A Palazzo Giustiniani una rete di docenti universitari presenta la Carta di Parma, manifesto di principi e di valori: cura e collettività al centro di una riflessione ampia. Le istituzioni ascoltano
ROMA. Metti un martedì mattina al Senato della Repubblica. Oggetto l’architettura. E già è una notizia.
Ancora di più se in una delle sedi istituzionali più prestigiose del nostro paese (dove c’è anche l’ufficio G124, quello del senatore Renzo Piano) siedono insieme i rappresentanti dell’Accademia con istituzioni, sistema ordinistico, forze economiche e sociali. L’occasione è la presentazione, più che celebrazione, di un documento redatto e firmato da decine di docenti universitari delle Scuole di architettura italiane. Ma l’operazione è sicuramente più stuzzicante perché porta questa speculazione sul piano del dibattito politico. A celebrare gli onori di casa infatti Mario Occhiuto, architetto di formazione, senatore di maggioranza, già sindaco di Cosenza, firmatario di una delle due proposte di legge sull’architettura in discussione parlamentare.
Il senso di un manifesto
“Ogni manifesto muove da un disagio. Noi rispondiamo con un’idea di architettura”. La sintesi è di Renato Capozzi, professore di progettazione a Napoli, uno dei primi firmatari del documento, che prende il nome da Parma. Perché a Parma vive e lavora Dario Costi (qui la nostra intervista proprio su questi temi), il tessitore delle relazioni che hanno permesso di raggiungere questa formulazione corale, collettiva e condivisa, non scontata. “Un lavoro lungo tre anni fatto di incontri, discussioni e dibattiti. Abbiamo percorso le università italiane, parlando di come l’architettura debba tornare al centro dell’azione civile. Assumendo ruoli e responsabilità, diventando fattore della cura di città e territori”.
“Un che manifesto mette insieme istituzioni e comunità – dice nell’introduzione Pasquale Miano, presidente di ProArch, la Società Scientifica dei Docenti di Progettazione Architettonica, che patrocina l’iniziativa – e che deve significare un’inversione di tendenza”. Di centralità nel dibattito parla anche Maria Clara Ghia, storica della Sapienza di Roma: “Per essere ascoltati serve ricomporre mondi che hanno parlato con linguaggi differenti. Qui cerchiamo di farlo”.
Numeri, e pochi nomi
Tre anni di impegno, dice Costi, attraverso incontri in 8 città e in 23 diversi Atenei, sfociati nella sottoscrizione del documento, a settembre 2025. Un testo agile, poco più di mille parole, con 7 paragrafi, altrettanti concetti su cui fissare l’attenzione. Forse inevitabili: vita, cura, teoria, storia, città, politica, ambiente. Costruiscono una geografia di azione, civile, dell’architettura italiana. “Sopravvissuta alla disgregazione, è ricca e plurale. E ancora oggi ha una sua identità precisa e riconoscibile”, precisa Luca Lanini, Università di Pisa.
Circa cento i docenti che hanno sottoscritto la Carta. L’obiettivo è che sia strumento di ulteriore confronto, proseguendo un viaggio che, spiegano tutti durante la presentazione, dal Senato parte, non certo si conclude. Il testo declina una dimensione contemporanea, soprattutto rispetto al tema ambiente, solidamente ancorata all’orgoglio della storia e della teoria italiana. Non ci sono citazioni, pochi – per comprensibile scelta – i riferimenti culturali: nel pantheon della Carta di Parma ci sono 4 pilastri (Vitruvio, Alberti, Vignola e Palladio), un solo architetto del Novecento (Ernesto Nathan Rogers) in dialogo con Enzo Paci.
Parola più citata, anche nella presentazione, cura: “L’attitudine alla cura – da sempre una costante negli studi di architettura italiani – deve essere affermata e sostenuta nel confronto con la complessità della condizione contemporanea in cui tendono a prevalere prassi standardizzate e saperi specialistici che rischiano di mettere in ombra la costruzione dell’architettura come risposta puntuale ai bisogni della città intesa come fatto collettivo”.
E adesso?
