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Written by: Professione e Formazione

Biennale di Architettura 2012: il nostro sguardo in anteprima sui padiglioni nazionali

Paesi nordici
Mentre in non pochi padiglioni il tema «Common Ground» si riduce a meri interessi comuni, neiPaesi nordici il terreno è davvero condiviso da Norvegia, Svezia e Finlandia, che scelgono di rappresentarsi in un unico padiglione (quello danese è poco distante e il finlandese, firmato da Alvar Aalto, è stato da poco restaurato dopo i danni subiti per la caduta di un albero). A ognuno dei 32 architetti under 40 chiamati per l’occasione è stato affidato il compito di rappresentare l’identità nordica. Purtroppo, però, gli sforzi per catturare l’abbacinante luce del sole di mezzanotte si perdono in un marasma di casette per uccelli a forma di edifici famosi e cubi di radici raccolte sulla spiaggia.

Russia
Il padiglione russo sostiene che non ci sia terreno più comune dello schermo di un computer. All’interno, una selva di codici QR (decifrabili grazie all’Ipad consegnato all’ingresso) guida il visitatore verso la grandiosa cupola, anch’essa interamente ricoperta di codici. Scannerizzandone i pixel è possibile accedere a contenuti multimediali riguardanti Skolkovo, pianificata «città dell’innovazione», il cui futuro sembra tristemente molto più anonimo e monotono rispetto a quello visto sotto la cupola.

Spagna
Il rapporto di amore e odio con la storia e l’individualità che accomuna gli architetti selezionati da Spainlab emerge con forza dalle loro opere. Curiosamente, una delle sale presenta una serie di piante pendenti dal soffitto, tra cui un albero sradicato. Che cosa questo dica della Spagna contemporanea, però, non è del tutto chiaro.

Paesi Bassi
Presso il padiglione olandese, «Common Ground» prende forma nella sorprendente semplicità dell’elegante installazione di Petra Blaisse. Un sistema di pareti mobili in cotone, velluto e finta pelle – costellate di inserti plastici a mo di spioncini – scorre ogni 30 minuti su appositi binari, mostrando, attraverso la trasformazione dello spazio da una a 12 stanze, come lo spazio possa reinventarsi.

Stati Uniti e Venezuela
I curatori di «Spontaneous Interventions: Design Actions for the Common Good»raccontano, sul pavimento del padiglione statunitense, la storia dello sviluppo e dei «disastri» dell’urbanistica a stelle e strisce, le cui possibili soluzioni sono presentate su 125 pannelli mobili sospesi al soffitto tramite un sistema di pesi e contrappesi. Così, lotti abbandonati possono diventare pittoreschi e scicchissimi mercatini delle pulci: è l’ottimistico (per quanto modesto) inizio di un movimento che sta portando cittadini e progettisti a riappropriarsi degli spazi abbandonati all’interno delle città americane. Certamente un sistema più semplice ed efficace rispetto agli interventi spesso macchinosi di uno stato centrale, ben rappresentati dal progetto del governo di Caracas che, nel padiglione venezuelano, annuncia la costruzione di tre milioni di case per i poveri entro il 2019.

Israele
Il padiglione israeliano, come il vicino statunitense, è costantemente monitorato dai Carabinieri in quanto possibile bersaglio di azioni terroristiche. E questo perché un «Common Ground» politico, economico e persino culturale unisce i due paesi. Il tema scelto quest’anno intreccia ulteriormente i due paesi, rendendo completamente evidente l’impatto dell’egemonia culturale ed economica statunitense su questo paese del Medio Oriente. Mentre un negozio vende oggetti sfacciati come piccole statuette di Jimmy Carter e Menachem Begin.

Regno Unito
Come nelle favole dove 3 fratelli vengono mandati in giro per il mondo a recuperare talismani magici, i 10 studi protagonisti di «Venice Takeaway: Ideas to Change British Architecture»(presso ilpadiglione britannico), hanno tratto dalle loro esperienze internazionali (in Cina Nigeria Russia, Tailandia, Stati Uniti e altri 5 paesi) idee innovative per dare nuova linfa alla pratica architettonica inglese.

Cina e Canada
Per quanto la Cina sia diventata il palcoscenico internazionale di una sperimentazione architettonica spinta all’eccesso, il padiglione della Repubblica Popolare ci mostra lavori di delicato lirismo, fra cui istallazioni luminose, una proiezione matematica e un grande sistema di tre immagini sospese le une sulle altre grazie a una serie di magneti. Situato in fondo all’Arsenale, tra serbatoi arrugginiti coperti di pampini, il padiglione sembra quasi una soluzione raffazzonata; cosa sorprendente, considerata l’attuale potenza del paese. Il progetto più poetico è il masterplan per un «nuovo villaggio socialista» fuori Pechino, dove abitanti del luogo e artigiani collaborano a modellare il paesaggio secondo gli antichi canoni estetici cinesi. I canadesi invece non si allontanano molto dal focolare. Per loro, infatti, il vero «Common Ground» è proprio la casa, rappresentata dalla prima generazione di immigranti finlandesi, jugoslavi e coreani come al contempo affascinante e minacciosa.

