Dal piazzale che collega in quota i padiglioni 12 e 16 con le rampe di accesso guardo larco alpino di fronte a me: nelle giornate in cui la coltre di nubi minacciose si spacca allapprossimarsi dei rilievi e rivela i monti nella luce del sole, lo spettacolo è affascinante e ti sembra di essere su una terrazza costruita apposta. È questo, a mio parere, il luogo più seducente del complesso fieristico: in verità è solo una struttura funzionale dove passano merci e uomini, addetti ai lavori ma non il pubblico. Da questo punto ripenso a quel marzo del 2005 in cui, non senza molta fretta, veniva inaugurata la nuova Fiera, o meglio una parte di essa.
Era come una sorta di accampamento, un paio di padiglioni allestiti arroccati sul margine orientale e dietro i 520.000 mq di quello che sarebbe diventato il più grande polo espositivo europeo. Una cattedrale non nel deserto, ma stretta fra due autostrade e la ferrovia; vicina ma irraggiungibile. In seguito le infrastrutture sono arrivate in un tempo molto superiore a quello che è stato necessario per costruire il complesso; ma sono arrivate e questo, almeno nel nostro paese, non è poco. Il sospetto che ci prese allepoca riguardo allimpianto, uno sbilanciamento dellassetto funzionale a Est in contraddizione con il disegno urbano della Fiera, nettamente impostato Est-Ovest con un baricentro a Sud, è una chiara realtà oggi. Se guardiamo una pianta di Milano è significativo vedere come la nuova Fiera ricalchi per giacitura e dimensioni il Cimitero maggiore; semplicemente, la Fiera è spostata lungo il prolungamento dellasse del Sempione, la via storica di connessione con la Francia celebrata nel periodo napoleonico dallunico sistema di disegno urbano a grande scala che Milano abbia avuto: il doppio emiciclo che circonda il Castello e lantica Piazza darmi e che si apre con lArco della Pace allampia arteria che porta alle Alpi. Diversa è però limpostazione fra le due macrostrutture: il Cimitero ha un ingresso rivolto alla città. La Fiera, invece, vuole essere un asse fra città e territorio dove, però, lestremo significativo è uno solo, quello Est, ma allo stesso tempo il modello si contraddice ponendo il suo cuore nel baricentro e avendo il suo ingresso monumentale a Sud, da dove non entra nessuno, purtroppo. Limmagine ricorrente è, infatti, quella del popolo dei «pellegrini» che sbarca dalla metropolitana o dai treni a Est e che sincammina lungo il chilometro e mezzo del percorso, posto a sette metri dal suolo, per raggiungere lagognato padiglione. Nel cammino, sopra la testa dei nostri si svolge il nastro della grande vela, cifra autoriale del disegno architettonico di Massimiliano e Doriana Fuksas che miracolosi ingegneri di una sapiente azienda hanno reso possibile. Nessuno si ferma sotto la vela: la luce è troppa anche in inverno, non vi è possibilità alcuna di sedersi, se si tralasciano delle panchine metalliche in numero trascurabile e semi inaccessibili sulle terrazze laterali, ma soprattutto non vi è ragione alcuna di fermarsi in un luogo non confortevole. Tutto avviene, in realtà, sotto di noi. Ce ne accorgiamo guadagnando il piano terra, dove il percorso in quota funge da tetto e da riparo ricordandoci limportanza di una delle ragioni prime dellarchitettura, e dove ritroviamo la vita: qui si affacciano gli ingressi dei padiglioni, i caffè e i ristoranti; qualcuno ci vende un gelato e può essere piacevole prendere il caffè seduti a un tavolino. Da alcune vetrate inserite nei fronti di acciaio scintillante delle scatole dei padiglioni scorgiamo gli allestimenti interni e questa immagine, legata allinvenzione degli strani volumi su palafitte, sale ed edifici sospesi allinterno del disegno della vela, è una delle più felici che ci portiamo a casa. I padiglioni si rivelano funzionali nelle dimensioni, ma ancora una volta è la giacitura che è contraddittoria. Nelle strutture a due piani i collegamenti verticali sono sul fondo, scomodissimi e invisibili, tanto da imporre in tempi recenti la costruzione di nuovi ascensori più vicini allingresso. I blocchi dei padiglioni, soprattutto durante le grandi fiere, necessitano di un collegamento diretto che non obblighi il pubblico a dover ritornare sempre allasse centrale, ma fra i blocchi sono posti i parcheggi e sui fianchi delle strutture i servizi igienici, così che i collegamenti allestiti alla bisogna risultano sempre sgradevoli. Gli unici elementi inaspettati sono i «lucernari-vulcano», protuberanze in copertura che, se rendono riconoscibile da lontano gli scatoloni edilizi, portano però fastidiosa luce naturale sopra gli stand. Se saliamo al piano superiore dei padiglioni biplanari e ci spingiamo in uno degli angoli estremi, scopriamo che la vela è molto più bella vista dallalto, ma anche in questo caso i punti per vederla sono di fortuna: grandi vetrate terribilmente non funzionali poste in quella posizione più per esigenze compositive delle facciate che per convinzione. La porta Sud, il luogo contraddistinto dal «grande vulcano» a suo tempo battezzato «montagna Fuksas», come già detto non è luogo dingresso ma di rappresentazione. Set per non pochi spot pubblicitari, rimane nelle memorie grazie alla sera dellinaugurazione del primo Salone del Mobile nella nuova sede, quando fu il palcoscenico di uno straordinario spettacolo della Fura dels Baus. Le manifestazioni si susseguono, le infrastrutture sono oramai completate, il complesso regge bene gli assalti del pubblico grazie anche a una buona manutenzione: Milano ha una Fiera di livello internazionale pronta per un futuro che si spera migliore del passato recente e del presente. Rimane il dubbio se questa grande struttura non andasse un poco più pensata come un posto per fare fiere e un poco meno come un segno sul territorio, dove una grande vela forse non è bastata a nobilitare degli anonimi padiglioni.
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