Con una formula anche in questo caso non scontata, la presentazione istituzionale della Carta di Parma è stata accompagnata da un ampio momento di confronto. Al netto degli inevitabili inviti a fare di questo documento un elemento flessibile di dibattito e di consapevolezza, è stata l’occasione anche per posizioni più critiche. Come quelle di In/Arch, attraverso le parole di Beatrice Fumarola, la coordinatrice nazionale: “L’architettura italiana non sta benissimo, dobbiamo dircelo. Siamo bravissimi come sistema a promuovere il cibo italiano e in generale tutto il Made in Italy. Ma non lo facciamo adeguatamente con le discipline del progetto, che non valorizziamo. Servono concorsi? Certo, ma non di idee, servono concorsi di progettazione”.
In prima fila, attento, Mario Occhiuto ascolta, esprime apprezzamento per questo “apporto dell’Accademia che va oltre l’Accademia” ed esprime due concetti nodali. Il primo riguarda la bulimia di proposte di legge sui temi architettonici: “Un’invasione negli ultimi anni, e non tutte pertinenti”. Il secondo riguarda il tentativo di unire la sua proposta di legge con quella del senatore Nicola Irto. Per arrivare all’approvazione, dice. La legislatura è però agli sgoccioli, il rischio che resti poco in mano di tutto questo dibattito è concreto.
Intanto, dal PNRR al Piano Casa, si fa architettura (o perlomeno ci si prova) soprattutto con la logica delle deleghe. Tempi lunghi e tempi stringenti. Per governare questa tensione oggi c’è forse una carta (di Parma) da giocare.
Immagine di copertina: presentazione della Carta di Parma, Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani presso il Senato della Repubblica, Roma, 19 maggio 2026
Carta di Parma
Un manifesto collettivo per l’architettura italiana oggi -Nella consapevolezza che le dinamiche di trasformazione della società attuale sono mosse da forze dominanti che segnano un tempo difficile di disgregazione e sofferenza dei sistemi urbani, appare necessario offrire un contributo critico sui caratteri distintivi dell’architettura italiana, sulla sua attualità e sul suo potenziale da proiettare sulle tematiche e sulle contraddizioni della contemporaneità.
A Parma, al termine di un processo di confronto durato due anni, docenti e ricercatori delle sedi di numerose scuole di architettura italiane hanno discusso un documento collettivo e hanno impostato un manifesto basato su alcuni principi comuni come riaffermazione dei caratteri specifici dell’architettura italiana e della loro assoluta attualità.
La Carta di Parma è così un’affermazione collettiva di consapevolezza e, al contempo, una proposta di lavoro, articolata per parole chiave: Vita, Cura, Teoria, Storia, Città, Politica, Ambiente.
VITA – L’architettura italiana, per le particolari condizioni geografiche, sociali e culturali del Paese, ha sedimentato nel tempo un’attitudine storica a dare forma allo spazio intorno alle persone. Tale capacità ha favorito il formarsi delle relazioni, costruendo i luoghi identitari delle città, stimolando la costituzione di piccole e grandi comunità, lavorando alle varie scale, da quella del paesaggio fino a quella dello spazio domestico. In relazione alla radicale trasformazione della società, l’architettura italiana è in grado di rispondere alle mutate esigenze della società, sapendone interpretare le aspirazioni e i desideri, sia sul piano collettivo che su quello individuale. Con questa rinnovata attenzione il ruolo dell’architetto come intellettuale critico si differenzia profondamente da quello di fornitore di merce, disponendosi con un atteggiamento di ascolto delle problematiche presenti sul campo e con una chiara assunzione di responsabilità sugli effetti del proprio agire.
