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Scritto da: Progetti

Milano ritrova il Novecento al museo

È il sistema distributivo principale il segno progettuale che maggiormente colpisce al primo contatto con il Museo del Novecento. Una passeggiata in forma di percorso a spirale, ascesa mistica e profana verso l’arte: «Memoria giovanile», secondo Italo Rota, «dei Musei Vaticani resa qui estroversa». Un grande corpo scultoreo, inaspettata presenza intorno cui risale una rampa che nasce dal piano ipogeo (collegato alla metropolitana), occupa il volume della torre dell’Arengario e raccorda le biglietterie al piano terra con l’ingresso delle sale espositive, situato al primo piano, verso la manica lunga d’addizione fascista del complesso storico di Palazzo Reale, mai completata a causa della guerra.
A differenti quote s’incontrano le strutture di servizio (bookshop, caffetteria e ristorante, dagli ambienti decorati secondo stilemi novecentisti), parti integranti del sistema museale, ma volutamente indipendenti, e soprattutto le prime emozionanti presenze artistiche: i «Bagnanti» di De Chirico (che riemergono dalle azzurre pavimentazioni) e i lavoratori del «Quarto stato» di Pellizza da Volpedo che si materializzano da un oscuro recesso.
Una ricchezza di suggestioni allestitive, disegnate come successione dinamica di contrasti tra cavità ed estrusioni, contenute da una facciata vetrata curvilinea che occupa i portici della torre: agile trasparenza scandita da una trama di losanghe, di novecentesca memoria. «Un vaso decorato, nel solco della tradizione del design milanese, da Ponti a Branzi», che realizza le due intenzioni del progetto: «Attivare l’altro lato di piazza Duomo, “B-side” rispetto al richiamo della Galleria Vittorio Emanuele e sviluppare il principio del flâneur, che passeggia nella complessità di un secolo, il Novecento, confrontandosi con un disordine apparente; retto, invece, da un ordine nascosto e che per fare ciò intraprende un rapporto diretto, corporeo con l’arte».
Il tema del percorso è fondamentale per Rota e Paolo Fornasari, che hanno sviluppato il progetto ricucendo le differenti situazioni architettoniche con successioni di spazi tipologicamente variati, capaci di evocare sensazioni di «consapevole domesticità», senza mai prevaricare la presenza delle opere selezionate dalle Raccolte civiche milanesi. Lo si intuisce fin dalla prima sala, le Avanguardie internazionali, posta a lato dell’infilata della Galleria delle colonne (dove s’incontra il Futurismo) che, in un contrappunto tra i moderni setti espositivi realizzati in opera, senza giunti, oppure tappezzati con moderni tessuti dalle tinte morbide, e il coronamento decorato a stucco del soffitto a volta, arricchito da lampadari a sospensione, fa riflettere sulle potenzialità di un intelligente ripensamento della commistione tra tecniche espositive.
Questo museo è un vero progetto d’interni, dove lo snodarsi della trama espositiva sfrutta ogni spazio per instaurare coinvolgenti connessioni con l’intorno, anche nei passaggi che si affacciano sul secondo sistema distributivo, strettamente museale, posto nell’angusto cortile verso piazza Diaz. Qui è disegnata una nuova facciata in metallo e vetri opachi, punteggiata da minuti corpi a sbalzo che, internamente alle due maniche sovrapposte dell’ala novecentesca, rivelano piccole camere oscure, inediti sacelli dalle cui coperture vetrate si godono scorci urbani. Le vedute dell’intorno, infatti, sono un tratto caratterizzante il museo, dove le fughe visive verso l’esterno rendono intenzionalmente la città, humus culturale dell’arte esposta, opera allestita essa stessa. La connessione agli ambienti dell’ala medioevale si compie con un camminamento aereo, superato il quale s’incontrano gli Archivi del Novecento e la sequenza delle sale con le opere artistiche più recenti ricollocate anche nelle loro installazioni originarie, spesso sotto la guida degli autori stessi.
A questo piano, il percorso ritorna anche alla Torre, per guadagnare, con uno scenografico accesso in salita, la sezione dedicata a Lucio Fontana, atto di progettazione sensoriale dove due ambienti sovrapposti delineano un principio di allestimento ambientale, per un incontro con l’arte intensamente «corporeo», in un gioco di presenze sovrastanti, dal «Soffitto spaziale» che accoglie il visitatore, alla famosa «Struttura spaziale», ben visibile anche dall’esterno, nuvola luminosa materializzata sullo sfondo di piazza Duomo, di cui diviene idealmente «il nuovo lampadario».

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Last modified: 13 Luglio 2015