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Michele RodaWritten by: Reviews

L’architettura della memoria: tra foreste che camminano, eserciti di pietra e altre stragi

Electa dedica il 30° libro della collana “Architetti e architetture” ai sacrari di guerra tedeschi, ideale conclusione di una serie di pubblicazioni recenti dedicate ai memoriali

 

Viviamo in un momento critico del mondo che non offre quasi spazio alle celebrazioni”. La quarta di copertina del volume di Marco Mulazzani (La foresta che cammina. Le sepolture dei soldati tedeschi 1920-1970, Electa, 2020, 192 pagine, 36 euro) riporta una citazione dell’austriaco Hugo von Homannsthal (1926) che non può lasciare indifferenti, e che aiuta l’autore a inquadrare un argomento difficile, ricco di sfaccettature, profondamente influenzato dalla storia che attraversa l’Europa del Novecento, mettendo la Germania al centro del proprio drammatico evolversi. “La foresta che cammina” è infatti un’immagine potente dell’esercito tedesco in marcia, e che lascia nel corso del secolo – tra prima e seconda guerra mondiale – oltre 7 milioni di corpi senza vita sui campi di battaglia.

Il punto di partenza del testo è proprio questo: che fine hanno fatto questi corpi? Per raccontarlo Mulazzani ricostruisce con precisione e articolazione cronologica (5 capitoli dedicati alle diverse fasi) una sequenza di eventi e fatti, lunga mezzo secolo, fino al 1970, il cui filo conduttore è rappresentato dalle attività, dai progetti e dalle realizzazioni del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, l’Associazione popolare tedesca per la cura delle sepolture di guerra che, soprattutto sotto l’impulso del suo architetto-capo Robert Tischler, costruisce memoriali, santuari, cimiteri veri e propri non solo in Europa, ma anche in Africa settentrionale. Come nel caso di El Alamein, dove i progetti tedeschi di dare sepoltura ai caduti nelle battaglie del 1942 si sovrappongono, e si scontrano, con quelli italiani, che si concretizzano nel sacrario disegnato dal militare e ingegnere Paolo Caccia Dominioni, inaugurato nel 1958. È solo uno dei casi narrati da Mulazzani, in cui l’atto della costruzione di un’architettura tanto evocativa e simbolica è anche, evidentemente, una questione politica e diplomatica estremamente delicata e sensibile.

La pubblicazione, elegante e accurata, raccoglie 200 illustrazioni tra riproduzione di disegni originali, foto d’epoca e recenti (di Alessandra Bello) che riproducono i monumenti italiani di Feltre San Paolo, Tolmino, Quero, Pinzano, Passo del Pordoi, Bressanone-Varna, Merano, Pomezia, Costermano e del Passo della Futa. Quest’ultimo, concluso nel 1969, più ancora degli altri per la dimensione (circa 30.000 caduti) e la suggestione che provoca, esprime in maniera eloquente il rapporto ambivalente di alterità e armonia con il paesaggio che queste architetture sono in grado di generare: figure spesso geometricamente definite che modellano i suoli e che si stagliano su montagne e colline diventandone nuovi punti di riferimento e di misurazione. In un lavoro che recupera tracce, spesso ricostruite in maniera libera, per farne materia.

