Un libro recente riflette sulla distruzione sistematica della Striscia e sulle conseguenze globali. La guerra distrugge, produce macerie, cancella confini, mappe, archivi, memoria. In Palestina sta cambiando perfino il senso della ricostruzione, scrivono gli autori, Tomà Berlanda e Camillo Boano
“Gaza è un disastro”, ha detto di recente il Patriarca latino di Gerusalemme tornando dalla Striscia. Intere città non esistono più, sono livellate nel senso letterale della parola. È una frase che si potrebbe scambiare per una descrizione tecnica, la contabilità di una devastazione. Non lo è. Dice qualcosa di più radicale, e riguarda il modo in cui pensiamo lo spazio, l’abitare, l’architettura stessa.
È da poco uscito per Donzelli il nostro ultimo libro, “Polvere a Gaza”, che parte da una domanda semplice e insieme scomoda: che cosa può fare l’architettura quando la distruzione non è un incidente ma un progetto? Lebbeus Woods scriveva, davanti alle immagini dell’assedio di Sarajevo, che l’architettura è guerra, la guerra è architettura. Sono parole dure, che tolgono all’architettura la sua immagine consolatoria, quella di disciplina buona per definizione, votata alla cura e alla convivenza. A Gaza quell’immagine si rompe.
Non siamo palestinesi, e la domanda su quale titolo ci dia il diritto di scrivere di Gaza resta aperta. Non la chiudiamo. Non pretendiamo competenze su una vicenda i cui effetti si misureranno per decenni, ma come architetti e studiosi ci è parso impossibile rinunciare a pensarla. Il genocidio palestinese non è una tragedia eccezionale che accade altrove. Riguarda chiunque lo guardi, da qualunque punto si trovi a farlo. Lo ha detto con chiarezza la storica e attivista Silvia Federici in un incontro del 2024: la Palestina è il mondo. Non è una formula consolatoria. È la scala di un processo di espansione delle relazioni capitalistiche, orientato oggi allo spossessamento, allo spostamento di masse di popolazione, al controllo diretto delle risorse. Quello che accade a Gaza non resta a Gaza.
A rendere tutto questo ancora più concreto è la geografia del dopo cessate il fuoco. A oltre un anno dall’accordo dell’ottobre 2025, l’esercito israeliano controlla ancora circa il 60% della Striscia, dietro la cosiddetta yellow line: un territorio svuotato, punteggiato di avamposti, sul quale si progetta di costruire come se fosse semplicemente disabitato.
Macerie, confini, mappe, archivi, quale ricostruzione?
I numeri, quando si guardano, tolgono ogni margine di ambiguità. La Striscia produce macerie più velocemente di quanto chiunque possa smaltirle, decine di milioni di tonnellate, un dato che cresce di mese in mese. Ma le macerie, a Gaza, non sono soltanto il residuo di una violenza passata. Sono la sua forma presente e attiva. Riordinano popolazioni, ridisegnano confini, cancellano archivi, mappe catastali, biblioteche. Chi cammina tra loro cerca acqua, cibo, corpi da seppellire, semi da salvare. Le macerie sono un archivio, ma non uno che si consulta a distanza di sicurezza. Bisogna contendersele.
È a partire da qui che il libro solleva la sua tesi più difficile da accettare: la ricostruzione, così come viene immaginata nei piani che si susseguono per Gaza, non è l’opposto della distruzione. Ne è, in molti casi, la continuazione con altri mezzi. I progetti circolati finora parlano da soli: grattacieli sulla costa, una riviera con palme e porti turistici, il doppio perfetto di Dubai innalzato su un suolo che il filosofo Étienne Balibar descrive come infestato dal fantasma delle decine di migliaia di cadaveri che ricopre. Ogni progetto che promette un futuro luminoso senza toccare l’ordine coloniale che ha prodotto le macerie rischia di ripetere, sotto altra forma, la stessa logica di eliminazione. Sostenere che la ricostruzione sia impossibile non significa negare il bisogno urgente di case, infrastrutture, scuole. Significa rifiutare una ricostruzione pensata e condotta dentro una cornice di oppressione coloniale, di negazione dell’autodeterminazione.
