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Arianna PanarellaScritto da: • Recensioni

Modernismo tropicale al Vitra, con Geoffrey Bawa

Modernismo tropicale al Vitra, con Geoffrey Bawa

Vitra Design Museum, mostra "Geoffrey Bawa: Architecture for the Senses", 2026 (©Bernhard Strauss, courtesy Vitra)

Retrospettiva dedicata all’architetto cingalese: oltre 250 tra disegni, modelli, arredi, fotografie, opere e film (nel Museum di Gehry) raccontano un’esperienza unica. Da leggere con immagini – ma senza le retoriche – contemporanee. Una mostra di qualità grazie anche all’allestimento sensoriale di Lina Ghotmeh e alle fotografie di Iwan Baan

 

WEIL AM RHEIN (Germania). Geoffrey Manning Bawa (1919-2003) arrivò all’architettura tardi, dopo una vita che sembrava avviata altrove. Aveva studiato e lavorato come avvocato, aveva viaggiato a lungo e a 35 anni non era ancora un architetto. Eppure, qualche anno prima, aveva già iniziato quasi inconsapevolmente il progetto che più di ogni altro avrebbe anticipato il suo modo di pensare lo spazio.

Nel 1948, l’anno in cui Ceylon ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna, Bawa acquistò a Bentota una vecchia piantagione di gomma e cannella affacciata su una laguna. La chiamò Lunuganga, fiume salato. Non sarebbe diventata semplicemente una casa con giardino, ma un paesaggio continuamente modificato nel corso dei decenni: aperture e chiusure, percorsi, costruzioni, vegetazione e acqua progressivamente ricomposti in un unico disegno. Un luogo nel quale il confine stesso della proprietà sembrava dilatarsi nel territorio circostante e che, prima ancora della formazione professionale, contiene già molti dei temi destinati a ritornare nella sua architettura.

Solo nel 1954 Bawa entrò all’Architectural Association di Londra, dove concluse gli studi nel 1957, ormai vicino ai 40 anni. Quando cominciò a esercitare, tornò in uno Sri Lanka indipendente portando con sé la formazione modernista occidentale, ma senza trasformarla in un modello da applicare indistintamente. Le prime opere, come la St. Thomas’ Preparatory School (1957-1963), ne mostrano ancora chiaramente l’influenza; negli anni successivi quel linguaggio viene progressivamente messo alla prova dal luogo. Materiali disponibili, produzione industriale, lavorazioni artigianali, clima e topografia iniziano a convivere all’interno dello stesso progetto. Più che abbandonare il moderno, Bawa sembra costringerlo a misurarsi con un’altra cultura materiale e con un altro paesaggio.

Due case come laboratori

Non è casuale che la mostra “Geoffrey Bawa: Architecture for the Senses”, al Vitra Design Museum, scelga di cominciare proprio dai luoghi più personali dell’architetto: Lunuganga e Number 11, la sua casa di Colombo. Non sono un prologo biografico alla produzione vera, ma probabilmente il punto dal quale essa può essere compresa meglio.  Se Lunuganga si espande verso l’esterno, Number 11 lavora quasi in senso contrario. La casa nasce alla fine degli anni Cinquanta dalla progressiva trasformazione di una serie di piccole abitazioni a schiera lungo 33rd Lane. Ne deriva un interno che si dilata e si restringe lungo il percorso: a passaggi compressi seguono ambienti più ampi, corti e aperture che portano luce dentro un lotto urbano introverso. È una casa cresciuta nel tempo, per aggiunte e modifiche, più vicina a un processo che a un oggetto concluso.

La mostra insiste su questa dimensione. Disegni, oggetti personali, fotografie e l’installazione video di Kavindu Sivaraj ricostruiscono i due luoghi come laboratori nei quali Bawa sperimenta per decenni spazio, movimento, luce e paesaggio. La scelta evita così di introdurre il visitatore attraverso una cronologia ordinata: prima dell’opera pubblica viene la casa, prima dell’architetto riconosciuto vengono il giardino e l’esperimento privato. È una chiave importante anche per capire perché la definizione di Tropical Modernism, inevitabilmente associata a Bawa, finisca per essere utile ma insufficiente.

