Complesso del radiotelescopio ROT-54, Armenia, 2026 (@Riccardo Giana)
Dall’eredità (pesante) del modernismo sovietico alle infrastrutture abbandonate che attirano il turismo urbex. Città, monasteri, confini, campi agricoli offrono prospettive e forme inedite
EREVAN (Armenia). Atterriamo a Erevan (qui il nostro Ritratto di Città) poco dopo l’una di notte, a bordo di uno degli ultimi voli della giornata. L’aeroporto di Zvartnots ci accoglie nel suo nuovo terminal, un’architettura di vetro e acciaio inaugurata nel 2011 su progetto degli argentini Lucas Monsalvo, Karina Luna e Marcelo Minoliti.
Echi dal passato
Potremmo trovarci nell’aeroporto di una qualsiasi città del mondo, se non fosse per la sagoma del vecchio terminal sovietico che si intravede dalla pista: una monumentale struttura circolare progettata negli anni Settanta da Arthur Tarkhanyan e ad oggi tra le più singolari espressioni del modernismo armeno. Da tempo inutilizzato e oramai declassato a parcheggio di aeromobili in pensione, l’edificio è oggetto di una controversia che oppone le esigenze di ampliamento dello scalo alle richieste di conservazione avanzate da architetti e associazioni per la tutela del patrimonio.
Il suo destino è tornato al centro del dibattito nell’agosto 2026: riconosciuto monumento nazionale soltanto un anno prima, il terminal ha rischiato di perdere la tutela a seguito di una proposta governativa legata all’ampliamento dello scalo. Le proteste di Docomomo Armenia hanno riaperto la discussione sul futuro dell’edificio, mentre la società concessionaria prepara un piano di investimenti da 425 milioni di dollari.
Sebbene le autorità abbiano assicurato il mantenimento della tutela, resta ancora incerto il destino per un’architettura che, dopo aver rappresentato la modernità sovietica, rischia di essere sacrificata a quella contemporanea.
Mi risveglio in un edificio rosso, organizzato attorno a una corte, dal quale si intravede lo Stadio Repubblicano Vazgen Sargsyan (1935). Un tassista mi accompagna verso il centro, dove partirà il mio primo itinerario nel Kotayk, lungo la valle dell’Azat, in direzione di Garni e del monastero rupestre di Geghard.
È un uomo cordiale; sebbene parli un inglese incerto, non rinuncia alla conversazione. Mi mostra un documento d’identità bulgaro: avere la cittadinanza europea, mi spiega, è importante, “perché gli europei sono amici dell’Armenia”. Durante la settimana lavora come funzionario al Ministero dell’Amministrazione territoriale e delle Infrastrutture; nei weekend, racconta, si diverte a fare il tassista. Attraversando il centro, mi indica l’edificio in cui lavora, affacciato su Piazza della Repubblica, dove si concentrano alcune delle principali istituzioni del paese.
Dal finestrino del sedile posteriore osservo la Erevan mattutina e i frammenti urbani che la compongono: alle strade regolari si alternano vicoli, cortili e costruzioni minute, talvolta nascoste dietro i fronti più ordinati degli isolati. Edifici di epoche e dimensioni differenti si accostano senza troppi riguardi, mentre aggiunte, sopraelevazioni e recinzioni sembrano seguire una logica più domestica che urbanistica. Ad un primo sguardo parrebbe essere una città costruita al di fuori – o al di sopra – dei propri piani urbanistici.
Eppure, gran parte della Erevan contemporanea nasce dal progetto per la nuova capitale dell’Armenia Sovietica del 1924, firmato Aleksandr Tamanian, che immagina un sistema geometrico di assi, anelli e piazze monumentali capace di conferire un ordine unitario a una città fino ad allora rimasta assai più modesta. Avvicinandoci a Piazza della Repubblica, il disegno di Tamanian comincia a prevalere: le strade si allargano e gli edifici acquistano una scala monumentale. Basta guardare nelle traverse minori affinché quell’ordine si interrompa, lasciando riaffiorare una città più minuta, stratificata, talvolta spontanea. Alla monumentalità di pochi spazi centrali ed all’idea di una capitale progettata per rappresentare una nazione, si contrappone una città continuamente riscritta da chi la abita.
