Daniel Fügenschuh, 2026 (©Sebastian Siegel, courtesy ACE)
Il presidente dell’Architects’ Council of Europe interviene sul rapporto tra Intelligenza artificiale e architettura. Al centro della riflessione (portata ad Ischia nell’ambito della 13° edizione del Pida) cultura, qualità, valore pubblico ed etica professionale
Il Premio Internazionale Ischia di Architettura 2026 ha riunito – nel primo weekend di ottobre – alla Chieda dell’Arciconfraternita di Santa Maria Visitapoveri di Forio progettiste, progettisti, rappresentanti di istituzioni, enti, associazioni, operatrici e operatori del settore culturale. Un incontro ricco attorno al titolo “Città in emergenza, nuove strategie urbane”. Tra i temi anche il ruolo dell’Intelligenza artificiale nel campo del progetto architettonico. Ne ha parlato Daniel Fügenschuh, progettista austriaco con studio a Innsbruck, da inizio 2026 presidente dell’Architects’ Council of Europe. Siamo contenti di proporre (tradotto dall’originale inglese) la sua relazione.
FORIO (Ischia, Napoli). Quest’isola è di una bellezza eccezionale. Ma è anche un luogo che si confronta con il rischio, con la ricostruzione, con un delicato rapporto tra natura, architettura e comunità.
Il tema di questa conferenza – “Città in emergenza: nuove strategie urbane” – è quanto mai attuale. Le nostre città affrontano emergenze che si sovrappongono: crisi climatica, carenza di alloggi, disuguaglianza sociale e urgente trasformazione del nostro ambiente costruito.
IA, nuovo attore sulla scena
In questo già complesso scenario si inserisce un altro profondo cambiamento, quello generato dall’Intelligenza artificiale. Bill Gates ha recentemente descritto questa fase come l’inizio di un periodo decisivo per l’Intelligenza artificiale, sostenendo che potrebbe diventare una potente forza di uguaglianza così come un nuovo fattore di ingiustizia. L’esito non è predeterminato, dipenderà dalle scelte che compiremo in questo periodo.
Lo stesso vale per l’architettura. L’IA è in grado di analizzare grandi quantità di informazioni. Può mappare i rischi, testare gli scenari urbani, supportare le valutazioni ambientali e aiutarci a visualizzare le idee. Può ridurre le attività ripetitive offrendo agli architetti più tempo per il pensiero creativo e strategico. Può inoltre aiutare cittadine e cittadini a comprendere le proposte partecipando più attivamente allo sviluppo dei quartieri e delle città.
Si tratta di opportunità concrete. Tuttavia, un edificio non è un’immagine, una città non è un insieme di dati. E una comunità non è un algoritmo. L’architettura è cultura, memoria e senso di appartenenza; è sicurezza, responsabilità e fiducia.
La vera domanda, dunque, non è se gli architetti utilizzeranno l’Intelligenza artificiale; sappiamo già che lo stanno facendo. La questione è se sarà l’IA a plasmare l’architettura o se saranno gli architetti e la società a plasmare l’IA in base a valori che siano umani.
Questione di responsabilità
La posizione del Consiglio degli Architetti d’Europa su questo aspetto è chiara: l’IA deve sostenere la creatività umana, non sostituirla. Deve rafforzare la competenza professionale, non indebolirla. E deve porsi al servizio delle persone, dei luoghi e dell’interesse pubblico.
L’architettura occupa un posto particolare all’interno dei settori culturali e creativi. Gli architetti sono creatori ma sono anche professionisti che devono rispondere a regole e norme. Le nostre decisioni incidono sulla sicurezza pubblica, sulla salute, sull’ambiente e sulla vita delle generazioni future. L’IA può proporre, calcolare e generare, ma non può assumersi responsabilità.
Un architetto non può rispondere: “Ha deciso l’algoritmo“. Se gli architetti rimangono responsabili del risultato devono mantenere il controllo del processo. Devono comprendere la tecnologia, mettere in discussione i suoi suggerimenti e, quando necessario, respingerli. La responsabilità professionale non può essere delegata a una macchina.
In tutta Europa, le nostre organizzazioni membri stanno già rispondendo a questa sfida. In Francia, la categoria professionale ha collegato le opportunità offerte dall’Intelligenza artificiale ai doveri etici già esistenti per gli architetti, tra cui trasparenza, riservatezza, proprietà intellettuale e responsabilità verso i clienti.
Nel Regno Unito, una ricerca annuale monitora come gli studi utilizzino l’IA, come questa stia modificando il lavoro e quali competenze saranno necessarie agli architetti in futuro. In Germania, gli architetti hanno a disposizione una guida pratica e regolarmente aggiornata che affronta questioni quotidiane relative a Intelligenza artificiale, diritto d’autore, flussi di lavoro e responsabilità professionale.
In Austria, alcune linee guida aiutano gli studi a tradurre la normativa europea in azioni concrete, tra cui le valutazioni dei rischi, le politiche interne e processi di alfabetizzazione digitale. E in Norvegia, la categoria ha presentato una visione più ampia: l’IA nell’architettura deve rimanere incentrata sull’uomo, deve essere trasparente e rispettosa dell’ambiente.
Automatismi e fonti
Questi paesi stanno esplorando approcci diversi, ma sono giunti agli stessi principi fondamentali: la creatività umana deve rimanere centrale, la responsabilità deve restare in capo a professionisti qualificati. La trasparenza è essenziale, la qualità architettonica non deve essere sacrificata in nome della velocità. E l’innovazione deve essere al servizio della società.
