Un workshop del Politecnico di Milano riaccende le luci su una delle storie architettoniche più entusiasmanti. A Borca di Cadore, Enrico Mattei ed Edoardo Gellner firmano un miracolo che oggi ha frammenti in totale abbandono. Con nuove giovani idee ad alimentare scenari necessari
BORCA DI CADORE (Belluno). In un’Italia protagonista del grande momento di rinascita che aveva investito l’Europa dopo le rovine di ben due guerre mondiali, l’incontro fra un grande commis di stato (Enrico Mattei) e un architetto dalla formazione mitteleuropea (Edoardo Gellner) ha prodotto, in un remoto villaggio ai piedi di uno dei più bei gruppi delle Dolomiti bellunesi, un miracolo, non solo architettonico.
Sì, perché il villaggio Eni a Borca di Cadore, costruito a partire dal 1955, non costituisce solo un brano di architettura eccellente (qui il nostro Ri_visitato del 2015), non solo un esempio di come si possa costruire ed inserirsi nell’ambiente naturale alpino – con una vera sostenibilità -, ma anche una riuscitissima dimensione di vita sociale che accomunava, nel tempo libero e di svago, la comunità di un grande azienda che, unita dal lavoro in una solida visione del futuro, trovava qui il suo punto di aggregazione.
Guardato con gli occhi di uno storico si tratta di un periodo felice, ma brevissimo – la prematura scomparsa di Enrico Mattei nel 1963 bloccò di fatto lo sviluppo di questa visione -, ma che ha lasciato un patrimonio architettonico di grande valore che solo in parte è stato recuperato e valorizzato.
Se, infatti, con l’avvento delle nuove proprietà le case dei dipendenti, l’albergo e le strutture connesse sono rimaste sostanzialmente intatte e vengono tutt’ora utilizzate come in origine, la grande colonia estiva, forse il fior all’occhiello di tutto il complesso, soffre per l’abbandono dovuto alla perdita della sua funzione originaria.
È questo un punto cruciale, ma forse non ancora così chiaro, nei processi di recupero e restauro delle strutture architettoniche che la Modernità ci ha lasciato. Perché il Movimento Moderno, con le sue mille sfaccettature, poetiche ed espressioni, ha però visto, come tratto comune, l’affermarsi di organismi sempre più specializzati, disegnati su un uso ed un’utenza sempre meglio individuati. Questa caratteristica, che sicuramente fu all’epoca un pregio e una grande innovazione, si è poi rivelato il tallone di Achille in moltissimi casi della nostra epoca, fatta di incertezza e variabilità.
Sperimentazioni sul patrimonio moderno
Se uno stadio – si veda il Franchi, ex Berta, di Firenze – viene magistralmente costruito per il giuoco del calcio negli anni ’30, al cambiare delle regole diventa obsoleto e non si sa come salvaguardarlo o aggiornarlo, tanto che spesso si spinge per la demolizione, che forse sarebbe stato un male minore di fronte al pastiche che il progetto in corso di realizzazione, propone. Se il Palazzo del Lavoro di Torino, per rimanere fra i capolavori di Pier Luigi Nervi, perde immediatamente dopo la fine di Italia ’61 la propria funzione e per decenni viene sottoutilizzato fino ad arrivare all’abbandono e alla vandalizzazione, il problema di un suo recupero, di cui forse oggi si vede qualche prospettiva, sta tutto nel progettare, prima di ogni altra cosa, una funzione compatibile.
Il caso della Colonia Eni rientra perfettamente in questa casistica ed è anche per questo motivo che l’organizzazione di un workshop, come quello realizzato nello scorso aprile dai docenti Roberto Dulio, Umberto Bonomo, Gianfranco Orsenigo, Daniel Battistella, con i tutors Matteo Ocone e Giacomo Usai e gli studenti del Laboratorio di Progettazione Finale del Polo di Mantova, Politenico di Milano, è particolarmente meritoria.
Lo è perché il tema delle colonie è notevolmente ricco in Italia per la qualità delle strutture interessate, ma anche per il loro abbandono e la difficoltà nel ritrovare una nuova vita. Lo è perché la grande occasione delle Olimpiadi invernali – appena concluse con un villaggio olimpico temporaneo che ha drenato risorse importanti e di cui ora assistiamo al lento smontaggio – non è riuscita ad innestare alcun processo virtuoso, se non un uso temporaneo che non è certo stato una soluzione.
Lo è perché l’operazione è stata promossa dal gestore e dalla proprietà del bene in confronto con le istituzioni, la Soprintendenza, le amministrazioni locali. Lo è, infine, perché nuove generazioni di futuri progettisti si misurano con temi reali e in una giusta di prospettiva di conoscenza, valorizzazione e disegno di soluzioni realmente sostenibili. Capendo fin da subito che la mixitè di funzioni è un buon principio alla base di ogni comunità e progetto, il complesso è stato diviso nei suoi 4 edifici principali e per ognuno di questi è stato attivato un gruppo di lavoro che ha elaborato le proposte.
Progetti per più generazioni
I titoli scelti danno una chiara indicazione sulla visione messa in atto. Per il Padiglione F, spazio notte destinato ad ospitare i bambini più piccoli all’epoca, è stato proposto un cohousing della terza età (“La V.I.A. di Casa”), offerta residenziale per “anziani autosufficienti che attualmente vivono in condizioni di solitudine o in abitazioni di grandi dimensioni”.
Bello il “testacoda” generazionale proposto dove l’elemento rampa, centrale nella composizione di Gellner, si rivela perfettamente funzionale e identitario anche per la terza e forse anche quarta età. L’Edificio M, dormitorio di un tempo, diventa la casa di una “Collettività Multipiano”, questo il titolo seguito da un programmatico Montaje, Memoria, Movimento, che configura una distribuzione quadripartita ove i volumi abitativi “poggiano” su uno spazio collettivo e di servizio. La sostituzione delle superfici opache colorate del progetto di Gellner con pari superfici trasparenti è ardita, ma ci sarà tempo per studiarne i dettagli.
L’Edificio M2, sempre ex dormitorio, mette in scena il “Bosco che cura”, spazi terapeutici tra natura giochi e riabilitazione, felice interpretazione di quel design della cura che è ormai entrato nei nostri ragionamenti. La proposta nasce da un’attenta analisi del bisogno che è particolarmente significativo nelle zone montane. Anche in questo caso il sistema di rampe a monte diventa la cifra identificativa di questo spazio che “riabilita nel verde”.
Infine, l’F2, il più elevato dei dormitori inseriti armoniosamente nella foresta alle pendici dell’Antelao, cala sul tavolo delle proposte un ambizioso “Minimo Spazio – Massima Qualitá”. Giustamente, a questa età, bisogna esser un poco massimalisti. Il tema scottante è quello delle camere a prezzi sostenibili, qui affrontato per “moduli abitativi che, pur ottimizzando lo spazio, non compromettano il comfort degli ospiti”, con un’articolazione delle camere che è spesso convincente.
È questo un workshop che ha costituito anche un’iniezione di fiducia, sia nell’importanza del progetto ben condotto come strumento formativo, sia nella possibilità di elaborare proposte convincenti che potrebbero realmente influire sul destino di questa meravigliosa architettura che attende solo il pieno reinserimento nella realtà dell’ex Villaggio Eni di Borca di Cadore.
Immagine di copertina: la Colonia del Villaggio Eni di Borca di Cadore (© Alessandro Grosso Facchinetti)



























