LUniversità italiana sembra vivere la penultima puntata di una triste vicenda. Gli ultimi avvenimenti e la crisi del paese cancellano forse ogni residuo dubbio circa la volontà di condannarla o abbandonarla a un definitivo declino.
Dopo i cambiamenti coatti (non riforme) che da anni si succedono a ritmi parossistici, senza che mai si riesca a valutarne gli esiti, siamo arrivati allennesima svolta senza neppure attendere la più volte annunciata trasformazione della Nota 160 in decreto. Nulla che possa portare a unorganica riforma dellofferta didattica appena approvata e inserita, come richiesto, nella banca dati del Ministero. Piuttosto, siamo di fronte a un insieme di eventi, atti e condizioni che otterranno i «tagli» (di fondi, corsi e strutture) più volte invocati come unica misura per riformare un sistema che, si dice, incapace di autoriforma. Difficile allora non concordare con quanto scrive Carlo Olmo in queste stesse pagine, ormai rassegnati allimpotenza, in questa vicenda di cui certo portiamo alcune responsabilità, ma che i presunti rimedi derivanti dallincrocio di misure di diversa natura rischiano di peggiorare ulteriormente.
Le facoltà di Architettura non sono isole felici in questo mare in tempesta. Per la loro natura intimamente «progettuale», denunciano più di altre le sofferenze del momento ed esprimono una sconsolante incapacità (e impossibilità) di reagire agli eventi. Con lapplicazione del decreto 509 anchesse hanno subito trasformazioni non sempre ben meditate e calibrate, rispetto alle esigenze del paese e alle proprie «forze e competenze». Più di altre, però, hanno contenuto leccessiva proliferazione dei corsi di studio.
Faticosamente e non senza contraddizioni, quelle offerte didattiche sono state reimpostate con il decreto 270. Ciascuna facoltà ha quantomeno provato a ridisegnare i propri corsi di studio nel rispetto dei decreti darea e alla ricerca di uneffettiva corrispondenza tra i loro contenuti culturali, le risorse e competenze di cui disponeva e le esigenze della società. Sono così stati reimpostati i tradizionali corsi specifici delleducazione architettonica e sono stati proposti percorsi formativi innovativi, tesi a rispondere alle richieste di nuove figure professionali. Non possiamo però dimenticare le aspre polemiche che hanno segnato quella fase di riorganizzazione, dividendo le comunità accademiche tra sostenitori e denigratori delle nuove «architetture» (del tre, del cinque, del tre più o meno qualcosa), coinvolgendo nella contesa (superficialmente, sporadicamente e in modo inconcludente, purtroppo) gli ordini professionali e gli altri protagonisti della società e del mondo produttivo. Sono state polemiche spesso viziate da visioni del mondo e da posizioni (culturali o di altra natura) vagamente preconcette e mai portate a chiare conseguenze. Ne sono forse derivate troppe soluzioni di compromesso che, insieme alla conflittualità richiamata, non hanno certo aiutato il processo.
Gli eventi successivi, senza attendere il completamento dei nuovi corsi di studio, si sono infine incaricati di «risolvere» la situazione semplicemente «tagliando». La manovra economica, la pronuncia della Corte dei Conti sul sistema 3+2 e persino le legittime richieste dei ricercatori, unite a nuove polemiche e a mal celati desideri di rivalsa tutti interni alle nostre facoltà, costituiscono oggi una potente macchina da guerra contro listituzione tutta.
Assistiamo così al trionfo degli invocati tagli, a macchia di leopardo e dove capita, per effetto di condizioni locali imprevedibili (prepensionamenti, ricercatori che legittimamente non assumono incarichi didattici o mancate coperture di settori scientifico disciplinari). Nelle nostre facoltà rischiano così di sparire corsi di studio appena impostati che, pur con molte incertezze, nascevano (mi auguro!) da esigenze e programmi di natura culturale, disciplinare o tecnica e non dal mero desiderio di creare le condizioni per ottenere nuovi posti e cattedre (anche se, non neghiamolo, tutto ciò è accaduto).
Così, le facoltà che più dovrebbero vivere di progettualità ed esprimere chiare capacità di prefigurazione del mondo, sembrano condannate a vedere il proprio «contenuto» trasformato in mero «contenitore», formalmente in regola con qualche nuovo parametro o requisito, ma assai povero di possibilità e capacità di concorrere a disegnare il futuro fisico e sociale del paese.
