[ ] È risaputo che curare una Biennale di architettura è un compito difficile: le aspettative sono elevate, il tempo di preparazione è in genere limitato e i soldi non sono molti (solo la mostra del 1980 di Paolo Portoghesi viene ricordata ancora oggi con emozione generale). Eppure Sejima ha saputo migliorare radicalmente questo evento rispetto alledizione del 2008 di Aaron Betsky, offrendo al pubblico una delle migliori Biennali degli ultimi anni. La sua mostra, che include artisti, cineasti e una lunga serie di giovani architetti e affermati professionisti, è studiata con impeccabile finezza e riesce con successo nel difficile intento di perseguire lottimismo, la bellezza e di avere, al tempo stesso, le idee molto chiare sui problemi ecologici ed economici. La tesi implicita della mostra- molto appropriata a unepoca in cui fondi per le nuove costruzioni scarseggiano – è che gli architetti dovrebbero trovare delle soluzioni per reinventare, ricostruire o vedere con occhi diversi gli edifici e le città già esistenti piuttosto che dare vita a nuove gigantesche icone o progettare fantasie al computer. Ma questo pensiero è presentato in modo delicato, quasi elegiaco, senza evidente cinismo né alcun cenno di disperazione.
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