I Diamanti della discordia

by • 23 Gennaio 2019 • Mosaico, Patrimonio, Progetti3157

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Ripercorriamo le fasi dell’infiammato dibattito che sta riguardando il progetto, esito di un concorso, bloccato per volontà ministeriale a Palazzo Diamanti di Ferrara, capolavoro di Biagio Rossetti (1492-1503). I pro e i contro della sua realizzazione

 

FERRARA. Il concorso di progettazione in 2 gradi lanciato dal Comune a febbraio 2017 aveva un programma di «ampliamento (della) Galleria d’Arte Moderna di Palazzo dei Diamanti» e prevedeva nella prima fase la «presentazione di un’idea progettuale» da esplicitare in una tavola UNI A0, con il vincolo delle linee guida redatte dalla Stazione appaltante. Il programma, nello specifico, prevedeva la realizzazione di superfici di nuova costruzione (atte ad ospitare le mostre temporanee che si stanno susseguendo con buon successo presso il Palazzo), ma anche il restauro del piano terra, sede del Museo del Risorgimento, che pertanto si prevedeva di dislocare altrove; inoltre, le aree esterne e i cortili esistenti. Tema principale del concorso è «la progettazione di un nuovo corpo di collegamento climatizzato [n.d.a.: tra le due ali del percorso espositivo della GAM attualmente non contigue] che oltre a “collegare” dovrà anche “mostrare” in modo flessibile e polifunzionale».

La commissione giudicatrice era formata (ad onor del vero, la composizione è stata formalizzata dopo la consegna della 1° fase, impossibile quindi escludere del tutto conflitti d’interesse dei partecipanti) da: dott.ssa Maria Luisa Pacelli (dirigente del Servizio Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune) quale presidente; arch. Giorgio Cozzolino (soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini) e arch. Alfonso Femia (progettista di chiara fama), entrambi come commissari esperti. Costo della costruzione stimato in euro 2.615.000 complessivi (al netto dell’IVA). Parcella prevista per i progettisti (con sconto del 30% applicato alla fonte) di euro 311.202,75.

A rispondere alla prima fase, studi prevalentemente italiani e residualmente europei, di piccole-medie dimensioni: tra gli italiani, Studio Albini, MAP Studio, Mario Cucinella Architects, Studio Valle Progettazioni; tra gli europei, de Sousa Byrne, Miralles Tagliabue, Økaw Arkitekter, NIO Architecten.

Alla seconda fase vengono ammessi 10 studi: eliminazioni eccellenti, in quanto tutti i “big” citati in precedenza soccombono. Al vincitore andavano le progettazioni di fattibilità tecnico-economica, definitiva ed esecutiva, la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza. Al 2° e al 3° classificato un premio in danaro: rispettivamente 3.000 e 2000 euro.

Il progetto vincitore, del raggruppamento temporaneo costituito da 3TI Progetti Italia – Ingegneria Integrata S.p.A., Labics s.r.l. e arch. Elisabetta Fabbri, Vitruvio s.r.l., propone un padiglione “trasparente”, peraltro non addossato alle preesistenze, di grande semplicità (quasi eccessiva, a dire il vero). Il progetto richiama –in modo anche palese, con l’apposizione della statua Der Morgen di George Kolbe nei rendering- i celeberrimi padiglioni di Mies van der Rohe alle Esposizioni internazionali di Barcellona (1929) e Berlino. Interposto al corpo di fabbrica, una sorta di prolungamento del cortile rinascimentale, con vasche d’acqua che rispecchiano gli elementi circostanti.