Resta da capire quanto, per nostra stessa responsabilità, lArchitettura che «insegniamo» non si sia già trasformata in semplice «concept», docile nei confronti di ogni strumentalizzazione (anche esterna) e disponibile per ogni uso o abuso.
Stefano F. Musso
Preside della facoltà di Architettura di Genova
(Visited 53 times, 1 visits today)
Articoli recenti
- L’archiviaggio. Portogallo, case (e sogni) migranti 7 Agosto 2026
- Storie di città che sfidano se stesse 6 Agosto 2026
- Dove lavorano gli architetti oggi? Analisi del mercato in Italia 5 Agosto 2026
- Ritratti di città. Taranto, in Gioco c’è il futuro 4 Agosto 2026
- Boom data center: prime leggi, comunità divise 3 Agosto 2026
- L’integrazione dell’acqua nel workspace moderno: architettura, wellbeing e tecnologia 3 Agosto 2026
- Ritratti di città. Salerno, ritorno al futuro: meno Bilbao, più Montecarlo 1 Agosto 2026
- MoDusArchitects, progettare nella catastrofe 1 Agosto 2026
- SICIS, mosaici decorativi per gli spazi della nuova ospitalità 31 Luglio 2026
- Tbilisi perde le brocche 30 Luglio 2026
- Il ritorno dei centri storici 29 Luglio 2026
- La nuova identità turistica di Catania 29 Luglio 2026
- Fondazione Inarcassa, nuova governance: tuteliamo la professione aprendoci alla società 28 Luglio 2026
- Libri e abitare: suggerimenti per l’estate 28 Luglio 2026
Tag
abitare
alejandro aravena
allestimenti
anniversari
arte contemporanea
biennale venezia 2016
biennale venezia 2018
Chiese
cina
compatibilità ambientale
concorsi
congressi
coronavirus
Dalle Aziende
docomomo
fiere
francia
genova
germania
IN/ARCH
infrastrutture
INU
lettere al Giornale
libri
Milano
mostre
musei
paesaggio
parigi
patrimonio
Pianificazione
premi
reporting from the front
restauro
rigenerazione urbana
ritratti di città
Ri_visitati
roma
sicilia
spazio pubblico
territorio fragile
torino
triennale milano
università
venezia
Ultimi Video
[vimeo user ]28823276[/vimeo]
Articoli recenti
- L’archiviaggio. Portogallo, case (e sogni) migranti 7 Agosto 2026
- Storie di città che sfidano se stesse 6 Agosto 2026
- Dove lavorano gli architetti oggi? Analisi del mercato in Italia 5 Agosto 2026
- Ritratti di città. Taranto, in Gioco c’è il futuro 4 Agosto 2026
- Boom data center: prime leggi, comunità divise 3 Agosto 2026
- L’integrazione dell’acqua nel workspace moderno: architettura, wellbeing e tecnologia 3 Agosto 2026
- Ritratti di città. Salerno, ritorno al futuro: meno Bilbao, più Montecarlo 1 Agosto 2026
- MoDusArchitects, progettare nella catastrofe 1 Agosto 2026
- SICIS, mosaici decorativi per gli spazi della nuova ospitalità 31 Luglio 2026
- Tbilisi perde le brocche 30 Luglio 2026
- Il ritorno dei centri storici 29 Luglio 2026
- La nuova identità turistica di Catania 29 Luglio 2026
- Fondazione Inarcassa, nuova governance: tuteliamo la professione aprendoci alla società 28 Luglio 2026
- Libri e abitare: suggerimenti per l’estate 28 Luglio 2026
«Il Giornale dell’Architettura» è un marchio registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. all’associazione culturale The Architectural Post; ilgiornaledellarchitettura.com è un Domain Name registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. a The Architectural Post, editore della testata digitale, derivata e di proprietà di «Il Giornale dell’Architettura» fondato nell’anno 2002 dalla casa editrice Umberto Allemandi & C. S.p.A., oggi Società Editrice Allemandi a r.l.
CONTATTI SOCIAL:
© 2026 Giornale dell'Architettura •
© 2026 TheArchitecturalPost - Privacy - Informativa Cookies - Developed by Studioata




















