alessandro Becchina. Tutte le sale sono state dotate di totem all’ingresso; realizzate basi in MDF per appoggio delle sculture e per i plastici architettonici; e, per un museo inaugurato in tempo di Covid, in alcune sale le schede didascaliche, bandite quelle mobili, sono esclusivamente connesse ai pannelli di supporto delle opere.

Che il progetto museologico sia andato a braccetto con quello museografico è evidente. Ma non altrettanto scontato, se pensiamo a soluzioni museografiche “a prescindere” dalle collezioni, come quelli più o meno recenti di uno dei più importanti musei archeologici italiani, il Nazionale a Reggio Calabria; o, solo per restare in Sicilia, la Galleria regionale di Palazzo Bellomo, con le vetrine sovradimensionate rispetto agli oggetti esposti.

 

Oblio, arte, memoria

Se c’è un’arte dell’oblio che da Temistocle a Umberto Eco aiuta a dimenticare ciò che dolorosamente non si vuole ricordare, poche cose aiutano a esorcizzare la complessità dell’oblio come l’arte. L’opera d’arte, fuori da ogni edonismo, costringendoci a non dimenticare si fa strumento di crescita culturale della società. Federico II di Prussia, nella sua Ode all’oblio (1737), si lamentava della labilità della memoria, ma concludeva lodando il potere taumaturgico della dimenticanza. Per Magritte la memoria è una testa di statua che sanguina. È doloroso ricordare, ma di più lo è l’oblio. Parafrasando Toti Scialoja che si riferiva a Gibellina, forse l’ultima cosa di cui ci scorderemo uscendo dal MAC sarà “l’emozione di ordine morale” provata.

 

Immagine di copertina: © Alfio Garozzo

 

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Last modified: 13 Ottobre 2021