L'ensemble della Fondazione Beyeler, Peter Zumthor, Basilea, 2026 (courtesy Beyeler, ©Mark Niedermann)
Nella sua Basilea l’architetto svizzero si affianca all’edificio storico. Non un ampliamento, ma tre nuovi edifici a formare una geografia ibrida, museale e paesaggistica
RIEHEN (Basilea, Svizzera). Un museo può crescere senza diventare semplicemente più grande. Può aggiungere spazio senza concentrarsi in un unico volume, aumentare le superfici espositive senza occupare tutto il terreno disponibile. E costruire nuove architetture lasciando che sia il luogo, ancora prima dei nuovi edifici, a suggerire come muoversi.
Alla Fondation Beyeler, a Riehen, Peter Zumthor ha scelto questa strada. Poco fuori Basilea, il museo progettato da Renzo Piano e inaugurato nel 1997 aveva trovato una misura precisa nel rapporto con il parco nel quale si inserisce. Alle sue spalle c’era la storia di Ernst e Hildy Beyeler (galleristi a Basilea per oltre 60 anni e collezionisti di arte moderna) che nel 1982 avevano fondato la Beyeler-Stiftung con l’obiettivo di conservare e rendere accessibile al pubblico la loro raccolta.
Da quella collezione era nata la Fondation Beyeler, diventata nel tempo uno dei luoghi nei quali la relazione fra arte, architettura e natura costituisce parte sostanziale dell’esperienza museale.
Ora quel sistema cambia scala, ma soprattutto cambia struttura. L’intervento non è il semplice raddoppio del museo: è una costellazione di edifici e spazi. Ci sono il Beyeler Museum di Piano e tre nuove architetture di Zumthor – si chiamano Wyss Museum, Ammann Pavillon ed Erlen Torhaus –, un parco ampliato quasi fino a raddoppiare la propria superficie, edifici storici restaurati e riconvertiti, nuovi luoghi per la mediazione, la musica, gli eventi e la botanica. Fra un edificio e l’altro si aprono spazi nei quali il visitatore non è chiamato a guardare qualcosa: può fermarsi, attraversare, ascoltare, uscire nel giardino.
È una scelta che diventa leggibile già dalla forma dell’intervento. Nel 2016 un mandato di studio parallelo aveva coinvolto 11 studi di architettura internazionali; la giuria scelse all’unanimità la proposta dell’Atelier Peter Zumthor. Invece di concentrare le diverse funzioni in un unico grande edificio, Zumthor le distribuisce in tre costruzioni indipendenti, differenti per forma, funzione e materialità.
La presentazione del progetto è del 2017, l’apertura completa dell’ensemble è prevista per gennaio 2027. M la cosa più interessante è un’altra: il nuovo museo comincia dagli alberi.
Wyss Museum
Il Wyss Museum, che aggiunge circa 1.500 metri quadrati di superficie espositiva, prende forma intorno alla vegetazione esistente. La pianta a Y si dispone attorno a un vecchio ginkgo, ad una sequoia, ad un gruppo di platani. È una geometria che non sembra cercare una forma autonoma, ma risponde a qualcosa che nel luogo c’era già. Zumthor racconta di avere lavorato a lungo sulla relazione con il paesaggio, fino a concepire l’edificio come una sorta di villa nel parco: nel contesto senza esserne estranea.
Anche la materia viene dal territorio. La pietra calcarea del Giura, estratta nel distretto del Laufental, passa dalla facciata alle scale, dalle panche al pavimento, fino a entrare nel calcestruzzo e nelle finiture interne. Non è un rivestimento applicato all’edificio: diventa parte della sua costruzione, sotto forme diverse. La facciata assume un tono giallastro caldo per la presenza del calcare, mentre all’interno la stessa materia compare nel terrazzo alla veneziana e nelle superfici mineralizzate. È una delle qualità del progetto: la materia non è raccontata soltanto attraverso il colore, ma nel modo in cui cambia consistenza. Il fronte è realizzato con una tecnica di calcestruzzo battuto e lavorato per quasi un anno da una sola squadra; le tracce della lavorazione manuale sono rimaste visibili.
Le panche in pietra portano questa scelta a una scala direttamente tattile, di incontro con il corpo. Nei dettagli questa ricerca diventa più evidente: si ha la sensazione che nulla sia stato lasciato a un repertorio di elementi standard: ogni componente è pensata per questa architettura e per questo luogo. Dai materiali ai serramenti, dai pavimenti ai corrimano, fino agli arredi e alle soluzioni acustiche. La ricerca del dettaglio è continua e porta la precisione progettuale fino ad elementi sullo sfondo.