Pratiche minori di permanenza
Che cosa resta, allora, da pensare e da fare? Il libro non offre una soluzione, e diffida di chi la promette. Prova invece a raccogliere, nell’ultimo capitolo, alcune pratiche minori di permanenza. C’è una differenza, ci ha insegnato una conversazione con Tania Nasir a Birzeit, tra sumud, la fermezza, e il restare. Sumud evoca la solidità immobile della roccia. Il restare nomina qualcosa di vivo: un corpo che attraversa i checkpoint per portare i figli a scuola, una mano che pianta un olivo destinato a dare frutto tra quarant’anni, sapendo che l’occupazione potrebbe abbatterlo in quaranta giorni. Restare precede ogni ricostruire. Riafferma un’esistenza contro un sistema costruito per cancellarla.
A Battir, pochi chilometri da Gerusalemme, un terrazzamento agricolo vecchio di millenni continua a essere lavorato dalle stesse famiglie da generazioni. Una sorgente sola lo alimenta. Nel 2014 è entrato nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, anche come argine legale contro l’estensione del muro di separazione. Il muro è stato deviato. I terrazzamenti sono rimasti. È un’altra temporalità, quella del secolo e del millennio, opposta alla velocità del bulldozer e della demolizione notturna con cui l’occupazione lavora. Restare significa anche restare con i morti. Significa recuperare corpi dalle macerie dopo mesi, restituire un nome a chi rischia di essere cancellato due volte, dalla violenza e poi dall’oblio. Non è un gesto soltanto pietoso. È già, in sé, una forma di scrittura della storia.
Attenzione, però, perché il libro mette in guardia anche da questo. Se l’attaccamento alla ricostruzione può diventare un ottimismo crudele, che promette fioritura e produce dipendenza, lo stesso rischio riguarda la permanenza. Una resistenza eretta a virtù, che chiede ai palestinesi di incarnare una tenuta ammirata da lontano, può essere altrettanto crudele. La permanenza di cui parliamo non è un destino né una medaglia. Ha senso solo finché resta legata a condizioni materiali: l’acqua, la terra, il seme, il ritorno.
Una lezione per il pianeta
Quello che accade a Gaza, secondo la storica Sherene Seikaly, non va letto come un caso isolato, ma come un paradigma. Insegna la lunga durata dello spossessamento, la potenza cumulativa della complicità internazionale, il modo in cui i massacri si sommano in genocidio. È una lezione che il pianeta intero, oggi, è chiamato ad apprendere, perché l’abisso che Gaza conosce da decenni riguarda ormai tutti.
La città di domani, se esiste, è già in costruzione in luoghi che nessun masterplan registra: le mani che piantano semi nella terra spaccata, il seme messo da parte per il giorno del ritorno, l’orto coltivato sui tetti di una città sotto assedio. Non c’è, in questo spazio, una salvezza da organizzare né un futuro da progettare a tavolino. C’è una responsabilità condivisa, che comincia dal riconoscere nella permanenza la prima forma dell’architettura: quella che resiste restando.
Per approfondire
“Polvere a Gaza” (Tomà Berlanda e Camillo Boano, Donzelli, 2026, 128 pagine, 17 €), interroga il ruolo dell’architettura di fronte alla distruzione della Striscia e alla possibilità della sua ricostruzione. A partire dalle macerie, riflette sul rapporto tra spazio, memoria e futuro, mettendo in discussione l’idea di una ricostruzione neutrale. Le rovine diventano non soltanto la traccia della distruzione, ma il punto da cui interrogare il progetto, il diritto al territorio e alla memoria. Un libro che invita a considerare la ricostruzione non come semplice ritorno alla normalità, ma come scelta politica, spaziale e civile.




















