Mostra "Afinidades Líquidas", Casa da Arquitectura, Matosinhos, 2026 (© Constança Soutinho, courtesy Casa da Arquitetura)
Alla Casa da Arquitectura di Matosinhos, Paulo David disegna una cartografia affettiva dell’architettura portoghese contemporanea che si muove tra paesaggio, critica, fotografia, insegnamento e pratica
MATOSINHOS (Portogallo). Pianoro, valle, pendio, crinale e falesia: non sono soltanto forme del territorio portoghese, ma le coordinate attraverso cui leggere un’architettura che torna a misurarsi con il luogo. Con “Afinidades Líquidas: (outra) cartografia afetiva para a arquitetura portuguesa”, alla Casa da Arquitectura fino al 25 aprile 2027, Paulo David costruisce una mappa alternativa della produzione portoghese contemporanea, allontanandosi dalle consuete genealogie di autori, scuole e generazioni.
La mostra riunisce oltre 50 partecipanti e intreccia 4 ambiti (critica, insegnamento, fotografia e pratica professionale) per interrogare i modi in cui oggi l’architettura osserva, interpreta e trasforma il territorio. Lungi dall’essere un censimento di opere e studi emergenti o una storia lineare dell’architettura portoghese oltre i maestri, la cartografia proposta da David è affettiva perché fondata su relazioni, risonanze e sensibilità condivise; liquida perché attraversa discipline e geografie senza fissarle in categorie rigide.
Atterrare nel territorio, in 3 gesti
Il punto di partenza è una domanda cruciale: come può l’architettura rispondere a una realtà segnata dalla crisi climatica, dall’illusione di risorse illimitate e dalla progressiva perdita del legame con il luogo? Paulo David assume come riferimento l’invito di Bruno Latour ad “atterrare”, ritrovando nella terra e in ciò che essa offre un possibile orientamento. Ne deriva un’idea dell’architettura come pratica dell’attenzione: non un gesto autonomo imposto al territorio, ma un esercizio di ascolto e rivelazione. Una posizione legata all’esperienza del curatore, originario dell’isola di Madeira, dove costruire significa confrontarsi costantemente con una geografia estrema e con la fragilità del paesaggio.
Il percorso si sviluppa in 3 momenti – “Herbário da Paisagem”, “Geografias Cristalizadas” e “Retrogénese” – che non rappresentano una sequenza cronologica, ma diversi modi di raccogliere, osservare e mettere in relazione i materiali. Il primo, ispirato al “Grande Herbário de Sombras” dell’artista portoghese Lourdes Castro, raccoglie e conserva, quali tracce di un ecosistema comune, pensieri e frammenti sulla casa, sul paesaggio e sul tempo. Voci diverse diventano reperti che non descrivono semplicemente il paesaggio, ma ne rivelano permanenze, trasformazioni e fragilità.
Nello spazio di “Geografias Cristalizadas” convivono territori e pratiche differenti. La fotografia registra la presenza umana e rende visibili le trasformazioni del suolo; la critica ne riconosce strati e conflitti; l’insegnamento sperimenta modi di guardare; il progetto, infine, traduce queste letture in un atto concreto di modificazione. Gli scatti di 5 fotografi raccontano un Portogallo inedito che va dalle miniere della Serra de Reboredo alle terre vulcaniche delle Azzorre, dalle dighe del Douro alle scogliere di Madeira, costruendo una geografia decentrata, distante dalla rappresentazione dell’architettura portoghese costruita quasi esclusivamente intorno a Lisbona e Porto.
Nella sezione dedicata alla pratica, 16 studi – tra cui Atelier Bugio, Camilo Rebelo, Extrastudio, João Cepeda, Morim Santos Silva, Ponto Atelier e SAMI – misurano attraverso la casa la relazione tra corpo e paesaggio. I progetti non sono ordinati per autore o data, ma secondo la loro condizione topografica. Pianoro, valle, pendio, crinale e falesia diventano così altrettanti modi di abitare. La casa non è presentata come oggetto isolato, bensì come strumento di osservazione, riparo e valorizzazione del luogo. Maquette, fotografie e disegni rivelano differenti misure tra costruzione e geografia.
