A pochi mesi dallinaugurazione del nuovo Centro civico di Scandicci vale la pena svolgere alcune considerazioni di merito e anche di metodo su di un intervento edilizio-architettonico di rilevanza storica per labitato di Scandicci che, forse non tutti sanno, ha il privilegio – o la disgrazia? – di essere per buona parte tutelato sotto il profilo paesaggistico in forza di decreti che a partire dagli anni sessanta ne hanno determinato uno sviluppo burocraticamente controllato anche sotto il profilo della qualità architettonica.
Il progetto è del pluridecorato (Premio Pritzker!) architetto anglo-triestino-fiorentino Sir Richard Rogers, biscugino di quel maestro di architettura che è stato Ernesto Nathan Rogers, assurto a notorietà internazionale, unitamente al genovese Renzo Piano, a partire dalla clamorosa e inattesa vittoria (1971) al concorso per il Centro Georges Pompidou a Parigi, altrimenti noto come Beaubourg, opera più provocatoria che di vera sostanza. Nella sua lunga e gloriosa carriera spiccano ledificio dei Lloyds a Londra (1979-86) con la sua scintillante struttura metallica ed i suoi tubi che lo fanno assomigliare piuttosto a una raffineria; il geometricamente articolato complesso commerciale-direzionale-residenziale in Potsdamer Platz a Berlino (1995-98); la spinosa tensostruttura del Millennium Dome (oggi The O2) pure a Londra (1997-99); lestroso Palazzo di Giustizia di Bordeaux (1995-2000) con i suoi giganteschi coni allinterno di tralicci metallici; il fascinoso Terminal dellaeroporto di Madrid-Barajas (2005); la sede dallAssemblea Nazionale del Galles a Cardiff (2006), altrimenti detta Senedd, caratterizzata dallimponente copertura e dallenorme fungo centrale che la sorregge. Tutte opere di varia ispirazione formale ma riconducibili in gran parte a quella corrente prevalentemente anglo-americana e un po ingegneresca dellarchitettura contemporanea che muove da quel genialoide di Bukminster Fuller e sviluppa la sua poetica più genuina attraverso la declinazione della struttura metallica sempre in bella vista fino a raggiungere un raffinato livello definito high-tech.
Niente di tutto questo nel nuovo Centro civico di Scandicci, o al contrario, tutto questo, ma svolto in tono decisamente minore, a partire dai regolari e ordinati corpi di fabbrica risolti con geometrie semplici per non dire banali fino alla fermata della tramvia che richiama una serie di carri-ponte senza troppe ambizioni. Un tono leggermente più alto nel corpo più basso cosiddetto dellAuditorium, al di là dei binari della tramvia, con le sue ampie vetrate e la pensilina metallica abbastanza semplice ed elegante; troppo spoglio il fianco ben in vista e decisamente brutte per forma e collocazione le torri in cemento armato degli ascensori e delle scale che paiono maldestramente appiccicate, quasi senza garbo alcuno. Lo spazio aperto ha proporzioni adeguate, ma forse difetta un po di verde e la fontana da terra appare ormai troppo scontata.
Leffetto dinsieme è quello di un dignitoso intervento edilizio che trova nella sobrietà e nella misura i suoi connotati principali, inserendosi nel contesto urbano senza troppo clamore, quasi come lultimo venuto che non vuole disturbare più di tanto. Viene da chiedersi come mai un signor architetto come Rogers, estroso ricercatore di forme attraverso tubi metallici e masse fantasiose, sia scivolato verso unedilizia decorosa ma in fondo abbastanza ordinaria: si possono fare almeno due ipotesi, tuttaltro che alternative.
La prima muove dal sospetto che quel vincolo paesaggistico cui si accennava allinizio abbia esercitato un laccio, complice la Soprintendenza, alla libertà espressiva del progettista, costringendolo verso un atteggiamento di forzata sintonia con il contesto circostante rappresentato in gran parte da anonima edilizia residenziale degli anni 60 e 70 e qualche episodio più rappresentativo di edilizia pubblica e direzionale sempre di quegli anni. In altre parole, quel vincolo, nato per salvaguardare lo straordinario sfondo collinare del territorio di Scandicci, ha di fatto tutelato, con singolare strabismo, un paesaggio urbano privo di particolari pregi e caso mai bisognoso di qualificazione.