CURA – In Italia, l’attenzione ai luoghi e alle persone, implicita nella modalità laboratoriale del lavoro svolto dall’architettura, ha sempre avuto come positiva conseguenza una significativa operatività alle diverse scale e in ambiti storici iper-stratificati. Questo decisivo atteggiamento di cura, elemento peculiare dell’architettura italiana, deve essere recuperato e messo in valore per esercitare quelle abilità progettuali capaci di cogliere la dimensione specifica dei vari contesti: ciò, per poter dialogare con le sfide della contemporaneità, offrendo risposte su misura e opponendosi alle preoccupanti dinamiche in atto: l’omologazione globale dei linguaggi, la riduzione di senso legata alle procedure, la sempre più diffusa indifferenza ai luoghi, il prevalere di logiche unicamente speculative. L’attitudine alla cura – da sempre una costante negli studi di architettura italiani – deve essere affermata e sostenuta nel confronto con la complessità della condizione contemporanea in cui tendono a prevalere prassi standardizzate e saperi specialistici che rischiano di mettere in ombra la costruzione dell’architettura come risposta puntuale ai bisogni della città intesa come fatto collettivo.
TEORIA – L’architettura italiana si caratterizza per il legame costitutivo tra teoria e costruzione, presente nella lunga tradizione dei trattati, da Vitruvio ad Alberti, da Vignola a Palladio. Tale relazione tra fabrica e ratiocinatio ha avuto una particolare interpretazione e conferma, nel secolo scorso, nel legame stabilito tra architettura e filosofia, reso evidente nel dialogo fra Ernesto Nathan Rogers ed Enzo Paci grazie al quale l’architettura italiana ha avuto, per alcuni decenni nel secondo dopoguerra, un ruolo di primissimo piano nel panorama internazionale. La riaffermazione della dialettica tra pensiero e progetto – interrogandosi sulle cause di alcuni fenomeni e sulle loro possibili soluzioni – può consentire di riattivare quel peculiare atteggiamento intellettuale dialettico capace di dare maggiore profondità al significato delle opere e di stimolare un atteggiamento critico originale dell’architettura, attirando sull’Italia una nuova attenzione nel dibattito internazionale.
STORIA – La storia è sempre stata il campo privilegiato della riflessione teorica dell’architettura italiana e, nei casi migliori, ha dato densità e profondità di significati al lavoro dell’architetto. Oggi la storia dell’architettura, non solo quella contemporanea, rimane una sponda dialettica preziosa per la progettazione architettonica, capace di stimolarne un orientamento e di collegare le varie esperienze tra loro in un inquadramento di senso complessivo. Confermare e potenziare la relazione tra dimensione storica e dimensione progettuale – vero e proprio carattere istituente dell’architettura italiana – ribadisce la necessità del dialogo permanente tra analisi e intervento, facendone l’esito di un costante confronto, e ancora di più, di un’effettiva convergenza di senso tra tali due prospettive, in cui la progettazione si configura come disciplina storica e la storia come progetto.
CITTÀ – L’architettura del nostro Paese ha storicamente trovato nella città il suo terreno di elezione, il campo di applicazione principale e il suo riferimento costitutivo. Il progetto di architettura ha sempre dialogato con la città, confrontandosi con la struttura urbana complessiva, svelandone nuovi significati, delineandone sviluppi e proponendo scenari. Non per caso il concetto di architettura civile si identifica con la cultura architettonica italiana a partire dalla fine del Settecento, dando forza e consapevolezza ad un approccio basato sui concetti di bene comune e di responsabilità sociale. Da questa centralità storica data al valore collettivo deriva una dimensione etica dell’architettura italiana da riaffermare come fattore centrale anche nel contesto contemporaneo. Nella stagione del consumo zero di suolo e di fronte all’affermarsi silenzioso della quarta rivoluzione industriale, il progetto urbano deve tornare ad assumersi questa responsabilità e così riguadagnare un ruolo significativo nelle dinamiche di trasformazione dell’insediamento, integrando le nuove tecnologie abilitanti nel disegno delle città, accompagnando la pianificazione, riordinando nel concreto i territori urbanizzati, attivando processi rigenerativi virtuosi.