Germania e Svizzera
Al padiglione tedesco una semplice presentazione di riuso adattativo mostra la sua misteriosa qualità attraverso progetti quali una capanna da guardaboschi ricoperta di cemento e la ricostruzione di un muro del museo di storia naturale di Berlino rispettosa dei segni della guerra. Gli svizzerioffrono una visione d’insieme con un collage d’immagini satellitari, a omaggiare una serie di lavori in grado di fondere vecchio e nuovo, quotidiano e inusuale.

Australia
Il filo conduttore nel padiglione australiano collega l’architettura intesa come «costruire» alle nuove pratiche. La comunicazione su radio della cultura architettonica, gli accorgimenti basilari per migliorare le condizioni abitative e igienico sanitarie degli aborigeni (soprattutto tra 0 e 5 anni), fino agli studi sul concetto di «porosità», nell’equilibrio tra pubblico e privato, di Richard Goodwin, che qui esplora Venezia in un viaggio tra edifici abbandonati e variamente ri-occupati, atterrando nel padiglione volando sul filo della teleferica fissata sopra le acque del canale; per i deboli di cuore si può ripiegare sui calcio-balilla progettati da 100 designer in collaborazione con10 produttori e 17 stati.

Francia e Belgio
I padiglioni di Francia e Belgio presentano lo stesso rispettoso approccio ai problemi della pianificazione regionale. I francesi ripensano una nuova zona fuori Parigi con una comunità di immigrati sempre più numerosa con lo scopo di ridurre la povertà e favorire lo sviluppo economico. A far da fulcro all’esposizione, una grande installazione multimediale su una distesa di carte topografiche. E le carte, di grandi dimensioni, si ripetono anche nel padiglione belga: ma qui l’attenzione si sposta sulla promozione dello sviluppo sostenibile e le strategie per il contenimento dell’espansione incontrollata della città.

Ungheria
Il padiglione ungherese passa ogni edizione quasi sempre in sordina, nonostante l’edificio art nouveau che lo ospita sia uno dei più belli dei Giardini. La mostra di quest’anno traduce il tema in un invito a 651 studenti di Architettura e bambini alle elementari, a cui è stato chiesto di creare modellini di architetture reali o immaginarie giustapposti a sculture di artisti affermati. Ma il fiore all’occhiello sono i bellissimi sentieri di ciottoli di diverse dimensioni rastrellati a mano, che creano un elegante ingresso con materiali semplici.

Giappone
Il padiglione giapponese s’interroga sulla ricostruzione post tsunami. «Architecture. Possible Here? Home-for-all» documenta il viaggio intrapreso da un fotografo verso la sua città natale, per raccontare il paesaggio straziato dall’onda gigante. Tre architetti hanno collaborato con la comunità per progettare uno spazio in cui i residenti potessero riunirsi durante la ricostruzione. Pieno di minuscoli modelli di studio e di fotografie monumentali, il padiglione sostiene che l’architettura è possibile. Anche qui.

Danimarca
La Danimarca individua un «Common Ground» d’interesse globale nella Groenlandia, prefigurandola come il Mediterraneo del XXI secolo, ritagliandosi in anticipo uno spazio per riflettere su cambiamenti ormai alle porte, attraverso un percorso quasi museale fatto di video, mappe, dati, progetti e la ricostruzione di una living room del polo. Non poteva mancare la «zampata» di Big, che propone un futuristico porto/aeroporto nella capitale Nuuk.

Polonia
Gli interventi di Polonia e Serbia propongono un «Common Ground» di condivisioni percettive. I polacchi trasformando il padiglione in un emozionante contenitore sonoro in cui ogni elemento (il pavimento inclinato, le linee dei muri, la forma dei condotti per la ventilazione), concorre ad amplificare i suoni provenienti dall’esterno e dagli altri padiglioni. Sensori collocati all’interno dei muri permettono di udirne le vibrazioni e di ascoltare così i «suoni dell’architettura».

Serbia
Il candido spazio del padiglione serbo è quasi del tutto invaso da un tavolo bianco in corian lungo 22 m e largo 5 di difficile realizzazione tecnica, frutto di una non scontata capacità di condensare le aspirazioni dei diversi artisti e designer in un solo oggetto. Lo stretto percorso intorno al tavolo crea situazioni di adattamento e contatto riprodotte da video e sensori collegati ad altoparlanti.