Il percorso evita una lettura immediata e ortogonale del museo. La circolazione a spirale si sviluppa verso l’alto, attraverso una sequenza di spazi che si susseguono senza un corridoio centrale. La luce arriva prevalentemente di lato e le grandi aperture affacciano sul paesaggio; una terrazza al secondo piano, collegata al parco da una scala esterna, rende ancora più permeabile il confine fra edificio e giardino. Le stanze si susseguono come una sequenza aperta, le ampie finestre stabiliscono un rapporto con l’esterno. Un museo molto diverso da quello del vicino edificio di Renzo Piano. Zumthor non cerca una continuità formale con l’architettura del 1997. Il risultato non è quindi una coppia di edifici pensati per somigliarsi (peraltro allo sguardo, non è mai possibile coglierli insieme), ma la convivenza di due linguaggi differenti.
La distanza fra i due linguaggi è anche ciò che rende il Wyss Museum più interessante e, in parte, più problematico. La geometria delle sale rompe con il tradizionale rettangolo white cube e rende ogni ambiente meno prevedibile. Questa libertà formale entra in tensione con alcune opere: le pareti non sempre offrono grandi superfici continue e le aperture verso l’esterno portano una quantità di paesaggio che compete con ciò che viene appeso sulle pareti. È una conseguenza quasi inevitabile della scelta di Zumthor: qui il paesaggio non è panorama da contemplare, ma presenza che entra nello spazio dell’arte. Ma non è necessariamente un limite. Il nuovo museo non vuole essere un contenitore neutro per le opere.
“Constellations”, la grande mostra inaugurale, permette di misurare per la prima volta questa scelta attraverso un confronto diretto: oltre 200 opere mostrano quanto la forma dell’ambiente possa modificare la percezione. Risulta evidente appena varcata la soglia: nessun foyer, il visitatore entra nella prima sala espositiva e si confronta subito con le opere.




Sinfonia di legno
Il linguaggio di Zumthor è immediatamente riconoscibile. Nell’Erlen Torhaus la struttura lignea richiama il suo studio di Haldenstein. È costruito sul margine, dove l’ensemble incontra la città e la riserva naturale del Lange Erlen, e concentra funzioni operative: al piano terra arrivano le opere, nel livello interrato vengono preparate per le esposizioni, ai piani superiori si trovano gli spazi di lavoro. Il suo carattere è discreto, quasi quello di un’elegante costruzione di servizio. L’edificio è inoltre collegato direttamente al museo attraverso un passaggio sotterraneo. L’Ammann Pavillon, collocato fra il nuovo museo e gli edifici storici, è un volume basso, di un solo piano, costruito in rovere e vetro e aperto verso il parco.
Qui l’architettura rinuncia deliberatamente alla massa. Di giorno è una raffinata lounge gratuita, accessibile a tutti; alla sera può accogliere fino a 250 persone per concerti, performance, conversazioni e proiezioni. Gli interni in pero e ciliegio costruiscono una dimensione più domestica, da soggiorno collettivo, dentro un complesso che potrebbe facilmente essere percepito come una sequenza di spazi museali. È un luogo significativo proprio perché non ha bisogno di giustificare la propria presenza attraverso un’opera d’arte. Il suo rapporto con il parco è immediato e, per un istante, il museo smette di essere un luogo dove osservare qualcosa.
E poi c’è il parco, il vero elemento capace di tenere insieme tutte queste differenze. L’Erlengarten, fino a oggi privato, viene aperto al pubblico e aggiunge quasi 10.000 metri quadrati al Beyeler Park, portando la superficie complessiva a circa 20.000 metri quadrati. I due giardini hanno origine nel XIX secolo e furono progettati da Jean-François Caillat secondo il modello dei giardini paesaggistici inglesi, ma possiedono caratteri diversi. Nel parco esistente le radure si aprono tra grandi masse arboree; l’Erlengarten ha una natura più raccolta e selvatica, con prati di fiori spontanei, bosco e una specie di orchidea autoctona. Il ponte progettato da Zumthor, forse l’unica struttura poco poetica, attraversa lo stagno ed evoca il giardino di Monet a Giverny. Il restauro del paesaggio è stato curato da Vogt Landschaftsarchitekten e il parco è direttamente collegato alla riserva naturale del Landschaftspark Wiese.