Questi principi sono particolarmente importanti se guardiamo alle città e ai territori colpiti da emergenze. L’Intelligenza artificiale può aiutarci a comprendere i rischi climatici e la vulnerabilità degli edifici, può aiutarci a confrontare le strategie di ricostruzione e ad utilizzare energia e materiali in modo più efficiente.
Ma i dati non possono dirci tutto. Non possono comprendere la memoria legata a una strada, non possono misurare il significato che un paesaggio ha per i suoi abitanti. Non possono decidere cosa debba diventare una comunità. Queste sono decisioni che devono rimanere umane e democratiche. Devono coinvolgere cittadine e cittadini rispettando le conoscenze locali.
Ischia non è uguale a nessun’altra isola. Hanno un valore il suo paesaggio, la sua storia, i suoi materiali, le sue tradizioni. E, soprattutto, le sue comunità. Ma molti sistemi di Intelligenza artificiale apprendono dalle stesse fonti globali dominanti. Possono riprodurre le stesse immagini, le stesse soluzioni e la stessa idea di progresso. Il rischio è di ritrovarci con più possibilità ma meno identità; con più immagini ma con idee meno originali; con più velocità ma meno saggezza.
L’Europa deve scegliere un’altra strada: abbiamo bisogno di sistemi di IA e di dataset che rispecchino le regioni, le lingue, i climi e le tradizioni costruttive. La tecnologia dovrebbe aiutarci a comprendere e preservare la diversità architettonica, non a cancellarla lentamente. Il New European Bauhaus – con i suoi valori di sostenibilità, bellezza e inclusione – offre in questo senso un quadro di riferimento eccellente.
Dobbiamo anche chiederci chi controlla la tecnologia e le informazioni che alimentano l’Intelligenza artificiale: i disegni architettonici, le fotografie, i modelli BIM e i file di progetto non possono essere materia prima gratuita. Racchiudono conoscenza, creatività e proprietà intellettuale. Senza contare che possono contenere informazioni riservate o sensibili ai fini della sicurezza.
Il principio dovrebbe essere semplice, ovvero i nostri dati rimangono nostri. Memorizzare un progetto su una piattaforma cloud non deve conferire automaticamente al fornitore il diritto di utilizzarlo per addestrare un modello di IA. Gli autori devono ricevere il giusto riconoscimento, i committenti devono essere informati, il consenso deve essere consapevole ed efficace. La trasparenza e un’equa remunerazione non sono ostacoli all’innovazione. Sono, al contrario, fondamenta per un’innovazione affidabile.
Un’altra questione rilevante è quella dell’accesso. La maggior parte degli studi di architettura europei è di piccole o medie dimensioni e non dispongono delle risorse delle grandi aziende tecnologiche globali. Non dobbiamo quindi permettere che l’Intelligenza artificiale divida la nostra professione tra un ristretto numero di studi altamente attrezzati e tutti gli altri.
L’Europa deve investire in competenze, ricerca, standard aperti e infrastrutture accessibili. I piccoli studi devono avere l’opportunità di innovare senza diventare dipendenti da una manciata di piattaforme globali. L’IA dovrebbe distribuire le opportunità, non concentrare il potere. Anche la formazione sarà decisiva: gli architetti devono imparare a utilizzare l’IA, ma devono anche comprenderne i limiti, riconoscerne i pregiudizi (bias) e mettere in discussione risultati convincenti ma inaffidabili. E dobbiamo tutelare l’apprendimento attraverso la pratica diretta.
L’architettura si impara disegnando, osservando, discutendo, commettendo errori e facendo esperienza in cantiere. È così che i giovani architetti sviluppano intuito e giudizio professionale. Non dobbiamo automatizzare proprio quelle esperienze che li rendono professionisti responsabili.
Il primato dell’intelligenza umana
Qualcuno si potrebbe chiedere se ho usato l’IA per preparare questo discorso? Sì, l’ho fatto. Mi ha aiutato a organizzare le informazioni, a verificare la struttura e a valutare diverse formulazioni. Ma non ha deciso ciò che sostengo, non ha scelto i valori qui espressi. E non può assumersi la responsabilità di queste parole. Solo io posso farlo.
È proprio questo il tipo di relazione che dovremmo cercare: l’IA può affiancarci, può stimolarci, può potenziare le nostre capacità. Ma l’essere umano deve rimanere l’autore.
Per l’Architects’ Council of Europe, la strada da percorrere è chiara: l’intelligenza umana deve guidare il processo, la responsabilità professionale deve restare umana, la cultura architettonica deve essere tutelata, progettisti e committenti devono mantenere il controllo sui propri dati. E i vantaggi dell’innovazione devono essere accessibili all’intera professione e a tutta la società.
Per le città che affrontano situazioni di emergenza, l’IA può rivelarsi un potente alleato perché può aiutarci a prevedere i rischi, a rispondere con maggiore rapidità alle emergenze e a costruire in modo più sostenibile. Tuttavia, non può stabilire il senso delle nostre città, questo compito spetta a noi. Il futuro dell’architettura non deve essere automatizzato ma potenziato: non guidato dalla tecnologia ma dall’uomo, non standardizzato ma culturalmente ricco, non dettato esclusivamente dall’efficienza ma ispirato alla qualità e al valore pubblico.
Il futuro non è qualcosa che un algoritmo possa costruire per noi. È qualcosa che dobbiamo progettare insieme.




