Brasile
Le ironiche installazioni del Brasile fanno riflettere divertendo. Da un lato ripropone la spensierata opera «Riposatevi» realizzata da Lucio Costa alla Triennale del 1964, dall’altro offre uno sguardo sul paese attraverso gli spioncini di un’ermetica struttura nera realizzata dal suo più importante architetto contemporaneo nonché cineasta, Marcio Kogan, con un film in cui mostra l’architettura vissuta in una delle sue ville da due diverse categorie sociali: proprietari e personale di servizio.

Grecia
Tutt’altra atmosfera si respira nel padiglione greco, concentrato sul «Common Ground» della crisi, nonostante l’allegro benvenuto del murales «After the caos» all’esterno. Modellini, video, testi e fotografie riflettono su tre argomenti: l’architettura residenziale e l’eredità del moderno, la trasformazione di edifici e spazi pubblici ai tempi della crisi, nuove proposte sperimentali.

Cile e Perù
L’intimo allestimento del Cile ruota intorno al concetto di «cancha», parola indigena che indica uno spazio aperto in cui s’incontra la gente, metafora del territorio cileno, come il sale in due diverse granulometrie scelto per pavimentare lo spazio. Sette lanterne di carta illustrano altrettanti progetti con disegni e testi ispirati agli atlanti pittoreschi, traghettando verso un’insolita atmosfera di altri tempi. Con un allestimento più scontato e razionale guarda al proprio territorio il Perù, presentando le proposte di 20 studi che esplorano le possibilità di trasformare il deserto in un nuovo paesaggio urbano.

Irlanda
Molto autoreferenziale la proposta di Heneghan Peng Architects per l’Irlanda, in cui due grandi pannelli bianchi riportano l’abaco delle pietre che compongono il prospetto del loro Giant’s Causeway Visitors Centre ad Antrim. Il «Common Ground» è ridotto alle panche-altalena, che obbligano chi si siede a interagire con il loro movimento e con le eventuali altre persone sedute.

Croazia
La Croazia mette l’architettura al servizio della protesta civile: camminando fra un’evanescente sequenza di teli si è immersi fra i suoni e le immagini di manifestazioni organizzate negli ultimi anni per la difesa di territori comuni, analizzate dai progettisti per elaborare strategie d’intervento.

Bahrain
Premiato alla sua prima Biennale due anni fa, il Regno del Bahrain stupisce di nuovo positivamente affiancando il paesaggio reale a quello conosciuto attraverso immagini e immaginari: da un lato un catalogo di foto tratte dal «television landscape» degli ultimi anni, dall’altro quattro grandi schermi che trasmettono proiezioni in tempo reale di alcune aree del paese.

Kosovo
L’allestimento interattivo del Kosovo mette a disposizione dei computer invitando ad associare sei emozioni (felicità, tristezza, eccitazione, rabbia, libertà, intrappolamento) alle immagini di alcuni luoghi simbolo del paese.

Argentina
L’Argentina, accolta in un nuovo spazio dell’Arsenale, la sale d’Armi, svolge diligentemente il compito di presentare la propria cultura architettonica con un allestimento un po’ didascalico in cui emoziona l’inaspettata citazione dell’Eternauta, il fumetto di fantascienza di Héctor Oesterheld la cui trama anticipava la tragica realtà degli anni successivi.

Cipro
Il «Common Ground» di Cipro punta sulla sua risorsa principale, il turismo, esplorando nuovi modi e infrastrutture. Sette proposte, frutto di workshop con studenti, sono visualizzabili comodamente seduti su colorati sdrai in una spiaggetta artificiale allestita nell’Arsenale.

Estonia e Kuwait
Estonia e Kuwait pongono i visitatori di fronte al fallimento dei progetti. Il padiglione estone racconta la breve vita di uno spettacolare edificio, la Linnahall Concert Hall realizzata nel 1980 a Tallin. Il Kuwait riflette sulle contraddizioni di un paese caratterizzato da abbondanza di tempo, soldi, vita comunitaria, ma anche da un numero consistente di progetti non ultimati, inutilizzati, demoliti. All’assenza delle realizzazioni, riprodotte in un collage adagiato sul pavimento, fanno da contraltare le registrazioni di conversazioni emesse da 20 coppie di altoparlanti appesi al soffitto.

Italia
Con le sue 4 stagioni, il padiglione italiano propone una tesi molto chiara, forse più economica che architettonica e tutta da confermare: partire dalla lezione dell’industriale Adriano Olivetti per delineare un nuovo modello culturale a misura di paesaggio e persone, puntando sulla green economy.

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Last modified: 23 Settembre 2015