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Scritto da: Professione e Formazione

A macchia di leopardo tra scuole, facoltà e nuovi dipartimenti

La legge Gelmini (240/2010), sta dispiegando i suoi primi effetti. Gli Atenei italiani stanno procedendo alla revisione dei propri statuti e alcuni sono ormai stati approvati e pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Ciò consente una prima analisi della situazione e di alcuni prevedibili risultati del processo di riforma, almeno per quanto concerne le future «architetture istituzionali» delle università italiane.
Appare da subito singolare il fatto che una legge statale obblighi i singoli atenei ad attuare la riforma determinando una situazione di accentuata differenziazione delle loro strutture, in una sorta di «federalismo» che cala dall’alto (il ministero) e si attua in sede locale (le singole università), pur nel formale rispetto del principio della autonomia degli atenei.
Ne emerge una geografia a macchia di leopardo. La riforma, forse, risponderà davvero alle necessità di riordino delle università sancite dalla legge e, forse, determinerà anche l’invocata razionalizzazione delle loro strutture e del loro funzionamento, secondo criteri di efficienza e con gli auspicati risparmi economici (sic!). è tuttavia lecito nutrire alcuni dubbi. Di certo, essa rischia di aumentare la confusione nel Bel Paese, se non altro in termini di comprensione e comparabilità tra «strutture» di analoga natura e potere ma di assai differenti configurazioni e denominazioni. Vi saranno entità che, in alcuni luoghi, continueranno a definirsi «Facoltà», richiamando un passato recente che si voleva superato, pur essendo tutt’altra cosa e coincidendo con analoghe strutture che, altrove, si chiameranno «Scuole». È una differenza che non aiuta studenti, docenti o amministratori a orientarsi nella futura geografia universitaria, nei diversi settori e campi del sapere, della ricerca e, soprattutto, della formazione, anche nel nostro piccolo mondo dell’Architettura. La legge consente, infatti, che le previste «strutture intermedie di raccordo» tra i nuovi dipartimenti e gli atenei (fatti salvi quelli di piccole dimensioni) possano denominarsi Scuole o Facoltà. Tuttavia, non trattandosi di una disputa nominalistica riconducibile ai nobili confronti della Scolastica medievale, è lecito dubitare che da tali differenze possa discendere una migliore comprensione e capacità di gestione della realtà in cui vivremo. Sorvoliamo peraltro sul fatto che anche là da dove il modello delle Scuole (Schools) proviene, ossia nei paesi di tradizione e cultura anglosassone, molti si chiedono se abbia ancora senso tenere insieme «cose» (docenti, ricerche, corsi di studio, curricula) tra loro assai diverse o se non valga la pena riorganizzare le proprie strutture di ricerca ed educative per conseguire una loro maggiore omogeneità di carattere culturale e di campo di azione. Scuole (o facoltà) avranno poi configurazioni, composizioni, ruoli e poteri assai diversi nei singoli atenei, in stretta relazione con parallele e altrettanto profonde differenze dei nuovi dipartimenti che esse dovranno coordinare, monitorare e valutare, interagendo in tutti i settori di loro spettanza.
Nonostante i vincoli assai stringenti (sic!) imposti dalla legge, inoltre, anche i dipartimenti assumeranno volti e composizioni assai diversi nei vari atenei. I loro nomi, come accaduto finora, saranno i più vari, con i più impronunciabili acronimi, nel rispetto dell’autonomia locale e della comunità scientifica, culturale e docente che ne determinerà la nascita. Essi dovranno rispettare i limiti numerici sanciti dallo Stato (40 docenti), oltre che il requisito dell’omogeneità, la cui realizzazione, a dire il vero, appare astrattamente affidata alla semplice riunificazione di settori scientifico disciplinari omologhi o affini (obbligo non così monolitico, in alcuni atenei!), piuttosto che alla formulazione di chiari progetti scientifici e culturali. Nulla di male: tutto ciò può anzi essere un’espressione di autonomia, di riconoscibilità e di specificità delle singole università. Genitori, studenti, docenti e «gestori del sistema», tuttavia, dovranno fare i conti con una sorta di babele tendenzialmente poco efficiente ed efficace. Le «vecchie» facoltà avevano di certo denominazioni in parte diverse e contenevano (offrivano) percorsi formativi altrettanto diversificati (nei limiti consentiti dai dm 270/04 e 17/10). In ogni sede, tuttavia, era almeno chiaro allo studente medio (proveniente dalle scuole medie superiori) in quali strutture veniva impartita, ad esempio, l’educazione «in» («per la», o «alla») Architettura, ossia dove si trovavano i corsi di studio del settore cui era interessato e chi ne era responsabile. Domani, tutto sarà un poco più complicato, anche perché i corsi di studio potrebbero essere condivisi tra (ossia gestiti da) più dipartimenti e addirittura da più scuole (o facoltà). Non possiamo neppure dimenticare che ai dipartimenti compete la delicata materia del reclutamento del personale docente che non può certo essere confinata in logiche meramente interne ai singoli settori scientifico disciplinari (con connessi giochi di potere interni ed esterni), poiché essa influisce pesantemente sulla vita degli studenti e sulla qualità dei loro studi.
Speriamo almeno che, da tutto ciò, nascano nuove ricchezze culturali, inaspettati stimoli all’integrazione dei saperi, inediti e vitali modelli educativi e di ricerca che si dimostrino alternativi tra loro ma siano pur sempre chiaramente comparabili. È comunque assodato che amministrare, guidare e anche solo «vivere» i nuovi dipartimenti non sarà semplice anche se, forse, la riunificazione della didattica e della ricerca eliminerà alcuni alibi (o improbabili motivazioni) per antiche inefficienze e inerzie, smantellando ataviche forme di disimpegno di alcuni dalla quotidiana e faticosa (ma non semplicemente burocratica) gestione delle nostre «case comuni». Nei nuovi dipartimenti e nelle nuove scuole (o facoltà) tutti, infatti, dovremo anzitutto lavorare a vantaggio degli studenti di oggi e della società di domani, in un mondo sempre più globalizzato, competitivo (in termini talvolta poco condivisibili), frammentato o drammaticamente «liquefatto», come direbbe Zygmunt Bauman.

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Last modified: 8 Luglio 2015