La mostra non la nega, ma prova ad allargarne i confini. Bawa non sembra interessato alla costruzione di uno stile tropicale riconoscibile quanto alla messa a punto di risposte specifiche. Nel Polontalawa Estate Bungalow, realizzato tra il 1963 e il 1967, il progetto accetta quote, rocce e alberi preesistenti invece di cancellarli; decenni dopo, nella casa per Pradeep Jayewardene a Mirissa, ancora una volta l’edificio segue le caratteristiche del terreno.

Un percorso tra paesaggi, fino al Parlamento

Seguendo il percorso della mostra, la scala progressivamente si amplia. Dall’intimità delle abitazioni si passa allo Sri Lanka post-indipendenza e alle condizioni economiche e politiche dentro le quali Bawa si trovò a progettare. La scarsità di alcuni materiali e le trasformazioni del Paese non vengono trattate come semplice sfondo storico: entrano nelle modalità costruttive e nella ricerca di soluzioni che utilizzano ciò che è effettivamente disponibile. È qui che la varietà della sua produzione comincia a emergere. Case, scuole e fabbriche, ma anche università, alberghi e infine il Parlamento dello Sri Lanka: oltre 200 progetti nell’arco di circa 50 anni.

Nonostante la differenza di programma e di scala, molti sembrano partire dalla stessa domanda: non quale forma dare all’edificio, ma quale relazione instaurare con ciò che già esiste. Il Bentota Beach Hotel, progettato nella seconda metà degli anni Sessanta, mette insieme architettura, arredo e arte in modo particolarmente evidente. Nell’esposizione compaiono disegni, fotografie degli interni e dettagli nei quali l’apparato decorativo non è un rivestimento applicato a posteriori, ma parte della costruzione dello spazio. Una delle immagini recenti di Iwan Baan mostra la lobby con la porta dell’ascensore disegnata da Anura Ratnavibushana; altre restituiscono le aree comuni e la loro relazione con il paesaggio.

Il salto di scala diventa ancora più evidente con la University of Ruhuna, rappresentata in mostra da modelli, disegni e dalle nuove immagini di Baan, e soprattutto con il nuovo Parlamento dello Sri Lanka a Kotte. Nel materiale espositivo compaiono il disegno prospettico del 1979, il dettaglio delle coperture e la grande camera parlamentare fotografata nel 2026. La dimensione istituzionale non cancella quella attenzione al movimento, alla sequenza e al rapporto con l’esterno che attraversa le opere domestiche.

La mostra racconta poi il Kandalama Hotel, progetto del 1991-94. In questo lavoro ci sono le ragioni per comprendere perché Bawa sia tornato al centro dell’attenzione contemporanea. Nelle fotografie realizzate quest’anno da Iwan Baan l’edificio appare assorbito dalla vegetazione: una presenza lunga e orizzontale che evita di proporsi come oggetto isolato e sembra progressivamente consegnarsi al paesaggio. È uno dei progetti attraverso i quali il Geoffrey Bawa Trust interroga il rapporto tra architettura, topografia, clima e più ampio contesto ambientale e sociale.

Leggere oggi questa architettura attraverso la categoria della sostenibilità e del rapporto con la natura sarebbe però riduttivo. Bawa lavorava prima che il termine assumesse significato e centralità attuale nel dibattito disciplinare. Più interessante è osservare quanto per lui il clima non sia una questione tecnica, magari da risolvere dopo il progetto architettonico: orientamento, ombra, ventilazione, grandi coperture, percorsi, corti, acqua e vegetazione partecipano alla forma stessa dell’architettura. L’utilizzo di pietra e legno locali, grandi aggetti, coperture alte e ventilazione trasversale sono parte di una ricerca capace di mettere in relazione modernismo, clima monsonico e storia costruttiva dell’isola.

