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Scritto da: Reviews

Con un tablet sulle ginocchia

Negli ultimi dieci – quindici anni abbiamo assistito a un notevole allargamento dell’offerta editoriale, che ha oltrepassato la cerchia storica delle riviste dedicate al progetto architettonico e al design. Il fenomeno dei magazine, oggi settimanalmente allegati ai grandi quotidiani, ci ha fatto comprendere che design e architettura sono diventati temi di interesse per una pubblicistica divulgativa e di intrattenimento. I servizi su edifici-icona, che racchiudono in sé le sorti di un luogo, sono sempre più numerosi e illustrati dagli stessi fotografi che lavorano per le testate disciplinari. L’architettura, o forse solo quella suadente e persuasiva, ha acquistato un diritto di cittadinanza dopo il servizio sulla moda o gli aggiornamenti sui nuovi prodotti di consumo. Questo è anche in buona parte dovuto all’assimilazione della figura del progettista a quella del divo. L’immancabile e onniscente «archistar». Non serve più chiedere a un esperto per capire cosa non va di una città, basta affidarsi a una figura ad alto contenuto mediatico. È il modello predominate nell’immaginario odierno. I problemi e le soluzioni sono sentenziati da un’elite di progettisti-personaggi, le cui risposte sono difficilmente scindibili dalle loro abitudini, gusti e modi di vivere. Curiosamente, ed è negativo, a questo fenomeno non corrisponde la presenza, sui grandi quotidiani nazionali italiani, di articoli ed elzeviri scritti da veri competenti, in grado di offrire una lettura critica, lucida e aggiornata, dell’architettura. Nei quotidiani il tema del progetto è sostanzialmente legato alla notizia spicciola e quindi all’episodicità. Questo porta con sé una sostanziale superficialità, con articoli di rendiconto di maniera dei grandi eventi (Biennale, Pritzker…) o ai temi di architetture-spettacolo (dal Guggenheim Bilbao in avanti). Poche sono le eccezioni di firme critiche che ormai possiamo contare sulle dita di una mano.  A fronte di queste dicotomie della carta stampata a larga diffusione, l’eccezionale rivoluzione informatica offre un panorama sempre più ampio, segmentato e internazionale. Al di là di una valutazione sulla profondità culturale dell’offerta on-line, è comunque evidente che il tempo reale della rete ha sostituito inesorabilmente la funzione informativa. Il web straccia qualsiasi velleità di tempestività della carta stampata, così come le ambizioni di essere un canale unico per conoscere realtà distanti geograficamente (ruolo che per decenni hanno ricoperto i corrispondenti delle riviste di architettura e design). Oggi con un computer o un tablet appoggiato sulle ginocchia, ovunque ci sia una connessione, si possono avere notizie in tempo reale da ogni contesto geografico e conoscere cosa viene prodotto e progettato dagli architetti e designer di tutto il mondo.Inoltre la rete è una piattaforma specchiante che ha in sé, moltiplicati all’infinito, tutti gli ambiti che le riviste tradizionalmente organizzavano nelle loro pagine. Oggi i siti dei progettisti sono monografie personali continuamente aggiornate, con repertori iconografici sempre più che completi e autoconclusi. La pagina web è diventata la prima tappa del progetto, così come forse è sempre stato dal taccuino all’atlante personale. Come Le Corbusier, per primo, moltissimi progettisti hanno amato e trovato necessario progettare i loro libri. Ma on-line troviamo tutti i siti delle istituzioni (musei, associazioni, archivi, cataloghi), dei fotografi, delle riviste, delle case editrici, delle librerie specializzate. E possiamo immergerci nei blog autoriali, nelle lettura di libri (google books), nelle gallerie di immagini, negli archivi di dati.Comunicare il progetto in questo scenario diventa arduo per la carta stampata delle nostre riviste. Forse la prima cosa per affrontare il problema è quello di mettere da parte la finitezza del perimetro editoriale, l’essere la rivista di fatto un contenitore, un aggregatore di informazioni più o meno finemente commentate a favore di una modalità collettiva di ragionamenti. Per vivire oggi, la rivista deve di certo essere multimodale e multicanale, ma soprattutto deve rappresentare un laboratorio collettivo, un luogo di studio e ricerca. Più che collezionare progetti e realizzazioni, deve sedimentare mese dopo mese (ma anche giorno dopo giorno) modalità di lettura, aggregati di riflessione. Questa necessità forse spezza le catene disciplinari, i cui territori e margini sono sempre più sovrapposti, della lettura lineare e sistematica. Riflettere richiede confronto, reale e letterario.Diventa utile porsi il problema di come potenziare la lettura, pratica che oggi può sembrare desueta, anche perché bisogna davvero capire che cosa possa essere oggi la lettura. Tutte le riviste di architettura e design hanno di fatto sempre tenuto nel debito conto piano testuale e piano visivo nella restituzione di un progetto. La lettura è già, da sempre, qualcosa che procede senza una peculiare linearità, favorendo una fruizione più asimmetrica dei contenuti. E oggi leggere è un continuum, dove il segno alfabetico è solo una delle componenti e dove le procedure di decodifica sono sempre più ibridate. I new media ne hanno ulteriormente accentuato il contenuto performativo ed immersivo. Che fare? Allora, forse, comunicare il progetto potrebbe essere davvero una bella sfida.
 

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Last modified: 10 Luglio 2015