La procedura si conclude 5 mesi dal lancio della gara (indice di una buona organizzazione generale dell’iter). A distanza di 18 mesi dall’aggiudicazione e a quasi 8 dall’insediamento del nuovo governo, Vittorio ed Elisabetta Sgarbi lanciano una petizione su change.org per fermare il progetto (hanno firmato ad oggi circa 36.200 persone). Con un articolo su Il Giornale dell’Arte  Sgarbi precisa la sua posizione, riassumibile nella seguente asserzione: «I monumenti (sono) testimonianze definite e intoccabili, come quelle della letteratura, della pittura, della scultura». In risalto anche lo stato di abbandono di palazzo Prosperi Sacrati, al di là della strada. A voler riassumere ulteriormente, ecco le due fazioni:

Pro

Oltre ai vincitori del concorso, che a loro volta hanno lanciato una petizione (poco meno di 10.000 ad oggi le firme), la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara, il CNAPPC, la Federazione Architetti Regione Emilia Romagna, gli Ordini degli Architetti PPC di Ferrara, di Parma e di Roma, il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, il critico d’architettura Luigi Prestinenza Puglisi, l’In/Arch, i siti artribune.com (con un’ampia ed esaustiva serie di contenuti e commenti) ed estense.com, il movimento Amate l’Architettura.

Contro

Oltre agli Sgarbi, un nutrito gruppo di architetti e personalità della cultura (tra i primi segnaliamo: Mario Bellini, Mario Botta, Pier Luigi Cerri, Pierluigi Cervellati, Paolo Portoghesi), Italia Nostra sez. Ferrara e nazionale, il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Alberto Bonisoli, che di fatto ha bloccato l’avvio dei lavori previsto per giugno 2019 e creato un precedente per situazioni analoghe.

Anche a voler passare oltre alcuni “dettagli” (quali ad esempio, la tempistica dell’operazione: c’è chi sostiene che il tutto sia nato dalla possibile candidatura di Sgarbi a prossimo sindaco della città estense o che la querelle sia una forma di ripicca nei confronti dell’amministrazione comunale per una mostra non prolungata, circostanza quest’ultima smentita lunedì da Sgarbi), quel che resta -e temiamo resterà anche in futuro- è la pericolosa messa in discussione del concorso di architettura, che faticosamente sta cercando una sua centralità nel processo di cambiamento delle nostre città.

Resta anche il sentore di stantio per una polemica che è fondamentalmente di retroguardia. L’architettura differisce dalla pittura e dalla letteratura: per forza di cose è una stratificazione di segni. Nel caso specifico, stiamo parlando di un rispettoso accostamento di un volume minimale e minimo a un retro non finito che, seppur legato a un sommo capolavoro rinascimentale, oggi si presenta con un collegamento posticcio tra le ali, nelle condizioni ritratte dalla foto di copertina. Non capirlo significa inoltre – per parlare il linguaggio del critico d’arte Sgarbi – rendere inammissibili le arti contemporanee in toto, basate spesso sul frammento, la citazione e la reinterpretazione del passato.

Difficilmente un concorso di progettazione, in tempi recenti, è stato più divisivo ed ha creato più scontento di questo. A seguire, i prossimi capitoli della narrazione (scenario probabile: ricorsi e contro-ricorsi giudiziari; altro scenario possibile: una manifestazione degli architetti a Roma sotto la sede del MiBAC).

Immagine principale: l’attuale retro di Palazzo dei Diamanti (fonte: artribune.com/progettazione/architettura/2019/01/la-controreplica-di-luigi-prestinenza-puglisi-a-vittorio-sgarbi-su-palazzo-dei-diamanti/)

 

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3 Responses to I Diamanti della discordia

  1. […] direttore, ci sentiamo in obbligo d’intervenire nel dibattito scaturito negli ultimi mesi sul concorso per il restauro e la riqualificazione di palazzo …. Gli argomenti sono molteplici: dal tema più generale dei concorsi in Italia, fino al caso […]

  2. […] è paradigmatico di questo approccio, soprattutto se comparato alle polemiche riguardanti il Palazzo dei Diamanti a Ferrara e in generale al rapporto tra edifici storici e ampliamenti […]

  3. […] Malafede. Il linguaggio degli edifici vive di un sobrio ed elegante classicismo che rimanda alla contestata proposta per l’ampliamento del Palazzo dei Diamanti a Ferrara degli stessi Labics e alle opere berlinesi di David Chipperfield e Max Dudler. © Studio Labics, […]