Orléans, la Biennale delle solitudini

by • 21 Ottobre 2019 • Mosaico, Reviews912

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Report dalla seconda edizione della Biennale di Orlèans. Fino al 19 gennaio 2020 va in scena «Nos années de solitudine», a cura di Abdelkader Damani e Luca Galofaro. Il MAXXI tra i protagonisti

 

ORLEANS (FRANCIA). All’inaugurazione della seconda edizione, il cui titolo e spirito attinge alle fonti del capolavoro del grande scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez, siamo invitati a un breve tour della città in compagnia dei due curatori della Biennale, il direttore del Frac (Fonds régionaux d’art contemporain) Centre-Val de Loire Abdelkader Damani, e l’architetto italiano Luca Galofaro. Dal Pavillon des Turbulences del Frac sul sito delle sussistenze militari alla Cripta di Saint-Avit passando per via Giovanna d’Arco [nella foto di copertina; © Martin Argyroglo], la chiesa collegiata di Saint-Pierre, il teatro e la biblioteca multimediale, il tour si svolge in quattordici luoghi diversi. Se questa Biennale fa leva sulla reputazione delle collezioni, le quali testimoniano il rapporto tra arte e architettura che il Frac ha raccolto dal 1991, l’edizione 2019 segna un nuovo momento saliente che nutre la collezione con alcune commesse agli artisti. È così che la vista della crinolina del rifugio in polistirene espanso di Takk e Santiago Borja ricorda la sposa di Niki de Saint-Phalle.

«Con il desiderio di considerare la città come una fabbrica, la Biennale è un arcipelago in cui finzione e realtà s’intrecciano attraverso i paesaggi di solitudine proposti dai curatori invitati su ogni isola per evocare luoghi del mondo, dove l’architettura rimane una forma d’impegno e una “promessa” per le libertà», afferma Damani, invitandoci a scoprire una bellissima stanza offerta ai totem di André Bloc – di cui il Frac ha intrapreso il restauro – e alle opere di John Hejduk, Absalon o Chris Maker, tra gli altri, presentate come «un abbecedario aperto del concetto, in un misto di paura e desiderio al tempo stesso, di “solitudine”».

 

MAXXI spot

Affermandosi anche come una Biennale di raccolta, in questa manifestazione l’Italia è particolarmente al centro dell’attenzione attraverso un estratto delle collezioni del MAXXI, che riuniscono manufatti e documenti che testimoniano la complessità materiale e concettuale dell’architettura attraverso i processi che la modellano: dalla maturazione dell’idea alla sua realizzazione fisica, al suo utilizzo e inserimento in un contesto materiale e immateriale. Tra le opere di Costantino Dardi, Sergio Musmeci, Luigi Pellegrin, Franco Purini, Maurizio Sacripanti, Giuseppe Perugini, Laura Thermes, Beniamino Servino, Aldo Rossi e Zenaide Zanini, i nostri preferiti sono i disegni e il modello del “castello della Loira” di Servino, un’architettura senza sostanza e senza spessore che potrebbe portare alla creazione di un’opera in scala reale a Orléans. Se la raccolta del Frac Centre-Val de Loire viene spesso presentata come un viaggio attraverso un’utopia che potrebbe porre le basi teoriche di un pensiero, la raccolta del MAXXI racconta invece l’utopia concreta di ciò che è stato effettivamente costruito e pensato nell’Italia postbellica. Un’Italia che ha creduto nel suo futuro, dove l’architettura ha avuto un ruolo chiave nelle trasformazioni sociali, culturali e politiche del Paese.

 

Arquitetura Nova, Gunschel e anteprima Pouillon

Alla collegiata di Saint-Pierre, Sergio Ferro, pittore e architetto brasiliano, ospite d’onore della Biennale, ci ha portato in un altro mondo presentando la mostra “Sogni visti da vicino” che riflette l’impegno e la resistenza del gruppo brasiliano Arquitetura Nova di fronte alla dittatura brasiliana (1964-1985). Le risorse del vernacolare e dell’arte si confrontano qui con uno sguardo critico rivolto a Brasilia.

Al Pavillon des Turbulences sono invece riunite due figure singolari della seconda metà del XX secolo. La ricca collezione di disegni di Günter Gunschel, presentata in “Homo Faber, una storia”, intreccia strutture, ricerche e utopie con la poesia, mostrando come la natura influenzi l’architettura, mentre una lettura dell’opera algerina di Fernand Pouillon anticipa una mostra più ampia annunciata sull’architetto. «Questa prima mostra su Gunschel è rappresentativa della specificità del Frac che – caso piuttosto raro – è quello di raccogliere schizzi o sogni di architetti», aggiunge Damani. Quanto alla mostra dedicata a Pouillon, essa segna la prima fase del lavoro di ricerca condotto negli archivi Pouillon ad Algeri da Pierre Frey, storico dell’arte e docente presso il Politecnico di Losanna (EPFL), accompagnato da Bernard Gachet per il disegno e Daphne Bengoa per la fotografia.

Al Théâtre d’Orléans, “Dalla solitudine alla desolazione” traccia un’analisi del Messico attuale. Infine, alla biblioteca multimediale, gli studenti della scuola di architettura di Parigi-Belleville offrono due capitoli su Lina Bo Bardi.

Mentre in Francia la durata dei Fonds régionaux d’art contemporain è talvolta messa in discussione, questa biennale e l’esempio del Frac di Orléans testimoniano la vitalità di tali istituzioni.

Per info e programma completo: www.frac-centre.fr

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