Nella terza sezione, “Retrogénese”, la Casa a Gerês di Eduardo Souto de Moura, affiancata dalla fotografia di un castagno a Campanário nell’isola di Madeira, diventa l’immagine generatrice dell’esposizione, evocando una condizione essenziale dell’esistenza e una relazione ancestrale tra abitare e territorio. La presenza dell’opera di Souto de Moura introduce una discontinuità generazionale solo apparente: gesti affini, pur distanti nel tempo, si incontrano sullo stesso piano critico. Il passato diventa così una riserva di possibilità da riattivare, la rovina un corpo vivo del paesaggio e la materia un deposito di memoria.

Tra due radure
Disegnato dallo studio Paulo David Arquitectos, l’allestimento nasce anche dalla richiesta della Casa da Arquitectura di realizzare un’infrastruttura riutilizzabile per future esposizioni. Il progetto supera così i confini della galleria e recupera i due cortili laterali, trasformandoli da spazi di passaggio in sale all’aperto mediante una pavimentazione temporanea. All’ampliamento, da parte della curatela, degli ambiti disciplinari corrisponde così quello dello spazio espositivo. Due linee sospese attraversano esterno, interno e di nuovo esterno, oltrepassano i portali, convergono e si biforcano. Si sviluppano accogliendo testi, disegni, fotografie, modelli e avvicinando contributi lontani per disciplina, generazione e geografia. È il tentativo, dichiarato da David, di fare in modo che sia l’architettura a parlare di sé attraverso i propri elementi, senza ricorrere a meccanismi espositivi estranei alla sua costruzione.
Il percorso si articola in 3 episodi: radura, tronco, radura. La prima “clareira” è un preludio dedicato alla percezione e all’ascolto dei luoghi; il tronco, come il corpo di un albero formato da molti anelli, concentra la parte più densa della mostra e intreccia fotografia, insegnamento, critica e pratica; la seconda radura agisce come un epilogo, sospendendo la cronologia e mettendo a confronto gesti analoghi compiuti in tempi diversi. Più che imporre un itinerario gerarchico, l’allestimento costruisce prossimità e rende visibili le affinità fra le opere.
Nella sala centrale, una lunga panca di legno rallenta il percorso e invita a soffermarsi sui testi e sui progetti. I modelli, piccoli volumi bianchi sollevati su sottilissimi supporti metallici, sembrano sospesi nello spazio, mentre persino le ombre diventano parte dell’esposizione. Sezioni e piante, ridotte all’essenziale, dialogano con le fotografie, che restituiscono scala, materia e contesto e riportano simbolicamente l’architettura a terra. Il rischio di un’operazione così ampia è che l’apparato poetico e la moltiplicazione delle voci finiscano per indebolire la lettura critica delle singole esperienze. La sua forza, invece, risiede nel tentativo di spostare lo sguardo: dall’autore al territorio, dall’opera alla relazione, dal centro alle geografie laterali.
“Afinidades Líquidas” racconta così un’architettura portoghese meno riconoscibile di quella consacrata internazionalmente negli ultimi decenni, ma forse proprio per questo più aderente alla complessità del presente. Una costellazione di pratiche che non rinuncia al progetto, ma ne dilata i confini, riconoscendo nella critica, nella fotografia e nell’insegnamento altrettanti modi di costruire il paesaggio. La mostra si chiude restituendo al visitatore la domanda iniziale: non quale forma debba assumere l’architettura portoghese, ma con quale attenzione essa possa ancora abitare e trasformare la terra.

Per approfondire
“Afinidades Líquidas: (outra) cartografia afetiva para a arquitetura portuguesa”
26 settembre 2026 – 25 aprile 2027
Casa da Arquitectura, Matosinhos
A cura di Paulo David
Progetto espositivo di Paulo David Arquitectos
Informazioni

























