Qualità architettonica e un concorso atipico. L’ampliamento della sede universitaria, firmato da Sheila O’Donnell e John Tuomey, definisce linee di continuità, innovando nelle forme e nei materiali. E ridefinisce le relazioni odierne tra spazialità e pedagogia
LIVERPOOL (Gran Bretagna). L’architetto-visitatore che, aggirandosi a Liverpool per Abercromby Square, vedesse l’elegante facciata degli edifici georgiani faticherebbe a riconoscere l’Università che ha formato Big Jim Stirling, confondendola forse con una raffinata terrace di metà Ottocento.
Solo la presenza di gruppetti di studenti sul prato denuncerebbe la presenza della più antica Scuola di Architettura a far parte di un’Università del Regno Unito (1894) e la prima accreditata dal Royal Institute of British Architects (1924). L’edificio visibile dalla piazza ha servito per decenni la sua funzione educativa, basata su una pedagogia attenta al numero di studenti affidati a un design tutor: aspetto tipico del sistema Oxbridge.
Liverpool è stata tradizionalmente una delle scuole che con maggiore velocità si è adattata ai cambi pedagogici del ventesimo secolo, non solo dal punto di vista didattico ma anche architettonico. L’estensione degli anni ’30 (Charles Reilly) e l’intervento degli anni ’80 (King and McAllister) non erano solo un riflesso dell’aumento del numero di studenti, ma un vero e proprio manifesto di pedagogia: lo spazio era complesso, condiviso, a tratti labirintico, con decine di studenti intenti a disegnare, realizzare modelli, partecipare a revisioni e pin-up o semplicemente riposare su divanetti sparsi in ogni angolo libero.
L’effetto finale, come spesso accade ancora oggi al di là della Manica, era di un assoluto rigore simmetrico all’esterno, e un caos talvolta gioioso all’interno, in un tipico esercizio di britishness.


Uno spazio centrale drammatico, teatrale
Qualche settimana fa, è stato inaugurato un ulteriore edificio che estende la Scuola di Architettura, con un progetto a firma di O’Donnel+Tuomey. La nuova struttura si propone come aggiunta di spazio fisico, ma anche di più semplici connessioni tra i volumi esistenti, e offre finalmente un nuovo e riconoscibile ingresso.
Il progetto si articola intorno ad un grande spazio centrale, poggiato su una piattaforma di calcestruzzo che regge le aule studio a sbalzo su travi in legno. Il tetto, sotto capriate a losanghe dalla campata di 30 metri, crea un cleristorio drammatico, con angoli acuti e nervosi, che allo stesso tempo abbraccia il grande spazio vuoto centrale del piano terra.
Le solette scanalate e le colonne stilizzate con grandi capitelli a tronco di piramide a reggere l’impalcato creano l’immagine di un elegante, contemporaneo forum civile; in alzato, la successione di colonne, parapetti metallici rosso borgogna, travi di legno e finestre della copertura, definisce una soluzione tettonica che le linee spezzate rendono accattivante ed inattesa.
La mancanza di un punto di fuga prospettico definito permette di esaltare i dettagli tecnici, su tutti la giunzione della doppia trave di legno, e il rapporto con il contesto, incorniciato magistralmente dalle aperture verso la cattedrale cattolica di Edwin Lutyens e Frederick Gibberd e gli edifici georgiani di Abercromby Square.
Esplosivo, onesto, con elementi muscolari
L’edificio di O’Donnell+Tuomey sembra aggiungersi perfettamente ad una linea storica di evoluzione nella distribuzione dello spazio: dalla simmetria delle piccole stanze georgiane alla sempre simmetrica apertura su più livelli di Reilly e poi di King e McAllister, fino alla creazione di questo nuovo spazio aperto e dinamico. Esplosivo.
L’ambizione del progetto è altissima. Pochissime porte permettono agli spazi di interpenetrarsi per la creazione di uno spazio didattico continuo ma non indefinito. L’edificio è allo stesso tempo facilitatore – è semplicissimo, infatti, sporgersi dalla balaustra per seguire altre lezioni, presentazioni o revisioni – ma anche docente: la presenza di dettagli, l’uso del materiale e del colore, la sapiente abilità tecnica nell’uso del legno sono di fatto esempi che gli studenti possono studiare e riutilizzare, come solo in pochissimi edifici (tradizionalmente storici) accade.
Si tratta, quindi, di un edificio onesto, che nasconde poco (di fatto solo il punto di giunzione delle 4 travi principali è coperto) e celebra il dettaglio in maniera sostanziale: un concetto apparentemente banale, come una piattaforma di calcestruzzo su cui sono incastrate le travi di legno, diventa invece, grazie all’abilità degli architetti in pianta e sezione, un esercizio di forza tecnica ed espressiva.
La soluzione architettonica non è quindi affatto banale, le losanghe del tetto che definiscono il cleristorio sono muscolari, così come lo spazio poligonale interno non permette una comprensione semplice della pianta, ma ciononostante lo spazio risulta essenziale ed efficace.
Così, O’Donnell+Tuomey sembrano essere riusciti a rispondere con precisione alla richiesta del concorso di risolvere il problema delle tre mancanze della scuola esistente: mancanza di coesione tra i diversi spazi della scuola, mancanza di uno spazio centrale pubblico e, soprattutto, mancanza di uno spazio sociale a servizio della comunità di studenti.