Qui l’architettura sembra trovare una misura diversa, non deve conquistare l’attenzione, perché può limitarsi a costruire passaggi e soglie. L’edificio diventa uno degli elementi del paesaggio, non necessariamente il suo protagonista. È significativo che anche gli edifici storici vengano trattati con la stessa cura. L’Orangerie, riprogettata da India Mahdavi, diventa una piccola serra affiancata da un negozio di piante. La struttura lignea originaria della copertura torna visibile e il pavimento in cemento viene conservato. L’Ammann Atelier riunisce due spazi per la mediazione artistica; il Salon è un sogno per gli appassionati di musica, uno spazio dedicato all’ascolto condiviso che ospita oltre 2.000 vinili; il Folly è il più piccolo spazio espositivo del complesso, una sorta di tempio in miniatura destinato a progetti sperimentali.


Luoghi da curare, edifici da amare
Tutto questo cambia la natura della Fondation Beyeler più di quanto faccia, preso isolatamente, il nuovo museo. Il complesso non è più soltanto la relazione fra una collezione e un edificio, ma una sequenza di luoghi e funzioni separati e insieme connessi dal paesaggio.
È questa frammentazione, più ancora dei singoli volumi, a costruire la nuova identità del complesso. Per la prima volta, dunque, è l’intero ensemble a diventare il campo dell’esposizione. Qui il progetto di Zumthor acquista la sua vera scala. Nella capacità di modificare il modo in cui ci si avvicina al museo e lo si attraversa. Il progetto rende il parco più pubblico, gli edifici storici nuovamente abitabili, le funzioni meno concentrate e l’esperienza più lenta e profonda.
I 120 milioni di franchi investiti sono privati. Dopo circa 10 anni tra progettazione e costruzione, la Fondation Beyeler si trova così davanti a una nuova fase della propria storia. Non è una trasformazione che cerca un gesto monumentale, piuttosto una trasformazione per addizione, per distanza, per relazione. Piano rimane Piano, Zumthor rimane Zumthor, il parco conserva le stratificazioni e gli edifici storici non sono comparse. Fra loro una rete di luoghi intermedi: piazza, scala, ponte, lounge, serra, atelier. Nel loro insieme, questi spazi restituiscono la sensazione di un lavoro sartoriale, nel quale ogni elemento è messo a punto in questo luogo, per questa precisa esperienza dello spazio.
Zumthor dice di cercare di costruire edifici che siano amati. Questa frase sembra assumere un significato meno legato al singolo oggetto e più al tempo. Perché il vero risultato dell’intervento non si misura soltanto nella qualità dei tre nuovi edifici, ma nella possibilità che, a poco a poco, questi finiscano per appartenere alla Fondation Beyeler senza cancellare ciò che c’era prima. In un luogo nato dall’incontro fra una collezione, un giardino e un’architettura, il nuovo progetto non aggiunge semplicemente un altro pezzo: prova a cambiare il modo in cui tutti i pezzi stanno insieme.
Per saperne di più
Nuovo Ensemble della Fondation Beyeler | Riehen / Basilea, Svizzera | Committente e proprietario: Beyeler-Stiftung, Basilea | Progetto architettonico: Atelier Peter Zumthor, Haldenstein | Progetto del paesaggio: Vogt Landschaftsarchitekten, Zurigo | Gestione dei lavori: Rapp Architekten, Münchenstein | Interventi sugli edifici storici: Orangerie, India Mahdavi; Ammann Atelier e Salon, Forsberg Architekten e Interiorirossi | Cronologia: mandato di studio parallelo 2016; presentazione del progetto 2017; domanda generale di costruzione 2019; domanda di costruzione 2020; permesso di costruzione 2021; inizio lavori 2022; consegna 2026; apertura graduale autunno 2026; apertura completa gennaio 2027 | Superficie complessiva dell’Ensemble: 26.500 mq | Superficie complessiva del parco: 20.000 mq | Tre edifici: Wyss Museum, Ammann Pavillon, Erlen Torhaus | Costo: 120 milioni di franchi svizzeri (125 milioni di euro), per acquisto dei terreni, costruzione e gestione; finanziamento interamente privato.
Mostra inaugurale: Constellations | 26 settembre 2026 – 5 settembre 2027 | Fondation Beyeler, Baselstrasse 101, Riehen/Basel, Svizzera | Informazioni