All’orizzonte, il monte Ararat
Lasciata Erevan, la città si dirada cedendo il posto a un paesaggio arido, inciso da profonde gole e rilievi vulcanici. Nonostante l’umida foschia tardo-agostana, all’orizzonte si intravede, imbiancato e severo, il monte Ararat. Biblicamente porto sicuro dell’arca di Noè e divenuto nei millenni simbolo identitario armeno, si trova oggi in territorio turco per effetto della ridefinizione dei confini seguita alla Prima guerra mondiale e alla dissoluzione dell’Impero russo.
La strada segue la valle dell’Azat fino a Garni. Qui, un promontorio naturalmente difeso dalle gole del fiume, ospitava un antico complesso fortificato dei sovrani armeni. Al suo interno, 24 colonne ioniche, un alto podio e un frontone triangolare compongono un tempio di evidente ascendenza ellenistica, costruito in basalto e tradizionalmente datato al I secolo d.C., durante il regno di Tiridate I. Associato al culto della divinità solare Mihr, l’edificio costituisce una singolare testimonianza dell’Armenia precristiana e dei suoi rapporti con il mondo greco-romano.
Nel complesso archeologico di Garni è in corso anche un intervento italiano: l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, nell’ambito di un progetto di cooperazione avviato nel 2025, si occupa della conservazione del mosaico pavimentale delle terme romane del III secolo. Le indagini sui materiali e sulle condizioni di degrado precedono un intervento che comprende anche il consolidamento delle strutture e la formazione di restauratori locali.
Raggiungiamo Geghard. Fra le pareti rocciose della valle, sorge un complesso monastico le cui origini risalgono al IV secolo, quando il luogo, già venerato per la presenza di una sorgente sacra, divenne sede di una comunità cristiana. Le strutture attuali, prevalentemente duecentesche, alternano edifici in pietra a chiese, cappelle e sepolture scavate nella montagna. Il nome Geghard, lancia, richiama la reliquia che, secondo la tradizione, trafisse il costato di Cristo e che fu custodita per secoli nel monastero.
Oltre il gavit – il tradizionale vestibolo armeno – si susseguono ambienti nei quali colonne, volte e pareti prendono forma per sottrazione di materia alla montagna, mentre la luce filtra dalle poche aperture che confondono i limiti fra costruito e roccia viva.
Piccole sculture agricole
Il viaggio prosegue verso ovest, in direzione Echmiadzin, sede del Catholicos e principale centro spirituale della Chiesa apostolica armena. La cattedrale, fondata secondo la tradizione nel IV secolo, è il risultato di successive ricostruzioni e ampliamenti che ne hanno definito l’attuale configurazione cruciforme. Nel vasto complesso religioso, meta di pellegrini da ogni angolo della credente Armenia, sorgono anche due edifici contemporanei di Jim Torosyan: il battistero dei santi Vardan e Hovhannes (2008) e la chiesa dei Santi Arcangeli (2011). Nelle loro geometrie compatte e nella plasticità dei volumi, il repertorio dell’architettura ecclesiastica armena sembra incontrare il linguaggio del modernismo sovietico. Un accostamento meno sorprendente di quanto appaia, considerando che Torosyan fu tra i protagonisti di quella stagione architettonica.
Risalendo da Echmiadzin verso nord-ovest, il territorio agricolo si alterna a rari villaggi e ancor più sporadiche stazioni di rifornimento. Elementi ricorrenti in questo paesaggio sono i dispositivi destinati alla protezione delle colture dalla grandine: scultorei pur essendo oggetti tecnici, sono disseminati in un paesaggio che sembra conservare una particolare fiducia nella possibilità di governare la natura attraverso la macchina.
Raggiungiamo Yereruyk, nei pressi del villaggio di Anipemza, sull’altopiano dello Shirak, a circa 1.500 metri di altitudine. Non lontano dal corso della gola dell’Akhurian, che segna il confine con la Turchia, sorgono le rovine di una delle più antiche basiliche armene (VI secolo). L’edificio, impostato su un monumentale basamento a gradoni, conserva le murature di una grande aula a tre navate, priva di cupola, le cui proporzioni e decorazioni rivelano affinità con le chiese paleocristiane della Siria. Il tufo vulcanico, dalle tonalità ocra e rossastre, riprende i colori della terra e degli affioramenti rocciosi circostanti.
A poche decine di metri dalla basilica, una recinzione di filo spinato delimita la fascia di sicurezza che precede il confine turco-armeno, definito dagli accordi del 1921 e chiuso ai transiti ordinari dal 1993. La frontiera segue la profonda gola dell’Akhurian, sui cui versanti si estende un paesaggio scarsamente abitato, punteggiato da poche costruzioni e torrette di avvistamento presidiate dai militari.