Immagine di copertina: lo spazio centrale del nuovo corpo della School of Architecture della University of Liverpool, O’Donnell+Tuomey, Liverpool, 2026 (© Nick Kane)


Le parole di Marco Iuliano, il direttore del percorso concorsuale
Scrivendo della selezione di questo progetto avevamo sottolineato la natura partecipativa del processo, organizzato intorno alle necessità degli studenti e dei docenti. Forse per la prima volta in maniera efficace, infatti, la partecipazione intesa come fase attiva e integrata al progetto si era applicata non alle tradizionali forme di social housing o spazi pubblici per le comunità, ma per un edificio specializzato. La prassi tipica delle Università inglesi infatti è quella di affidare ai dipartimenti di Estates e Finance il processo di creazione del bando e di realizzazione, di fatto escludendo le scuole dal processo; questo ha portato a una standardizzazione degli edifici accademici in moltissime città inglesi (forse ad eccezione di Cambridge). Il ruolo della Scuola, nel caso di Liverpool, invece, è stato centrale. L’istituzione, con i suoi studenti e tutor, ha definito il brief e la longlist di 18 studi. Successivamente i Dipartimenti coinvolti hanno espresso i pareri dal punto di vista della fattibilità e dell’impatto finanziario per creare la shortlist di 6 studi, tra cui compaiono, oltre ovviamente a O’Donnell+Tuomey, Eric Parry Architects, Carmody Groarke, 6A Architects, Haworth Tompkins e Grafton Architects. Infine il panel di esperti, guidato da Kenneth Frampton, ha scelto il vincitore in una sessione semi-pubblica con studenti ed esperti.
A dirigere questo processo è stato Marco Iuliano, docente presso la Scuola di Architettura dell’Università di Liverpool. Lo abbiamo intervistato.
Cosa è accaduto dopo il concorso?
Il concorso è stato un vero processo di ricerca progettuale, non soltanto una competizione tra 18 studi di architettura. Non si è concluso con la scelta del progetto vincitore, ma ha avviato un percorso che ha accompagnato, e continua ad accompagnare, la Scuola di Architettura. Dopo la vittoria di O’Donnell+Tuomey, il progetto è stato sviluppato attraverso un dialogo continuo tra gli architetti e l’Università di Liverpool, superando sia le difficoltà della pandemia sia quelle di budget. L’aspetto forse più significativo è che l’idea originaria è rimasta sostanzialmente intatta. Come hanno recentemente ricordato Sheila O’Donnell e John Tuomey, l’edificio costruito corrisponde quasi integralmente ai disegni di concorso, perché la proposta era già stata elaborata con grande cura. Il progetto ha restituito un nuovo spazio collettivo profondamente connesso alla storia culturale e materiale della Scuola. Il Royal Institute of British Architects (RIBA) ha definito il percorso che ha portato alla sua realizzazione “ambizioso” ed “estremamente intelligente”, sottolineando sia la qualità della selezione dei 6 finalisti sia il coinvolgimento attivo degli studenti in tutte le fasi. Il RIBA non ha soltanto riconosciuto la qualità del risultato, ma anche il valore educativo dell’intero processo.
Come viene utilizzato lo spazio?
Esattamente come era stato immaginato durante il concorso. Non esiste una separazione rigida tra gli spazi destinati all’insegnamento, alla critica, all’incontro e alla vita quotidiana. L’intera Scuola è concepita come una sequenza continua di spazi collegati, nella quale convivono il grande studio aperto, le aree per le revisioni, gli spazi espositivi, i luoghi informali e le connessioni con il patrimonio storico della Scuola. Non a caso la proposta di O’Donnell+Tuomey si intitola “A Connected School”. Questa organizzazione favorisce l’apprendimento. Gli studenti osservano il lavoro dei colleghi, si incontrano continuamente e vivono la Scuola come un laboratorio permanente. Anche l’edificio partecipa a questo processo: materiali, struttura e costruzione diventano strumenti didattici. Il calcestruzzo, il legno e il metallo rimangono leggibili e trasformano l’edificio stesso in un oggetto di studio. È un’idea profondamente radicata nella tradizione della Liverpool School of Architecture: lo spazio non è un contenitore neutro, ma un dispositivo pedagogico capace di influenzare il modo in cui si insegna, si apprende e si costruisce una comunità accademica.
Che cosa c’è di diverso rispetto ai concorsi tradizionali?
La differenza principale è che il concorso non è stato pensato come uno strumento per scegliere un architetto, ma come un processo per costruire la domanda di progetto. Come direttore del concorso, prima del problem solving ho lavorato a lungo sul problem setting. Ho coinvolto docenti, studenti, studiosi internazionali e l’Università per definire quale Scuola di architettura fosse necessaria oggi, come innestarla sulla tradizione culturale di Liverpool e come dare forma a un processo educativo intorno al concorso. Da questo confronto, articolato in più fasi, sono nati il brief e 5 criteri di valutazione della qualità dell’architettura ai quali gli studi invitati hanno dovuto rispondere. È stato un passaggio decisivo, perché ha spostato l’attenzione dalla ricerca della soluzione alla definizione condivisa del problema. Gli stessi O’Donnell+Tuomey hanno raccontato di essere stati attratti proprio da questa impostazione, definendola molto convincente e diversa dai concorsi tradizionali, spesso incentrati su requisiti prevalentemente tecnici. In Italia questo approccio non è diffuso. Troppo spesso il concorso coincide con la pubblicazione di un bando, senza un reale investimento nella definizione della domanda. Eppure è proprio in quella fase che si determina gran parte della qualità del progetto futuro. Penso, ad esempio, al recente caso della Galleria Borghese di Roma: prima ancora di discutere quale studio di architettura dovrebbe occuparsi del suo ampliamento, sarebbe utile attivare un processo condiviso capace di ridefinire la domanda urbana, culturale e museografica. Solo a quel punto avrebbe senso chiedere agli architetti di elaborare la migliore risposta possibile. Credo che la qualità dell’architettura dipenda prima di tutto dalla qualità della domanda a cui il progetto è chiamato a rispondere.
