Altrettanto importante è smontare la visione di autore solitario. Una delle 4 sezioni della mostra è costruita attorno alle collaborazioni con artisti, artigiani e designer come Ena de Silva, Laki Senanayake e Barbara Sansoni. Batik, sculture e tessuti non completano edifici già progettati ma ne determinano spazi, superfici e atmosfera. Alcuni dei laboratori avevano una funzione sociale, offrendo formazione e occupazione e contribuendo alla trasmissione delle lavorazioni locali. Anche l’archivio del Trust, che oggi comprende migliaia di disegni, fotografie e documenti, restituisce una pratica costruita attraverso molte mani e non soltanto attraverso la firma del progettista.

Esporre un’architettura che chiede di essere vissuta

Questa la sfida più interessante della retrospettiva: portare nelle sale del Vitra Design Museum progetti che perdono molto della loro sostanza appena vengono separati dal luogo. Bawa era convinto che l’architettura non potesse essere completamente spiegata ma dovesse essere sperimentata fisicamente. Una dichiarazione che rischia quasi di mettere in crisi, in partenza, l’idea stessa di una mostra dedicata alla sua figura.

Il progetto espositivo di Lina Ghotmeh – Architecture lavora precisamente su questa contraddizione. Le 4 gallerie non tentano di ricostruire lo Sri Lanka dentro l’edificio di Frank Gehry, scelta che sarebbe risultata inevitabilmente artificiosa. Ghotmeh parla piuttosto di una scenografia che accompagna il lavoro senza sovrastarlo: basi e dispositivi espositivi richiamano la presenza del legno nelle architetture di Bawa, mentre ocra, rosso e verde rimandano a tonalità naturali e a colori presenti nel suo lavoro. L’immersione, nelle intenzioni della progettista, deve avvenire per risonanze e non per imitazione.

A rafforzarla contribuiscono i materiali esposti, ma sono soprattutto le immagini contemporanee a impedire che l’architettura venga definitivamente consegnata all’archivio. Iwan Baan è stato incaricato di fotografare nuovamente alcune delle opere maggiori (Number 11, Kandalama, Ruhuna, Parlamento, Lighthouse Hotel, Bentota Beach Hotel) scegliendo di mostrarne il carattere abitato e il rapporto attuale con ciò che le circonda.  A queste si affiancano le installazioni video di Kavindu Sivaraj e Ruvin de Silva, quest’ultima concentrata proprio sulla possibilità di leggere l’architettura come condizione di coesistenza tra ambiente umano e naturale.

Resta inevitabilmente uno scarto. Nessuna fotografia e nessun allestimento possono trasferire in Germania l’umidità, il calore, la luce, l’acqua, i rumori o la crescita della vegetazione dentro e intorno a un edificio dello Sri Lanka. Ma forse è proprio questo limite a rendere efficace l’operazione: la mostra non deve sostituire l’esperienza dei luoghi, può invece fornire gli strumenti per guardarli diversamente. E soprattutto restituire Bawa a una storia del moderno meno lineare di quella alla quale siamo abituati.

Non un architetto periferico che adatta un linguaggio elaborato altrove, ma un progettista che usa il moderno come uno degli ingredienti disponibili, mescolandolo con tradizioni, industrie, tecniche, paesaggi e persone. È forse questo, più ancora dell’etichetta di Modernismo tropicale o della facile rilettura ecologica contemporanea, a rendere il suo lavoro sorprendentemente vicino. L’architettura non viene appoggiata sul luogo: sembra nascere dalle relazioni che quel luogo rende possibili.

 

“Geoffrey Bawa: Architecture for the Senses”
26 settembre 2026 – 28 febbraio 2027
Vitra Design Museum, Weil am Rhein
A cura di: Johan Deurell, Irina Selzer (Vitra Design Museum); Shayari de Silva, Aneesha Mustachi (Geoffrey Bawa Trust); Ikko Yokoyama, Iris Ng (M+). Allestimento: Lina Ghotmeh — Architecture. La mostra è una coproduzione di Vitra Design Museum, M+ e Wüstenrot Foundation, in collaborazione con il Geoffrey Bawa Trust.
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Tag: , , , , , , , Last modified: 3 Ottobre 2026
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