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Quando l’architettura era un mestiere

Egregio Presidente e cari Colleghi,
ho meditato a lungo se scrivere questa lettera, forse sperando inconsciamente che la situazione migliorasse col tempo.
In realtà non solo non è migliorata, ma peggiora sempre più.
La tanto dibattuta crisi della professione dell’architetto, che l’Ordine sta seguendo e a cui partecipa assiduamente con interventi appropriati in sedi istituzionali o mediante canali collaterali, è purtroppo aggravata sì dalla situazione economica che stiamo vivendo, ma soprattutto dal degrado culturale ed etico a cui stiamo assistendo ormai da tempo. È chiaro agli occhi di tutti, anche di noi «giovani», come fare questo mestiere stia diventando sempre più difficile, soprattutto se si vuole farlo in modo corretto e trasparente. Ho utilizzato volontariamente la parola «mestiere» e non «professione», perché per arginare questo svilimento inesorabile credo sia necessario recuperare il senso civico e morale che esisteva quando l’architettura era un mestiere e fare l’architetto era una missione sociale e culturale.
Ormai spesso agli occhi delle istituzioni e del committente l’architetto è una figura superflua che fa solo lievitare le spese senza portare il beneficio evidente del lavoro manuale di un tecnico specializzato o di un operaio. Le nuove leggi in materia di interventi privati di manutenzione ne sono la conferma (dl 40/2010 e dl 78/2010).
Questa mancanza di riconoscimento dall’alto, dalle istituzioni, purtroppo, parte dal di dentro, dalla categoria stessa. Ed è un’anomalia del nostro Paese, perché attraverso esperienze all’estero ho constatato che altrove esistono il rispetto e il riconoscimento della professionalità, sia da parte del committente che della società stessa, che si traducono in rapporti professionali tra colleghi e tra privati con compensi economici corrisposti spontaneamente e in maniera adeguata.
Come possiamo pretendere il rispetto di chi non conosce e non comprende a fondo il nostro lavoro, quando in primis sono gli stessi colleghi a non difendere il proprio operato e quello degli altri, quando si è persa la voglia e la capacità di trasmettere conoscenza ed esperienza ai più giovani ed è rimasta solo l’esigenza di sfruttare l’energia e il bisogno di mettersi in gioco dei più inesperti?
Un neolaureato, ma anche un architetto giovane con alcuni anni di esperienza già alle spalle, non viene considerato più una risorsa su cui investire, ma solo forza lavoro nuova per dare linfa a uno studio tecnico in cui, una volta acquisita più sicurezza, insieme a nuove esigenze e anche un po’ di frustrazione, viene sostituito, spesso con preavviso nullo, da un altro con meno pretese e meno consapevolezza.
Stiamo assistendo all’avanzare di un esercito di dipendenti con partita iva, finti liberi professionisti che in realtà sono impiegati, che lavorano dalle 8 alle 10 ore al giorno al computer, come disegnatori cad, che fatturano i soliti 800-1.000 euro al mese, che non hanno diritto a un giorno di malattia o di ferie, che non vedono riconosciuto il loro lavoro intellettuale, ma solo meccanico, che si pagano da soli contributi e tasse.
Ci sono annunci di lavoro, anche sul sito dell’Ordine, in cui si richiede la candidatura di architetti (a volte è indifferente se siano architetti, ingegneri o geometri !?) per stage gratuiti full time, anche di sei mesi, con pallide prospettive di una successiva regolarizzazione. In pratica, ci sono strutture che si mantengono su manovalanza gratuita ricambiata periodicamente, che non solo sviliscono il senso del lavoro, ma possono anche offrire sul mercato prestazioni professionali a prezzi stracciati, dato che le spese di collaborazione sono pressoché nulle. Ed in questo modo il cerchio si chiude, arrivando a coloro che cercano di lavorare come liberi professionisti, magari inizialmente con pochi mezzi, ma con la voglia di dare il meglio in quello che fanno. Spesso questi sono schiacciati tra l’economia che non gira, il che si traduce in ingenti anticipi di spese, incarichi sia pubblici che privati non pagati o pagati con molto ritardo, e la concorrenza sleale di colleghi, che lavorano al massimo ribasso e con tempi ridotti all’osso.
Sono certa di interpretare e dare voce al pensiero di tanti architetti, che come me vorrebbero cambiare le cose, ma sanno che da soli non si va da nessuna parte, e spero di attirare l’attenzione di quelli che non avevano ancora messo a fuoco il problema.
Mi auguro di sensibilizzare i giovani, ma anche i meno giovani, coloro che sono affamati di lavoro e di esperienza, affinché non sottostiano a proposte di collaborazione svilenti per la persona e per la professione e non diano l’indispensabile ricambio di forza lavoro per sostituire quelli che si ribellano e dicono no.
Finché ci saranno architetti disposti a tutto pur di lavorare, che non fanno valere i loro diritti e non danno il giusto peso e valore alle loro prestazioni professionali, e finché non saremo tutti uniti, sarà impossibile ricostruire e rivalutare il nostro lavoro e faremo così il gioco di quelli a cui la situazione fa comodo e non intendono perciò cambiarla.
Purtroppo la mancanza di lavoro è una condizione gravissima, per la persona e per la sua autostima, e sono ben consapevole della necessità impellente di guadagnare e di trovare una collocazione nel mondo sociale e professionale, ma se tutti incanalassimo le nostre energie nella stessa direzione, anche se con un po’ di sacrificio, credo che potremmo evitare l’emorragia di cervelli che fuggono all’estero e accelerare i tempi di cambiamento per ricominciare presto e meglio a fare quello per cui abbiamo tanto lottato: l’architetto.

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Last modified: 13 Luglio 2015