Proprio un saggio di Mulazzani sulle realizzazioni italiane del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge appare nella prima delle tre parti di un libro analogamente ampio e intenso dedicato ai sacrari e curato da Maria Grazia D’Amelio (Per non dimenticare. Sacrari del Novecento, Palombi Editore, 2019, 252 pagine, 80 euro). Lo sguardo, di stampo storico e accademico, si sofferma – unendo temi e progetti, illustrati attraverso diverse firme – sulle esperienze della prima metà del Novecento, in Italia (prima parte, 10 saggi) e in Europa (seconda parte, 5 testi). Ma è soprattutto la terza parte (6 articoli) che illustra con efficacia il messaggio che il libro porta con sé in quanto, scrive la curatrice, “la conoscenza e la cura dei memoriali appartengono ai doveri di ogni stato civile e al debito che gli individui e le nazioni hanno maturato nei confronti di chi è morto per una scelta politica, che forse neppure gli apparteneva”. La pubblicazione, sostenuta dalla Presidenza del Consiglio dei ministri nell’ambito delle celebrazioni del primo conflitto mondiale, si apre infatti ai progetti contemporanei destinati ad enfatizzare il rapporto, nei sacrari esistenti, tra memoria e racconto così come (nei lavori illustrati da Orazio Carpenzano, Studio Azzurro, Antonio Citterio e Patricia Viel) ai nuovi disegni volti a rafforzare l’identità dei luoghi dove i monumenti sorgono, anche nell’ottica di una loro valorizzazione.

Si concentra invece su quattro sacrari della prima guerra mondiale costruiti nel ventennio fascista un testo che, già nel titolo, esprime in maniera chiara i temi: Architettura della memoria e paesaggio. Sacrari di guerra come interventi ambientali (da un’idea di Ennio Brion, testi di Pietro Valle, foto di Giuseppe Dall’Arche, Libria Edizioni, 2020, 160 pagine, 28 euro). I monumenti di Monte Grappa, Redipuglia, Caporetto (Slovenia) e Pocol (presso Cortina d’Ampezzo) sono raffrontati in un breve ma puntuale saggio, affiancati da altrettanti report fotografici. L’analisi di Pietro Valle indaga, con gli strumenti propri dell’architettura, il progetto, le ragioni simboliche e i rapporti con i contesti paesaggistici e percettivi che sottendono i quattro interventi. L’interpretazione contemporanea che emerge dalla lettura, al limite dell’azzardo, è l’ipotesi di un parallelo rispetto ad alcune istanze che saranno inverate dalla Land Art più di trent’anni più tardi.

Se le storie raccontate da questi due volumi, usciti contemporaneamente nel 2020, guardano solo al Novecento, offre una prospettiva più contemporanea, oltre che accademica, il lavoro di Sabina Tanović, (Designing Memory. The Architecture of Commemoration in Europe, 1914 to the Present, Cambridge University Press, 2019, 276 pagine, 80 euro), studiosa e autrice di un progetto recente vincitore di concorso per il memoriale del Tunnel of Hope di Sarajevo, in ricordo di uno dei luoghi simbolo delle guerre balcaniche. Il libro è prevalentemente un lavoro di ricerca che si occupa nei suoi 5 capitoli delle implicazioni dell’architettura della memoria “che, essendo un atto di rappresentazione, tocca nel profondo l’essenza della creazione architettonica e i modi in cui lo spazio media alcuni dei più intricati processi sociali e culturali”. Lo sguardo muove proprio dalla prima guerra mondiale, si sofferma su alcuni esempi paradigmatici (alcuni di questi italiani: il monumento veneziano alla partigiana di Carlo Scarpa e Augusto Murer, il memoriale della Risiera di San Sabba, quello delle Fosse Ardeatine) arrivando ad occuparsi dei più recenti monumenti alle vittime del terrorismo di inizio secolo: da Ground Zero alla stazione Atocha di Madrid, fino ai progetti per il ricordo della strage di Utøya, in Norvegia. Emerge una ricchezza di linguaggio e di tipologia che va ben oltre la tipologia del monumento ai caduti verso una visione del luogo del ricordo che si fa paesaggio e spazio pubblico, vivo e non solo contemplativo. “I memoriali – scrive nella conclusione Tanović – ci sfidano a pensare in modo critico alla guerra e alla violenza. Questo è il primo passo per diminuire la presa letale che la distruzione ha avuto sulle nostre vite”. Una dimensione di ricordo e di riscatto che non è difficile immaginare verrà applicata a molti progetti in memoria di chi ha perso la vita nell’evento, non bellico ma ugualmente tragico, che ha caratterizzato il 2020.

 

 

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Last modified: 14 Gennaio 2021