La seconda poggia sulla presunta esistenza, anche qui a Scandicci, di quel clima cosiddetto fiorentino che tarpa da secoli qualsiasi tentativo di proporre architetture al passo coi tempi, non dico stravaganti e provocatorie, ma almeno un po di spicco (soltanto Leonardo Ricci è riuscito a imporre a Firenze il suo magnifico Palazzo di Giustizia di Novoli). Già nellOttocento un architetto di primordine come Gaetano Baccani, intimidito dal Campanile di Giotto e dal fianco del Duomo, si preoccupava di non infastidire quei monumenti sommi progettando un fronte della piazza con palazzi di una compostezza spinta fino alla mediocrità. E ancora, tra le due guerre, un altro valente architetto come Aurelio Cetica risolveva lincolore ampliamento della Scuola dei marescialli dei carabinieri in piazza Santa Maria Novella con deferente rispetto nei confronti dei monumenti vecchio e nuovo rappresentati dal retro della Basilica e dall’appena realizzata stazione del gruppo Michelucci.
Si può anche fare una terza ipotesi, un po più maligna, che pone laccento sullentità del budget a disposizione di Rogers : da serio professionista qual è ha fatto bene i suoi conti e ha confezionato il miglior prodotto possibile con le risorse messe in campo. Nozze con i fichi secchi? Qualcuno potrebbe pensarlo ma il punto non è questo perché lepisodio, per quanto di proporzioni contenute, offre interessanti spunti di riflessione riguardo ad alcuni aspetti del processo di costruzione della città.
Abbiamo detto della sostanziale modestia dellarchitettura che si risolve completamente in quello stile che potremmo chiamare storicamente geometrico che ha attraversato con varie denominazioni (razionalismo, movimento moderno, architettura organica, modern style, international style e compagnia cantando) tutto il Novecento muovendo dallemergente mondo nordamericano (concretezza e funzionalità) e che oramai si viene affermando nelledilizia più pretenziosa secondo un manierismo dilagante che definirei piuttosto una sorta di meierizzazione, preludendo di fatto al suo inesorabile tramonto sotto lincalzare di una tecnologia che impone un sempre più spinto macchinomorfismo. Ebbene, la versione di Rogers per il Centro di Scandicci non rappresenta certamente un acuto architettonico che forse molti avrebbero voluto, ma non per questo bisogna aprioristicamente desumere che sia una soluzione sbagliata : anzi, il suo attacco a terra risolto prevalentemente con negozi elegantemente ordinati e luminosi, combinato con l’affollata fermata della tramvia, fanno sì che si realizzi uno spazio urbano con unatmosfera un po nordeuropea quasi da grande città, riscattando ampiamente il contesto informe preesistente e dialogando – paradossalmente – per proporzioni e qualità, con ledificato circostante.
Bisogna allora ricredersi sugli effetti pregiudizialmente negativi del vincolo paesaggistico? Potrebbe darsi, dal momento che si è potuto osservare la folla degli scandiccesi sciamare soddisfatta e orgogliosa del suo nuovo Centro civico, sancendo che il risultato è in fondo ben calibrato sullo spazio e sulla società.
Si può allora concludere rilevando che il contesto vincolistico nel quale si è dovuto fare strada il progetto abbia prodotto uno spazio urbano morfologicamente attuale, decoroso e funzionale che si connette al tessuto preesistente senza discontinuità eclatanti a livello qualitativo e presumibilmente senza fenomeni di rigetto. Forse è questa una delle modalità possibili e corrette con la quale si può e si deve costruire la città, senza ambizioni esagerate e con grande attenzione al contesto ambientale (il vecchio genius loci interpretato senza troppa enfasi), soprattutto laddove – ed è il nostro caso – si sovrappongono situazioni contraddittorie quali scenari paesaggistici eccezionali e insediamenti urbani sorti senza veri e propri requisiti qualitativi.
Firenze, marzo 2014




