POLITICA – L’architettura italiana, nella sua dimensione civile, ha sempre svolto anche un’azione politica, assumendo un ruolo sul piano culturale e prendendo parte al dibattito sul destino delle città e sulla prospettiva di sviluppo del Paese. Questa azione intellettuale si è sviluppata sul piano operativo nei contributi che gli interventi architettonici hanno portato alla trasformazione della città e nelle proposte capaci di stimolare scelte consapevoli nella Pubblica Amministrazione. Oggi il progetto urbano e gli esiti della ricerca applicata devono tornare ad essere occasioni fondamentali di conoscenza e strumento di indagine delle potenzialità dei luoghi, offrendo quelle prefigurazioni indispensabili a comprendere e condividere gli scenari delle trasformazioni possibili. Di fronte alla diffusa banalizzazione delle pratiche di partecipazione, i progetti architettonici sviluppati con questa intenzione costituiscono un’occasione di vero confronto democratico, attraverso processi di coinvolgimento dei soggetti concretamente implicati e interessati dalle trasformazioni.
AMBIENTE – Nella storia delle città e della geografia italiana il rapporto tra architettura e ambiente si presenta come un continuo dialogo che ha saputo costruire paesaggi straordinari vissuti pienamente dalle comunità. In molti contesti il progetto ha saputo interpretare le specificità dei luoghi generando nel tempo sistemi insediativi aderenti alla morfologia naturale e integrati con le strutture preesistenti. Di fronte al cambiamento climatico e alle necessarie azioni di intervento per limitarne gli effetti, il progetto urbano deve rafforzare nelle città la presenza delle forme della natura con evidenti effetti benefici per la popolazione. L’architettura è chiamata ad interpretare gli interventi di rinaturalizzazione non solo come risposta alle nuove condizioni di emergenza ma anche come opportunità per riproporre, in modo consapevole e sociale, l’importanza del ruolo dello spazio pubblico come condizione fondamentale per l’abitare comune.
Parma, 25 Settembre 2025
Firmatari: Dario Costi, Renato Capozzi, Luca Lanini, Andrea Sciascia; Antonello Alici, Micaela Antonucci, Silvia Berselli, Marco Biraghi, Gaia Caramellino, Maria Clara Ghia, Giovanni Leoni, Giovanni Menna, Silvia Micheli, Luka Skansi; Matteo Agnoletto, Ottavio Amaro, Francesco Cacciatore, Fabio Capanni, Francesco Costanzo, Francesco Defilippis, Massimo Ferrari, Fabrizio Foti, Filippo Lambertucci, Gabriele Lelli, Roberta Lucente, Lina Malfona, Simona Melli, Francesco Menegatti, Gianluigi Mondaini, Tomaso Monestiroli, Edoardo Narne, Dina Nencini, Riccardo Palma, Giorgio Peghin, Pisana Posocco, Vittorio Pizzigoni, Manuela Raitano, Carlo Ravagnati, Antonello Russo, Giuseppina Scavuzzo, Claudia Tinazzi, Marina Tornatora,, Federica Visconti; Armando Antista, Giulio Basili, Iacopo Benincampi, Adriana Bernieri, Thomas Bisiani, Matteo Cassani Simonetti, Benedetta Castagna, Lorenzo Ciccarelli, Ilaria Cattabriga, Tiziano De Venuto, Federica Deo, Angela Fiorelli, Elena Ghiacci, Fabio Guarrera, Pilar Guerrieri, Antonio Labalestra, Ramona Loffredo, Ludovica Marconi, Lorenzo Mingardi, Vincenzo Moschetti, Gaia Nuccio, Francesco Paci, Alessandro Perego, Amra Salihbegović, Claudia Sansò, Francesca Schepis, Valerio Tolve; Claudia Angarano, Stefanos Antoniadis, Simone Barbi, Giovanni Bellucci, Roberto Bosi, Gianluca Buoncore, Giorgia Carpi, Cristina Casadei, Rocco Cellini, Francesco Chiacchiera, Andrea Crudeli, Annalucia D’Erchia, Mariacristina D’Oria, Gaetano De Francesco, Federico Desideri, Martina Di Prisco, Andrea Fanfoni, Marco Felicioni, Paolo Fortini, Alberto Grassetti, Paola Limoncin, Rachele Lomurno, Luigi Savio Margagliotta, Marco Munafò, Gaspare Oliva, Emanuele Ortolan, Luisa Parisi, Angelica Pellegrino, Michele Pellino, Leo Piraccini, Valentina Radi, Alessandra Rampazzo, Valentina Rodani, Giuseppe Tupputi




