Gyumri è l’ultima tappa che precede il rientro a Erevan. Seconda città dell’Armenia, già Alexandropol durante il dominio russo e Leninakan in epoca sovietica, il terremoto che l’ha colpita nel 1988 – seguito dalla crisi economica post-sovietica – ha lasciato una città profondamente discontinua. Con difficoltà si riconosce la regolarità del tessuto ottocentesco del quartiere storico. Poco fuori dal centro, rimasta orfana dalla città per cui era stata progettata, la Fontana di Ferro (1982) di Arthur Tarkhanyan si erge isolata ed unica sopravvissuta in un porzione di Gyumri completamente demolita dal terremoto.
A quasi 40 anni dal sisma, la provvisorietà è stata metabolizzata come condizione urbana permanente. Nel luglio 2026 si contavano ancora 2.465 sistemazioni abitative temporanee, mentre il governo annunciava nuovi investimenti per il rilancio turistico della città. Accanto ai progetti per la Gyumri del futuro, vive ancora la ricostruzione dell’emergenza del 1988.
Meta dell’urbex
Rientrare a Erevan significa partire all’alba, nella speranza di anticipare il traffico che ogni mattina congestiona le principali vie d’accesso alla capitale, ma che inevitabilmente ci accoglie, nella frenesia di una città particolarmente mattiniera. La sera assistiamo a una rappresentazione del balletto Gayane di Aram Khachaturian al Teatro dell’Opera (1933) progettato da Aleksandr Tamanian. Due monumentali corpi semicircolari, disposti specularmente, si affacciano su Piazza della Libertà e Piazza di Francia. Concepito come un complesso di due sale, originariamente pensate per essere riunite in un unico grande ambiente, il teatro traduce in architettura le ambizioni culturali della nuova capitale sovietica.
Erevan accoglie numerose espressioni del modernismo sovietico locale. Tra le più singolari, la Casa degli Scacchi (1970), progettata da Zhanna Meshcheryakova, si sviluppa seguendo una pianta triangolare, con facciate rivestite in tufo e grandi figure degli scacchi applicati a rilievo.
Più distante dal centro, 5 grandi corpi cilindrici in cemento armato – collegati tra loro – emergono dal pendio e risultano sospesi al di sopra di uno spazio pubblico. Si tratta dell’HayArt Center, ex Museo d’Arte Moderna (1985), progettato da Jim Torosyan e Gevorg Aramyan, ennesima riconferma di una del tutto sovietica ricerca plastica e strutturale, capace – o desiderosa – di trasformare il cemento armato in un organismo scultoreo.
Dalla collina di Tsitsernakaberd, il Memoriale del genocidio armeno (1967), di Arthur Tarkhanyan e Sashur Kalashyan, domina Erevan. Un’alta stele appuntita sembra sfidare in altezza e in carica simbolica il monte Ararat di fronte. Dodici grandi lastre di basalto si inclinano verso uno spazio ribassato, al centro del quale arde una fiamma perpetua visibile scendendo fra le pareti inclinate. Qui lo spazio si restringe, le grigie lastre schiacciano dal cielo e scompare la città.
L’ultima escursione ci conduce fuori Erevan, sulle pendici del monte Aragats. Qui sorge il radiotelescopio ROT-54, progettato dallo scienziato armeno Paris Herouni e realizzato tra il 1975 e il 1985. Il complesso è dominato da una gigante superficie riflettente emisferica incassata nel terreno e rivestita di migliaia di pannelli metallici e da un’altrettanto immensa struttura esterna che sostiene lo specchio secondario mobile ed un telescopio ottico.
Da anni inattivo, il complesso versa oggi in uno stato di progressivo abbandono. Divenuto nel tempo una meta dell’urbex (crasi di urban exporation) internazionale, è stato recentemente trasformato in un’attrazione turistica, accessibile attraverso visite organizzate. Una singolare forma di musealizzazione dell’abbandono, nella quale l’esplorazione spontanea lascia il posto a un’esperienza regolamentata, finendo paradossalmente per sottrarre al luogo parte del fascino che ne aveva alimentato la scoperta.
Prima di ripartire, osserviamo ancora una volta l’enorme superficie metallica incassata nel terreno. Dopo le chiese rupestri di Geghard, anche qui ritroviamo un’architettura che prende forma scavando la montagna, questa volta per rivolgere lo sguardo verso l’universo.































