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Manuela MartorelliScritto da: Reviews

La forza grafica e comunitaria del Bauhaus

La forza grafica e comunitaria del Bauhaus

londra. Con 400 pezzi, fra oggetti, dipinti, disegni, arredi, tessili, «Bauhaus: art as life» ci presenta la famosa scuola fondata il 1919 da Walter Gropius a Weimar e chiusa per intervento nazista nel 1933, che prometteva l’architettura non più come disciplina autonoma ma come termine ultimo di una formazione che poneva al centro le arti figurative verso quell’idea di Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) che Gropius aveva in mente fin dagli inizi del secolo. Bisogna ricordare come però, paradossalmente, l’architettura occupasse solo uno stadio ideale del programma didattico della scuola (invece intrisa del genio di artisti come Itten, Klee, Kandinsky, Moholy-Nagy), senza nessun insegnamento formale fino al corso di Hannes Meyer nel 1927, presso la nuova sede di Dessau.
La mostra del 1923 (il cui programma prevedeva conferenze, la presentazione dei lavori degli studenti e la mostra «Internationale Architekten»), è indicato dalle curatrici Catherine Ince e Lydia Yee come momento paradigmatico degli elementi cardine del Bauhaus. Il catalogo della mostra, con la copertina disegnata da Herbert Bayer, è uno dei primi progetti grafici che poi continuerà attraverso il lavoro dello stesso Bayer nella produzione di pubblicazioni, come mezzo di pubblicità per la scuola. L’opera grafica di Bayer (di cui si può vedere al Barbican l’assonometria isometrica dell’ufficio del direttore, studio di una possibile cooperazione fra i diversi corsi), insieme a quella di Joost Schmidt, è visionaria rispetto a ciò che l’era della comunicazione e della cultura dell’immagine imporrà: lo studio delle strategie di marketing e del potere del mezzo mediatico di massa, soprattutto per l’architettura.
La prima mostra sul Bauhaus a Londra, dopo quella organizzata dal Riba nel 1968 (nonostante ne siano state prodotte molte a livello internazionale nel 2009, per l’anniversario dei 90 anni, come la bella mostra curata da Berry Bergdoll al MoMa), presenta non solo alcuni fra i progetti di design e architettonici più significativi come il quartiere Torten di Dessau, ma anche il fenomeno sotto riflettori che puntano su elementi forse spesso posti in secondo piano, fuori da una classificazione prettamente cronologica: il carattere playful, le feste e la forza stessa del Bauhaus come comunità.
«Spazzata con un soffio tutta la vecchia tradizione dell’accademica artistica […] ho iniziato a guidare tutte le attività creative attraverso un ritorno alle radici, al gioco» scriveva Johannes Itten in quegli anni.
E ancora cartoline, inviti alle feste, testimonianze che pongono l’accento sulla complicità fra studenti e insegnanti come Gifts for J di Paul Klee (dipinto come ringraziamento alla classe per i regali ricevuti in occasione del suo compleanno). Ma soprattutto le bellissime fotografie di Josef Albers e Lucia Moholy, che ritraggono vari docenti in maniera inaspettata (in mostra al Barbican due splendide sequenze con Klee e Kandinsky nell’atto di fumare una sigaretta) e catturano la movimentata vita sociale della scuola riflessa in ultima sintesi nelle rappresentazioni teatrali e che Kandinsky definiva fondamentale per creare «una monumentale arte astratta».

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Last modified: 18 Luglio 2015