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Scritto da: Progetti

Città universitaria della conciliazione: il progetto come percorso condiviso

Una vicenda che nasce quasi per caso, per diventare – nel suo farsi – azione e strategia cosciente di più attori e istituzioni. Un Comitato per le Pari opportunità dell’Università di Torino che, a partire da un questionario distribuito nel 2001 tra ricercatrici e studentesse della nuova sede di Grugliasco, rende visibile la necessità di una struttura di conciliazione dei tempi lavorativi e familiari. Un bisogno che viene fatto proprio dall’amministrazione di Grugliasco e da altri enti, che nel corso del 2002-2003 sottoscrivono un Protocollo d’intesa e mettono a punto tre gruppi di lavoro sul tema. L’arrivo della I Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, che contribuisce a mettere a fuoco un’idea progettuale in linea col carattere innovativo dell’iniziativa. Un workshop nell’aprile 2004 con docenti e studenti di varie discipline, da cui nascono quattro prefigurazioni che nel 2005, a seguito di un Accordo di programma tra gli enti, diventeranno la base della richiesta di finanziamenti all’Unione europea. Un’azione di lobby che permette il conseguimento di ulteriori risorse economiche presso la Regione Piemonte, la Provincia di Torino e l’Università. L’avvio del progetto esecutivo – con l’apporto tecnico di Atc Projet.to e la regia del Dipartimento di Progettazione architettonica del Politecnico – tramite un puntuale lavoro «partecipato» che porta a dialogare tutti gli utilizzatori della struttura. Un’attenta azione tra il 2006 e il 2009 in fase di cantiere, al fine di presidiare la qualità dell’opera pubblica.
Un progetto (e processo), quindi, di «valore civile», spaesante nell’Italia di oggi. Un progetto che mostra la centralità del fare rete tra le istituzioni, e l’importanza di un’architettura capace di costruirsi concretamente in rapporto agli attori e alle condizioni al contorno. Un’attenzione al processo che però non vuole banalmente risolversi nel processo stesso, alla ricerca di un’autolegittimazione esterna al fare progettuale. Da questo punto di vista il progetto della Città della Conciliazione è anche un piccolo frammento di riflessione sulle mitologie della partecipazione, sui pregi e limiti del «pubblico», sull’impossibilità della qualità – malgrado le mille astuzie messe in campo – nei cantieri contemporanei di opere pubbliche. Ma è al contempo dimostrazione del potere della morfologia nell’ordinare esigenze, bisogni, aspettative talvolta contrastanti. Dietro al progetto fisico, poche mosse precise.
1. Un frammento di ordine tentato. Calato in un’area difficile, il progetto non si ripiega nell’introflessione ma accetta la scommessa della reinvenzione di una gerarchia dello spazio, della ricostruzione di un brano di città e di tessuto urbano.
2. La corte come principio insediativo. Cuore del progetto sono le corti verdi, su cui da nord, est e ovest si affacciano le strutture per l’infanzia.
3. Un interno che vuole essere «città». La definizione di «Città della conciliazione» non è solo uno slogan. All’interno il progetto si configura come una sorta di «città in miniatura» fatta di vie, piazze, luoghi di mediazione.
4. Sequenze, trasparenze, articolazioni. Questa idea di città si riverbera alla scala costruttiva in una serie di scelte puntuali: le stanze volumetricamente si rompono; si creano rientranze, allargamenti, punti di soglia; superfici vetrate permettono di traguardare lo sguardo attraverso le corti e i differenti ambienti. Un lavoro di creazione di luoghi costruito nel dialogo con i futuri utenti.
5. Una «grille polytechnique»? L’edificio si costruisce su un portale in acciaio e legno lamellare che si ripete lungo i due edifici, modificando però la propria campata e pendenza in rapporto alle esigenze degli ambienti sottostanti. Longitudinalmente la costruzione è esito di questa reiterazione e deformazione locale, mentre i bordi vengono ritagliati da un profilo a spezzate.
6. Il grande tetto. La Città della Conciliazione è un progetto in primo luogo di tetti. La copertura come tema fondamentale d’infrastrutturazione morfologica e di determinazione di un luogo, d’identità e accoglienza, lungo percorsi attraversati più volte dall’architettura piemontese del Novecento.

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Last modified: 17 Luglio 2015